LIBRO-SHOCK DI MARINA RIPA DI MEANA E COSTANZO COSTANTINI
ARTE, SCOPATE E DROGA NELLA SOCIETA' ROMANA DEGLI ANNI '60-'70
A LETTO CON DUE ARTISTI (AGNELLI FUORI) - IL CAZZO DURO DI MORAVIA

Mirabolante faccia a faccia fra Costanzo Costantini, giornalista decano del Messaggero, e Marina Ripa di Meana sui tre pittori maledetti e la società intellettuale romana degli anni Sessanta -Settanta. Anticipazione da "Cocaina a colazione - Schifano Angeli Festa, i tre demoni dostoevskiani" Maretti Editore, in libreria a febbraio.

LA ROMA DROGATA DEGLI ANNI CINQUANTA
Costantini: Negli anni Cinquanta la Roma del centro - specie via Veneto e le strade adiacenti, via Margutta, piazza del Popolo, via del Babuino - era piena di drogati e di spacciatori di droga. Il Club 84 di via Emilia, dove regnava Max Mugnani, il principe dei cocainomani, sembrava un locale di Marrakech. Il Baretto di via del Babuino, dove si ritrovava la bohème cosmopolita e dove faceva capo anche Maria Moneta Cagli, la ragazza coinvolta nell'affare Montesi, non era da meno.

SCHIFANO E IL CARCERE: LA PRIMA VOLTA
C.: E nell'estate del 1966 finisce nei guai. Afdera Franchetti, ex moglie di Henry Fonda, sorpresa all'aeroporto di Fiumicino con 32 grammi di marijuana nella borsetta, dichiara: "Sono per il pittore Mario Schifano", e finiscono tutti e due a Regina Coeli. E' per il pittore il primo dei numerosi soggiorni dietro le sbarre, una sorta di "villeggiatura periodica" offertagli generosamente dallo Stato italiano.

SCHIFANO, IL LEADER DEL GRUPPO
Ripa: ...per capire i rapporti fra i tre bisogna rifarsi sempre a Schifano. Era lui il prototipo, il modello. Franco e Tano Festa non facevano altro che imitarlo. Quand'era in grana, Schifano prendeva in affitto ville nelle località alla moda e studi sempre più spettacolari. Franco e Tano affittavano anche loro delle ville, pur se non potevano cambiare gli studi come lui. Schifano aveva conquistato Nancy Ruspoli, Franco aveva conquistato me e Tano Festa la nobile veneziana Emilia Emocapodilista. Ma la droga li andava distruggendo tutti e tre, specialmente Tano Festa, che aveva finito per perdere ogni controllo su di sè.

LA PRIMA SCOPATA CON SCHIFANO
R.: Di tanto in tanto mi rivolgevo a Schifano, il quale mi mandava dei quadri. Li vendevo senza farlo sapere a Franco, ma Franco intuiva. Si sentiva frustrato, ma abbozzava, mentre Schifano ne approfittava per stabilire un ascendente su di me. Ne ebbi la prova un giorno che andai a trovarlo da sola. Nel frattempo era finito in galera e aveva dovuto abbandonare il suo studio in piazza Piscinula. Aveva rimediato un loft presso Ponte Milvio, a piano terra, un ambiente sinistro, quanto mai deprimente. Non appena aprii la porta, mi saltò addosso, mi buttò sul divano e mi scopò, fra la musica a tutto spiano. Una cosa comica, ridicola, al punto che non mi sentii neppure offesa. Poi mi tagliò le unghie delle mani e dei piedi, ne fece un collage e lo attaccò al muro. Mi regalò anche un disegno, ma dovetti venderlo subito perché Franco aveva bisogno di droga.

SCHIFANO IN MANICOMIO
C.: Ero andato a trovarlo anche durante l'estate del 1975, quando era stato rinchiuso a Santa Maria della Pietà.
R.: In manicomio?
C.: Sì, in manicomio, come se fosse un criminale comune. Mi aveva fatto una pena enorme. Il pittore che Parise aveva paragonato ad un puma aveva perso ogni agilità, ogni smalto. Lento, pesante, disperato. Sembrava un pugile suonato. Mi disse che quell'esperienza lo aveva traumatizzato, che aveva subito quel trauma che gli americani chiamano cold turkey, tacchino freddo. Eppure lo avevano tenuto in quell'inferno per oltre tre mesi.
(Nancy Ruspoli, Mario Schifano e Marina)

SCHIFANO SCHIAVO DEGLI SPACCIATORI
C.: Gli stavano sempre alle costole. Gli piombavano nello studio anche nottetempo, come vampiri. Nei primi anni Novanta la sua casa di Largo dei Fiorentini era andata a fuoco, i venti quadri che aveva esposto in una galleria di via del Babuino erano spariti durante la notte, il locale in cui il committente aveva depositato i quadri che aveva esposto al Palazzo delle Esposizioni si era allagato. Per far fronte alle evenienze era costretto a firmare contratti-capestro, che lo obbligavano a produrre migliaia di quadri all'anno.

SCHIFANO, IL CORRUTTORE
R.: Schifano era molto generoso nel rifornire gli amici, anche perché vendeva, il danaro non gli mancava e aveva sempre gli spacciatori a sua disposizione. Era un vero e proprio corruttore. Era stato Schifano ad iniziare Franco alla droga. Era dovuta anche a questo fatto la dipendenza di Franco da lui. Ricordo che una notte, verso le tre del mattino, Franco si alzò per andare da Schifano. Ci andava per avere della droga, ma io non volevo restar sola. "Ma sei frocio?", gli dissi. Questa frase lo colpì, e si rimise a letto.

ANGELI, LA PRIMA VISIONE
R.: Lo conobbi a Spoleto, al Festival dei Due Mondi. Ero con il conte Dino Pecci Blunt, con il quale avevo una specie di relazione socio-mondana. Mi conduceva in capo al mondo e non disdegnava all'occorrenza di pagare i miei conti, anche se sotto questo riguardo non era molto splendido. Erano gli anni del fulgore di Menotti. A Spoleto si incontravano personaggi di ogni parte del mondo, nonché la fauna mondana cosmopolita. Io ero uscita da non molto dall'incubo del mio matrimonio con Alessandro Lante della Rovere...

LA PRIMA SCOPATA CON ANGELI
C.: Come fu il primo approccio?
R.: La cosa che mi colpì è che non aveva le mutande.
C.: Pronto all'azione, action fucking?
R.: Un colpo dopo l'altro, senza tregua. Era implacabile...
C.: Toro scatenato?
R.: Il piacere era così forte da diventare insopportabile, da sfiorare il coma, l'agonia...
C.: Ma c'era una sala di rianimazione?
R.: Non farmi ridere, ti prego.
C.: Continua.
R.: "Ora devi andare via", gli dico, scorgendo le prime luci dell'alba, anche perché nella camera di sopra dormiva Lucrezia con la bambinaia. "Sei una borghese, una troia, una madame Bovary che scopa nei motel! Vaffanculo, stronza!". Raccoglie i suoi stracci e se ne va, o finge di andarsene, rivestendosi lungo le scale. Poi torna indietro, ma lo mando al diavolo. Voleva che io lo buttassi fuori per farmi sentire in colpa. C'era in lui anche una sorta di istrionismo da attore...

I BUCATINI DI ANGELI
C.: All'inizio degli anni Sessanta frequentavo un bar in via dell'Oca in voga fra gli artisti, i giornalisti, gli intellettuali. Ci andavamo abitualmente verso l'ora di cena per l'aperitivo. Intorno alle 20 il locale si affollava e verso le 21,30-22 si svuotava. Una sera eravamo rimasti soltanto io e Franco Angeli. Allora ci conoscevamo soltanto di vista. Eravamo tutti e due al banco, in silenzio. Lui aveva la testa bassa, l'aria pensosa. Sembrava inabissato in pensieri profondissimi. Tutt'a un tratto si gira verso di me e mi dice: "Ce l'hai i sordi per annarci a fà du bucatini alla matriciana?"

MARINA, ANGELI E LA DROGA
C.: Quando cominciasti ad assumere anche tu l'alone maledetto?
R.: Non lo ricordo bene. Prima di conoscere Franco avevo preso appena l'aspirina. Quando incominciai a fiutare la coca, la mia vita cambiò, rapidamente, totalmente.
C.: Diventasti anche tu magra, scavata, inquietante?
R.: La droga sconvolse la mia vita quotidiana. Ora avevo altre incombenze: quella di collaborare con Franco a reperire la droga e quella di fiutare la droga stessa. Era come un rito. Cominciavamo a fiutare al mattino e continuavamo per tutta la giornata, specialmente durante e dopo la colazione, con il caffé.
C.: Cocaina a colazione?
R.: A tutte le ore. Diventavo sempre più emaciata e più pallida.
(Franco Angeli nel suo studio)

ANGELI, COCA IN CUCINA
C.: Chi cucinava, tu?
R.: No, Franco.
C.: Che cosa cucinava?
R.: Non puoi immaginarlo? Bucatini alla matriciana, coda alla vaccinara, rigatoni con la pajata, abbacchio al forno. Il tutto condito con la coca servita in coppette d'argento.

ANGELI, I REGALI E IL MONTE DI PIETA'
R.: Per esempio, andava da Bulgari, gli mollava un quadro in cambio di un gioiello e me lo portava, o andava da Assunta, la pellicciaia di piazza del Popolo, le dava un quadro in cambio d'un visone e me lo regalava. Ma purtroppo poi i gioielli e i visoni finivano al Monte di Pietà. C.: Un posto nobile, sempre pieno di aristocratici. R.: Vi incontravo infatti la crema della crema.

L'AMORE DI SANDRO PENNA PER ANGELI
R.: Lo chiamava continuamente Sandro Penna. Lui, a seconda dell'umore, gli rispondeva affettuosamente o lo mandava al diavolo. Ma dopo cinque minuti Penna richiamava. Era innamorato di lui, e lo ossessionava, ossessionando anche me.



LA CENA CON GIANNI AGNELLI
R.: Debbo dire che, nonostante che lo ossessionasse, Franco lo amava molto Sandro Penna, lo adorava, e anch'io avevo finito per amarlo. Una sera lo portammo con noi ad una cena da Gianni e Marella Agnelli, nella loro casa romana di via XXIV maggio, senza preavvisarli. Era tutto sbracato, i pantaloni sbottonati, stordito dal Valium. Ma gli Agnelli fecero, come suol dirsi, buon viso a cattivo gioco. Erano abituati a nascondere le loro emozioni e simulavano un certo interesse per lui.

DOPO ANGELI, LINO JANNUZZI
R.: Fu lui a piantare me, anche se io avevo cominciato la mia storia con Jannuzzi. Prese uno studio a via dei Barbieri e mi lasciò sola in quella villa. Si era messo con Livia Lancellotti, che circolava già sull'Appia Antica. Un giorno andai in via dei Barbieri per scongiurarlo a tornare da me, ma non mi fece neppure entrare. Mi prese a calci dinanzi al portiere e alla gente che passava. Il portiere era inorridito. Così restai nella villa sola e disperata.

FESTA: LA MADRE E IL SUO AMANTE
C.: Tano Festa nasce a Roma il 2 novembre del 1938 in via Appia Nuova, nella zona delle Capannelle, dove il padre ha ottenuto una casa popolare. La madre, casalinga, è sposata con un capitano della marina mercantile che si chiama Lo Savio, ma si innamora di un altro uomo che si chiama Festa e che è impiegato ministeriale. Da questi ha un figlio, Francesco, ma deve dargli il cognome del marito. Quattro anni dopo ha dall'amante un altro figlio, Tano, ma è in rotta con il marito e riesce a farlo registrare all'anagrafe con il cognome dell'amante. Una storia molto intricata, che crea nei due fratelli un drammatico problema di identità. Francesco lo risolve con il suicidio, mentre Tano resta alle prese con quel problema a lungo, se non per tutta la vita.

L'ANELLO CHE PIACEVA A FESTA
C.: Il mio giudizio su di lui, come uomo se non come pittore, era condizionato da un episodio di cui si era reso autore all'inizio degli anni Sessanta e che mi riguardava direttamente. Un giorno ero a colazione con una mia amica al Galletto, la nota osteria di piazza Farnese. Eravamo all'interno perché faceva freddo. Mentre mangiavamo entrò lui. La mia amica aveva un anello di brillanti. Come attratto da una calamita, puntò gli occhi sull'anello. Poi le si avvicinò, le afferrò la mano e fece per sfilarle l'anello. Ma le andava stretto e non usciva. Lei gridava per il dolore, ma lui insisteva. Il padrone dell'osteria lo prese per il collo e lo buttò fuori come un sacco. Dopo quel giorno, mi era difficile avere simpatia per lui.

FESTA CACCIATO A CALCI
R.: Spesso piombava nottetempo anche da noi, Franco lo cacciava a calci nel culo, ma lui ritornava, adattandosi a dormire sotto il letto. Ma era anche spiritoso. Una estate Franco prese una casa ad Ansedonia. Lui gli chiese se poteva ospitarlo per due giorni. Non aveva una lira. Attendeva del danaro da un gallerista di Bologna che gli aveva comprato dei quadri, ma non arrivava mai. Così restò da noi due mesi. Nel frattempo vendette un quadro ad Alfredo Bini e il danaro lo mandò al gallerista, per umiliarlo.

L'INFEDELTA' DI MARINA
R.: La fedeltà non è il mio forte. Nella mia casa c'erano due ingressi e in mezzo un tramezzo, per cui chi entrava non poteva vedere chi usciva e viceversa, come nelle porte girevoli degli alberghi, come nei film di Billy Wilder.

A LETTO CON DUE ARTISTI
C.: E' vero che una mattina venne a trovarti Gianni Agnelli?
R.: Sì, ma gli feci dire che ero a letto con due uomini.
C.: Spiritosa!
R.: No, era vero.
C.: Come Jeanne Moreau in Jules e Jim?
R.: Due erano sempre preferibili ad uno, foss'anche Gianni Agnelli.
C.: Chi erano quei due uomini fortunati, se è lecito?
R.: Gino De Dominicis e Eliseo Mattiacci.

QUANT'E' DURO IL CAZZO DI MORAVIA
C.: Anche Moravia ti faceva la corte, o, per dirla più francamente, voleva scoparti?
R.: No, ma un giorno venne a prendermi a casa. Dovevamo andare dall'avvocato Gatti per parlargli di Schifano, che era finito di nuovo in galera per droga. "Senti quanto è duro"!, mi disse all'improvviso, prendendomi la mano e premendola sui suoi pantaloni. Io scoppiai a ridere. Lo vedevo come un padre, un vecchio padre putativo...
C.: Maschilismo stile Tor Bella Monaca.
R:: Così era Moravia.

QUEL MENEFREGHISTA, NEVROTICO DI PARISE
R.: ...era un menefreghista e un nevrotico di prima grandezza. Ci invitava a colazione, ma se arrivavamo con cinque minuti di ritardo lo trovavamo che già mangiava e non ci guardava nemmeno in faccia. Era pieno di manie e di fisime. Delirava per essere invitato dagli aristocratici, per andare a caccia con loro. La sua casa era un'armeria.
C.: Ero stato anch'io una volta a colazione da lui, quando abitava sulla Camilluccia. Non avevo ancora preso il dolce che mi aveva buttato fuori e se n'era andato a dormire.
(Goffredo Parise e Marina Ripa di Meana)

MARISA BERENSON E IL GIARDINO DEI FINTI POMPINI
C.: Marisa Berenson era un tipo vampiresco, come Barbara Steele, pur se più sofisticata e distinta. Era la nipote di Bernard Berenson, il grande storico dell'arte. Nel 1970 andai con lei a Gerusalemme per la prima mondiale di Il giardino dei Finzi Contini, il film che Vittorio De Sica aveva tratto dal libro di Giorgio Bassani. C'erano anche Dominique Sanda e Helmut Berger. Ricordo che dormivano tutti e tre nello stesso letto e la mattina erano irriconoscibili, pur se Helmut non era poi un macho latino. Forse Helmut si limitava a guardare. In ogni caso, in quell'occasione la Berenson l'avevo vista discinta e struccata. Era un vampiro, appunto.
R.: Il film com'era?
C.: Come il libro, che a Roma era stato ribattezzato Il giardino dei Finti Pompini.

INGE FELTRINELLI, DIVORATRICE IMPLACABILE
C.: Inge la conoscevo bene, la incontravo dovunque, era onnipresente.
R.: Com'era in quegli anni?
C.: Era una divoratrice implacabile.
R.: Di uomini?
C.: Questo non lo so. Sentivo di tanto in tanto dei pettegolezzi su di lei a Milano, ma non so nulla di preciso. Che fosse una gran mangiatrice mi risulta invece personalmente. Un giorno la incontrai a Parigi in uno dei caffé celebri di Saint Germain des-Près. Erano le 9 del mattino e dovevamo andare tutti e due ad un convegno su Gramsci. Facevamo il break-fast insieme. In quindici o venti minuti divorò quattro baguettes con prosciutto. A Villa Giulia, in attesa che venisse proclamato il vincitore dello Strega, s'ingozzava di pane casereccio e porchetta. A Capri, in casa di Graziella Lonardi, la papessa del Premio Malaparte, faceva fuori interi vassoi di ostriche, cozze, vongole, tartufi, datteri, lumache marine, anguille giganti, capitoni...
(Franco Angeli a Mosca)

PERRONE, MANISCO E FIDEL CASTRO
C.: (Sandro Perrone) Tornava al Messaggero tutte le notti, per seguire personalmente tutti gli sviluppi degli avvenimenti. Una notte restammo al giornale sino alle 5 del mattino. Era la notte in cui gli americani invasero Cuba. Il nostro corrispondente da New York, Lucio Manisco, che fra l'altro aveva conosciuto Fidel Castro quando era ancora un guerrigliero, aveva mandato un articolo in cui diceva che l'operazione era fallita. Sandro Perrone era indeciso fino alle prime luci dell'alba se pubblicarlo o no, infine decise per il no. Il Messaggero avrebbe anticipato di 24 ore tutti i giornali del mondo. Sarebbe stato uno scoop sensazionale. Ma fu una delle poche volte in cui Sandro Perrone si sbagliò.

IL MESSAGGERO DOPO SANDRO PERRONE
C.: I nuovi direttori del Messaggero venivano da Milano e non capivano un'acca di Roma. Il primo fu Italo Pietra, l'ex direttore del Giorno. Piombava al giornale alle 7 del mattino, e incominciava a suonare il campanello, ma a quell'ora c'erano soltanto gli uscieri addormentati dietro le cataste di vecchi giornali e i fantasmi degli amanti che vi si erano uccisi quando il palazzo di via del Tritone era un albergo. All'Ambasciatori, dove alloggiava, i clienti lo scambiavano per il maitre dell'albergo e gli chiedevano dove era Fontana di Trevi, il Pantheon, il Colosseo. Pietra si vantava di non aver mai pubblicato, né sul Giorno né sul Messaggero, una foto di Fanfani in prima pagina, ma dopo un anno Fanfani lo fece licenziare in tronco, senza preavviso, come un garzone di bottega. Il giorno in cui gli fu comunicato il licenziamento lo incontrai che andava su e giù dal Messaggero a piazza Barberini e viceversa. Sembrava un pazzo. Era così infuriato, che mi disse: "Se dò un pugno a questo palazzo lo faccio crollare". Era un palazzo di otto piani. Dei direttori che vennero dopo di lui non vale la pena di parlare. Nessuno li ricorda più.

MIMMO ROTELLA SEMPRE TRA I PIEDI
R.: Mimmo Rotella ci stava sempre fra i piedi. Durante l'estate, quando Lucrezia andava in vacanza a Porto Santo Stefano con i nonni, io gli cedevo il mio appartamento, che trasformava in un bordello. Ogni notte bongo-parties, recital di poesia epistaltica e una folla di ragazze di ogni specie, in gran parte francesi. Prediligeva i tipi androgini, muscolosi, dai capelli tagliati alla maschio. Ma era tirchio, tirchissimo, e le faceva morire di fame. Lasciava una bottiglia di latte sul pianerottolo e se ne andava. Dovevo portarglielo io qualcosa da mangiare. Mi aspettavo che in cambio mi regalasse uno dei suoi famosi manifesti, ma mai nulla. Quando finalmente mi regalò un quadro, se lo fece pagare da un collezionista milanese, mio grande ammiratore.

IL CONTE E IL QUADRO DI LUCIO FONTANA
R.: Il conte (Pecci Blunt) mi regalava di tanto in tanto dei quadri e avevo incominciato anch'io a fare un po' la collezionista. Mi regalò, fra gli altri, un Fontana strepitoso: una grande tela bianca con dodici tagli. La cosa avvenne così. Quel Fontana era alla Malborough, la galleria di via Gregoriana diretta da Carla Panicale. Un giorno la Panicale me lo mandò a casa, sicura che prima o poi il conte me lo avrebbe regalato, come avvenne. Eravamo sotto Natale ed eravamo andati a passarlo a New York. Il conte mi chiese che cosa volevo per il Natale. "Regalami quel quadro", gli dissi. Già allora aveva un discreto costo. Dovetti insistere moltissimo, ma alla fine riuscii.
(Tano Festa)

ROBERT RAUSCHENBERG, SEMPRE SBRONZO
C.: Ho osservato da vicino anche lui. E' sempre sbronzo. Nel 1991 lo intervistai a Roma, alla galleria Il Gabbiano. Erano le quattro del pomeriggio ma s'era già fatto quattro o cinque bicchieri di whisky. Beveva il Jack Daniels, che s'era portato apposta dagli Stati Uniti. Nel corso dell'intervista, che si protrasse per oltre un'ora, cercai di capire l'effetto che l'alcool aveva su di lui: lo rendeva più lucido ma gli appesantiva lo sguardo, gli allentava i riflessi ma gli acuiva il sense of humour e l'ironia, gli eccitava i sensi e l'intelligenza ma gli sconnetteva la memoria, lo liberava dai complessi ma gli gonfiava l'io come un pallone aerostatico. Mi sembrò interessato unicamente all'effetto che ciò che diceva aveva su di me e sugli astanti.

Dagospia 7 Gennaio 2004