PERCHÉ FRATTINI 007 È ANDATO IN KUWAIT, IL POSTO PIÙ ODIATO DAGLI ARABI?
IL RITORNO DELLE SPIE: ALLA RIBALTA IL SISMI, ESAUTORAMENTO PER MAURIZIO SCELLI
LA TORTA DEGLI AIUTI UMANITARI: FUGGIRE MA NON FUGGIRE, QUESTO È IL PROBLEMA

(La Velina Azzurra, newsletter a cura di Claudio Lanti)

Fermi tutti. Che c'entra il Kuwait? Perché Frattini è andato proprio in quel dimenticato fazzoletto di deserto, che era il posto peggiore per perorare la causa delle due ragazze rapite a Baghdad? Improvvisamente sul sequestro delle due Simone è calata una brutta puzza di bruciato. Le spiegazioni fornite dal tam tam degli specialisti di sicurezza nei giornali non convincono, anzi appaiono devianti.

E' vero che il Kuwait, 14 anni dopo l'invasione di Saddam Hussein è un avamposto attento alle questioni irachene. Ma proprio qui è il punto. Nessuno ha ricordato che l'emirato, è a torto o a ragione il "Paese fratello" più odiato nell'intero mondo arabo, additato dai fondamentalisti islamici come il più blasfemo e più complice dell'Occidente Non è più considerato neanche uno Stato arabo e nemmeno un protettorato Usa, ma appena un cortile militare e petrolifero della superpotenza che suscita imbarazzo e fastidio persino in Arabia Saudita.

Sappiamo per certo che gli osservatori islamici a Roma sono rimasti di stucco e che nella comunità diplomatica araba si sono levate forti critiche all'iniziativa del ministro degli esteri. I kuwaitiani sono odiati dagli iracheni e isolati nell'intero mondo arabo. Il nostro ministro avrebbe dovuto evitare quel Paese come la peste. Se c'erano informazioni da raccogliere, poteva mandare qualcun altro.

Invece è da lì che ha deciso di iniziare il suo viaggio in Medio Oriente, lanciando proprio dalla grande moschea di Kuwait City il suo "appello alla sensibilità, all'affetto e al cuore dei musulmani" per la liberazione delle due italiane. Così, mentre tutta la politica interna ed estera italiana si è orientata al dialogo possibile con l'Islam moderato, nel tentativo di bloccare l'escalation del conflitto di civiltà, ecco che Frattini va a scegliere proprio il Kuwait per fare pressione sui tagliagole che stringono il collo delle due ragazze. Strano, davvero strano!

Le stranezze sono tante. E' stranissimo che il ministro abbia riferito alla stampa di aver avuto "informazioni importanti" nella sua sosta in Iraq. Che faceva tra i minareti di lusso di Kuwait City, giocava a James Bond con un drink in mano e la pistola nell'altra? Un ministro serio certe cose se le tiene per se e Frattini -osiamo sperare- dovrebbe ben saperlo. Non è possibile che il peggior veleno del berlusconismo, che è lo sfruttamento di qualsiasi occasione spicciola per mettersi in luce in tv, abbia pervaso l'intero governo e l'intero Paese.

Quella dichiarazione di Frattini, dunque, poteva essere un segnale ai rapitori, per far sapere loro: "Guardate che ne sappiamo certe cose!". Esattamente alla stessa ora un segnale opposto da Baghdad si incrociava con quello del ministro. Il capo degli Ulema Abdel Salam al Kubaisi convocava un'insolita conferenza stampa, per dichiarare testualmente: "I sequestratori delle due italiane sono agenti di un Paese straniero, gente che manovra per gettare fango sulla resistenza irachena e sull'Islam".

Per la prima volta in Iraq un rapimento viene attribuito da un'autorità così ufficiale e importante a un servizio segreto straniero. Nelle stesse ore Al Kubaisi aveva un colloquio con l'ambasciatore d'Italia Gianludovico De Martino, andato a fargli visita. Tutto questo dovrebbe significare qualcosa. Secondo alcuni osservatori arabi, il capo degli Ulema non alludeva né alla solita Cia né a Israele, perché in tal caso si sarebbe espresso in altro modo o non avrebbe parlato affatto. Si trattava invece di un vero atto d'accusa contro i servizi segreti del Kuwait. Anche la versione del capo degli Ulema sull'intenzione delle ragazze di trasferirsi nella città di Falluja, presidiata dai ribelli, per sfuggire alle minacce ricevute sembra indicare che il pericolo veniva da tutt'altra parte.

Ma perché il piccolo e apparentemente innocuo emirato? Dopo decenni di pigro benessere, rotto dal trauma dell'invasione, dalla guerra dalle torture, detestato dai vicini e ignorato dall'Occidente, il Kuwait ha sviluppato in questi anni una sindrome di accerchiamento e incomunicabilità con il mondo intero. Basta pensarci per constatare che il Kuwait assolutamente non esiste sulla scena diplomatica. Il suo governo, le sue ambasciate sono virtuali. E' come se vivesse nel sommerso, come un pesce palla acquattato sul fondo. Nel frattempo, secondo gli esperti di intelligence, l'emirato con l'aiuto della Cia ha costruito servizi segreti di discreta efficienza, anche perché muniti di molto denaro, ritenuti competitivi nella regione e capaci anche di operazioni sporche.

Le cose vanno viste sempre attraverso gli occhi e gli interessi dei vari protagonisti. Per lo Stato kuwaitiano non è mai cessato il terrore di essere inghiottito e annullato in un diverso assetto geopolitico regionale. Guerra e dopo guerra in Iraq e con la crisi di regime dell'Arabia Saudita stanno facendo suonare tutti gli allarmi. Nella possibile esplosione della galassia mediorientale innescata dalla guerra globale al terrorismo, certe correnti di pensiero dell'amministrazione americana vorrebbero accorpare il Kuwait con uno stato scita nel sud dell'Iraq con capitale Bassora, la città da dove provengono la maggioranza dei kuwaitiani.



Quindi da un lato bisogna chiedersi non se il Kuwait sta svolgendo un gioco autonomo nell'attuale guerra civile irachena ma quale gioco esso svolga, essendo ben verosimile che la stabilizzazione dell'Iraq voluta da Washington non si concilia con gli interessi dell'Emirato. Dall'altro bisogna sperare che la nostra diplomazia sia consapevole di questi giochi ad alta e pericolosissima tensione.

ATTESA IN PARLAMENTO PER L'AUDIZIONE DI FRATTINI-BOND

Le Commissioni esteri attendono con ansia di sentire nel pomeriggio di oggi (mercoledì) al Senato i risultati del breve e viaggio di Frattini-Bond in Medio Oriente: tappe di poche ore nei tre Paesi più "americani" del mondo arabo, pullulanti di spie ma vuoti di influenza politica sulle bande armate irachene. Un viaggio etichettabile tra lo spionaggio di Stato e la diplomazia segreta, poco rituale per un ministro ma di sicuro effetto mediatico. Dopo il Kuwait, Frattini ha fatto tappa negli Emirati Uniti, porto franco per la comunità dell'intelligence internazionale. Abu Dhabi e Dubai, paradisi cosmopoliti del lusso e del denaro, hanno sostituito quella che fu la Beirut degli anni '60 e '70. Dopo brindisi all'arancio e salamelecchi, il ministro è corso a Doha nel Qatar, petrolio e tv arabe, dunque ancora spie. Sempre regolarmente embedded tra i suoi fedelissimi della Farnesina Cesare Ragaglini e Riccardo Sessa. Emozioni a non finire, da raccontare in Parlamento.

IL RITORNO DELLE SPIE OVVERO: QUANDO IL GIOCO SI FA DURO ECCETERA

Il ministro Franco Frattini nelle vesti di James Bond rientra perfettamente nel nuovo clima che, nell'emergenza terrorismo, ha restituito agli 007 le loro classiche e sacrosante funzioni. I collaboratori del ministro gli avrebbero caldeggiato -e preparato- il viaggio di diplomazia segreta subito dopo aver appreso che, dopo il rapimento dei due giornalisti francesi Jacques Chirac aveva spedito a Baghdad e a Najaf una squadra di "barbe finte" guidata dal generale Philippe Rondot, grande star dei servizi segreti di Parigi. Specialista in operazioni clandestine, Rondot è l'uomo che nel 1994 ottenne dal Sudan la consegna del super terrorista Carlos. Caso quasi unico in Europa è stato ai massimi livelli di entrambi i servizi francesi, il vecchio Sdece, oggi Dgse, e la Dst.

In Italia l'emergenza sequestri ha segnato il ritorno alla ribalta del SISMI e l'esautoramento del dilettante Maurizio Scelli, commissario della Croce Rossa. Scelli era stato ferocemente attaccato dalla sinistra per i troppi misteri e pasticci del rapimento di Agliana, Stefio, Cupertino e Quattrocchi. Nell'occasione si è detto solo che Scelli è un candidato trombato di Forza Italia ed è emersa l'anomalia del perdurante commissariamento dell'ente. Ma si è taciuto il dato più significativo: che è stato messo e viene tenuto alla CRI dal sottosegretario Gianni Letta, suo sponsor e protettore, la cui sorella è a sua volta commissario straordinario della Croce Rossa abruzzese. L'incarico di gestire il caso degli ostaggi gli era stato affidato proprio da Letta, che come sempre è stato risparmiato dall'opposizione.

Si è chiusa comunque l'ambiziosa avventura sul campo di Maurizio Scelli che nei nuovi scenari emergenziali aspirava a più alti incarichi e magari alla stessa direzione di un servizio segreto. Sabato scorso, al celebre premio culturale "Piani di Arcinazzo", ha dichiarato che "è giusto che a trattare gli ostaggi siano le istituzioni: noi per ora restiamo in panchina".

LA TORTA DEGLI AIUTI UMANITARI
LE ONG E L'IRAQ: FUGGIRE MA NON FUGGIRE QUESTO È IL PROBLEMA


Il sequestro delle due ragazze italiane in Iraq ha inflitto un duro colpo alla cooperazione internazionale in quel Paese. La fuga delle Ong dall'Iraq, prima annunciata, poi smentita, poi consumata alla chetichella, si è conclusa ieri con la partenza per Damasco dell'ultimo volontario italiano, l'infermiere di Movimondo Giancarlo R. Le ragioni, poco edificanti, di tanta incertezza sono costate il posto al coordinatore internazionale delle Ong in Iraq, Jean-Dominique Bunel, accusato di "leggerezza" e defenestrato perché aveva annunciato la ritirata di tutte le Ong dall'Iraq per motivi di sicurezza.

Gli italiani sono insorti infuriati perché "non possiamo abbandonare gli iracheni". In gioco c'è ovviamente la torta miliardaria degli aiuti. Il presidente della federazione delle Ong Sergio Marelli ha affermato: "I volontari dei nostri otto organismi presenti in Iraq restano a fianco della popolazione". Non era vero niente. Sono stati tutti richiamati, ma non si deve dire per non compromettere progetti già finanziati per centinaia di migliaia di euro con soldi pubblici e privati (Unione europea, Onu, Farnesina, Regioni, etc). Alla ricerca di una soluzione, si è fornita questa versione: gli italiani se ne vanno ma la cooperazione continua. Unica differenza, i programmi verranno essere gestiti da "personale locale" e teleguidati dall'Italia o da altre capitali mediorientali.


Dagospia 15 Settembre 2004