DUEL! - MIELI & MELI CONTINUANO INDEFESSI A ROMPERE LE UOVA NEL PANIERE DI D'ALEMA - ALI' IL CHIMICO, ALIAS PARIS, RIAPRE IL GIALLO DELLA CADUTA DEL GOVERNO PRODI: QUALCUNO (CON I BAFFETTI) SAPEVA E TACQUE.
Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera"
Ma chi sbagliò i conti in quell'ottobre del '98, quando il governo Prodi cadde per un solo voto? Sembrerebbe un interrogativo ozioso, sette anni dopo, se non fosse che è uno dei protagonisti di quella vicenda a ritornarci sopra proprio adesso. È Arturo Parisi, infatti, che riesuma il giallo di quella giornata in cui Prodi perse il governo e D'Alema conquistò palazzo Chigi. Il presidente dell'assemblea federale della Margherita non ha gradito il ritratto che gli ha dedicato l'«Unità» due giorni fa. Perciò ha mandato una lettera al giornale fondato da Antonio Gramsci in cui mette i puntini sulle «i», per quel che riguarda il suo ruolo, almeno.
«Rileggo ancora una volta - scrive Parisi - la favola messa a suo tempo in giro soprattutto dal solerte Fabrizio Rondolino che il governo Prodi sarebbe caduto perché l'astratto Parisi fece male i conti». Non ci sta, il presidente dell'assemblea federale della Margherita, a fare la parte del politologo che non azzeccò il risultato giusto, e promette: «Un giorno, quando i protagonisti di questa vicenda saranno diventati tutti ex, mi ripropongo di raccontarla con qualche particolare in più». Altro non svela, Parisi, ma grazie a due interrogativi fornisce una pista: «C'era qualcuno che disponeva di numeri diversi e non ce li ha comunicati? E, se non lo ha fatto, perché?».
Già, perché? Sull'argomento sono fiorite storie vere, verosimili o falsissime. E ancora oggi, nel Transatlantico di Montecitorio, c'è chi ricorda che, per esempio, Silvio Liotta (il diniano che alla fine votò contro Prodi) aveva spiegato a qualche emissario dell'allora segretario della Quercia Massimo D'Alema che gli si era bruciata casa, in Sicilia, e che perciò non sarebbe potuto venire a Roma per votare.
Liotta poi venne, e votò, eccome se votò, visto che fece cadere il governo Prodi. Ma il fatto è che, secondo questa versione, nessuno aveva avvertito il premier e Parisi del Liotta traballante. Raccontano così i parisiani. E ricordano che lo stesso Luciano Violante, più tardi, rivelò che il problema del deputato diniano in odore di fuga c'era. Ma sempre lo stesso Violante smentì poi di aver mai raccontato questo particolare. Il giallo, dunque, resta giallo, però se Parisi era all'oscuro del caso Liotta, allora, senz'altro non aveva sbagliato i calcoli, sostengono gli uomini del presidente dell'assemblea federale della Margherita.
Ma il «solerte» Rondolino, allora addetto stampa di D'Alema, ricorda un'altra storia e fornisce una versione diversa: «Massimo, Fabio Mussi, che di sicuro non era un antiprodiano, e Marco Minniti fecero i conti il giorno prima. E mi ricordo che D'Alema, alle dieci di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo sapevano anche a palazzo Chigi.
Tant'è vero che all'indomani, all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione. Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto. Del resto, proprio quel giorno su Repubblica era apparsa un'intervista del portavoce dei Verdi, Luigi Manconi, il quale diceva: i voti di Cossiga mai e poi mai. E Manconi era un superprodiano, come il segretario dello Sdi Boselli. I due svolgevano per il premier lo stesso ruolo che i socialdemocratici svolgevano per Andreotti...».
Dunque, a sentir Rondolino, «nessun complotto». Eppure, ribattono i prodiani, il Foglio anticipò di un mese almeno l'esito di quella vicenda, pronosticando che D'Alema sarebbe andato a palazzo Chigi. Capacità divinatoria di Giuliano Ferrara? O qualcuno gli soffiò quella notizia?
Nel 2001 l'ex segretario del Ppi, Franco Marini, ammise con alcuni compagni di partito: «È vero, io e Massimo complottammo contro Prodi». Ma è sempre Rondolino, oggi, a precisare: «Il complotto non c'è stato, il che non significa che Massimo non avesse pensato di fare il presidente del Consiglio, ma non in quel momento». La versione di Rondolino coincide con quella che, nel 2001, diede Oliviero Diliberto: «D'Alema - disse il leader dei comunisti italiani - non voleva andare a palazzo Chigi in autunno, ma in primavera. Lui sperava che Prodi rimanesse al governo per fare la finanziaria, e puntava a succedergli l'anno dopo».
Allora la preveggenza del Foglio, insistono i parisiani, a che cosa fu dovuta? Forse al fatto che già luglio un autorevole esponente della segreteria della Quercia andava dicendo a qualche giornalista amico: «Mi pare proprio che D'Alema abbia deciso di prendere il posto di Prodi». Il mistero non viene quindi svelato. E chissà se questo giallo irrisolto inciderà sugli equilibri futuri dell'Unione, in caso di vittoria, se influirà, per esempio, sull'assegnazione delle poltronissime di Camera e Senato.
Dagospia 24 Novembre 2005
Ma chi sbagliò i conti in quell'ottobre del '98, quando il governo Prodi cadde per un solo voto? Sembrerebbe un interrogativo ozioso, sette anni dopo, se non fosse che è uno dei protagonisti di quella vicenda a ritornarci sopra proprio adesso. È Arturo Parisi, infatti, che riesuma il giallo di quella giornata in cui Prodi perse il governo e D'Alema conquistò palazzo Chigi. Il presidente dell'assemblea federale della Margherita non ha gradito il ritratto che gli ha dedicato l'«Unità» due giorni fa. Perciò ha mandato una lettera al giornale fondato da Antonio Gramsci in cui mette i puntini sulle «i», per quel che riguarda il suo ruolo, almeno.
«Rileggo ancora una volta - scrive Parisi - la favola messa a suo tempo in giro soprattutto dal solerte Fabrizio Rondolino che il governo Prodi sarebbe caduto perché l'astratto Parisi fece male i conti». Non ci sta, il presidente dell'assemblea federale della Margherita, a fare la parte del politologo che non azzeccò il risultato giusto, e promette: «Un giorno, quando i protagonisti di questa vicenda saranno diventati tutti ex, mi ripropongo di raccontarla con qualche particolare in più». Altro non svela, Parisi, ma grazie a due interrogativi fornisce una pista: «C'era qualcuno che disponeva di numeri diversi e non ce li ha comunicati? E, se non lo ha fatto, perché?».
Già, perché? Sull'argomento sono fiorite storie vere, verosimili o falsissime. E ancora oggi, nel Transatlantico di Montecitorio, c'è chi ricorda che, per esempio, Silvio Liotta (il diniano che alla fine votò contro Prodi) aveva spiegato a qualche emissario dell'allora segretario della Quercia Massimo D'Alema che gli si era bruciata casa, in Sicilia, e che perciò non sarebbe potuto venire a Roma per votare.
Liotta poi venne, e votò, eccome se votò, visto che fece cadere il governo Prodi. Ma il fatto è che, secondo questa versione, nessuno aveva avvertito il premier e Parisi del Liotta traballante. Raccontano così i parisiani. E ricordano che lo stesso Luciano Violante, più tardi, rivelò che il problema del deputato diniano in odore di fuga c'era. Ma sempre lo stesso Violante smentì poi di aver mai raccontato questo particolare. Il giallo, dunque, resta giallo, però se Parisi era all'oscuro del caso Liotta, allora, senz'altro non aveva sbagliato i calcoli, sostengono gli uomini del presidente dell'assemblea federale della Margherita.
Ma il «solerte» Rondolino, allora addetto stampa di D'Alema, ricorda un'altra storia e fornisce una versione diversa: «Massimo, Fabio Mussi, che di sicuro non era un antiprodiano, e Marco Minniti fecero i conti il giorno prima. E mi ricordo che D'Alema, alle dieci di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo sapevano anche a palazzo Chigi.
Tant'è vero che all'indomani, all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione. Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto. Del resto, proprio quel giorno su Repubblica era apparsa un'intervista del portavoce dei Verdi, Luigi Manconi, il quale diceva: i voti di Cossiga mai e poi mai. E Manconi era un superprodiano, come il segretario dello Sdi Boselli. I due svolgevano per il premier lo stesso ruolo che i socialdemocratici svolgevano per Andreotti...».
Dunque, a sentir Rondolino, «nessun complotto». Eppure, ribattono i prodiani, il Foglio anticipò di un mese almeno l'esito di quella vicenda, pronosticando che D'Alema sarebbe andato a palazzo Chigi. Capacità divinatoria di Giuliano Ferrara? O qualcuno gli soffiò quella notizia?
Nel 2001 l'ex segretario del Ppi, Franco Marini, ammise con alcuni compagni di partito: «È vero, io e Massimo complottammo contro Prodi». Ma è sempre Rondolino, oggi, a precisare: «Il complotto non c'è stato, il che non significa che Massimo non avesse pensato di fare il presidente del Consiglio, ma non in quel momento». La versione di Rondolino coincide con quella che, nel 2001, diede Oliviero Diliberto: «D'Alema - disse il leader dei comunisti italiani - non voleva andare a palazzo Chigi in autunno, ma in primavera. Lui sperava che Prodi rimanesse al governo per fare la finanziaria, e puntava a succedergli l'anno dopo».
Allora la preveggenza del Foglio, insistono i parisiani, a che cosa fu dovuta? Forse al fatto che già luglio un autorevole esponente della segreteria della Quercia andava dicendo a qualche giornalista amico: «Mi pare proprio che D'Alema abbia deciso di prendere il posto di Prodi». Il mistero non viene quindi svelato. E chissà se questo giallo irrisolto inciderà sugli equilibri futuri dell'Unione, in caso di vittoria, se influirà, per esempio, sull'assegnazione delle poltronissime di Camera e Senato.
Dagospia 24 Novembre 2005