DELFINA, "SAY GOODBYE" ALLA MANHATTAN PERDUTA E IRRIPETIBILE: JACK NICHOLSON, WOODY ALLEN, NORMAN MAILER CHE GIOCANO A CHI CE L'HA PIÙ LUNGO - LA LINGUA LUNGA DI TRUMAN CAPOTE - I GAY PER SCHWARZY - MARGAUX HEMINGWAY PERSA SUL FONDO DI UN BICCHIERE.
Gianluca Beltrame per "Panorama"
Le mezze misure non valgono quando si parla di Delfina Rattazzi. Chi conosce bene la figlia di Suni Agnelli la ricorda soprattutto per i suoi meravigliosi eccessi. E quando aveva vent'anni (erano i mitici e drammatici Settanta) non ci poteva essere per lei posto più giusto di New York. «Cammina sul lato selvaggio» cantava Lou Reed. Lei lo ha fatto e lo racconta in un libro ("Say Goodbye", 15 euro; debutto editoriale della casa editrice Cairo Publishing) fatto di storie di quegli anni è dì qualche bilancio. Ma soprattutto fatto di persone, raccontate con forza e con grazia. Con stile, che è la grazia sotto pressione.
«Da Elaine's (caffè e ritrovo nell'Upper East Side, ndr) c'è sempre qualche ospite di passaggio» scrive. «Warren Beatty, impegnato in politica per George McGovern. Jim Harrison che è venuto dal Montana perché è appena stato pubblicato "Vento di passioni" (...), Bob Rafelson, regista di "Cinque pezzi facili", che a volte porta Jack Nicholson. C'è Woody Allen. C'è Norman Mailer. C'è Jack Richardson che scrive solo di bische, partite a carte e casinò. La provocazione è di casa. Spesso gli uomini giocano a chi ce l'ha più lungo». Un gioco spietato: sbagli mossa e sei morto.
A volte non metaforicamente. «Una sera in una casa con vista sull'East River conosco Truman Capote. C'è anche Tennessee Williams, ubriaco. Credo di non averlo mai visto sobrio. Truman è piccolo, grasso e ha una voce chioccia assai poco attraente (...) Capote si sta scientificamente uccidendo con l'alcol e con la droga (...) É tenuto ai margini perché rivela nero su bianco i segreti di quell'alta società dove era stato ammesso una quindicina dl anni prima. Con il suo "Black and white ball", il ballo in bianco e nero dato in onore di Katherine Graham, proprietaria del "Washington Post", al Plaza Hotel il 28 novembre del 1966, aveva radunato quanto di meglio avessero da offrire New York, Hollywood, Washington e l'Europa. Una festa che è diventata leggenda per la straordinaria qualità degli invitati.
La lista venne pubblicata per intero il giorno successivo sul New York Times. Da Frank Sinatra con Mia Farrow a Norman Mailer, da Lauren Bacali a Tallulah Bankhead, da Candice Bergen a McGeorge Bundy, divi di ogni genere e di ogni settore si erano procurati delle maschere ed erano accorsi alla festa del piccolo genio letterario nato a Monroeville, nell'Alabama (...) Ma nel periodo che segue il famoso ballo, si mette a spiattellare i segreti di quelle signore così eleganti e raffinate che lo portano in vacanza sui loro yacht in Grecia. In particolare racconta la storia di una donna piuttosto nota che è stata prosciolta dall'accusa di aver sparato al marito, uccidendolo, in una sera di diluvio a Long Island. I nomi sono inventati ma la storia è riconoscibile. Capote scrive che la signora ha ucciso davvero il marito quella sera e spiega i motivi del gesto. Qualcuno passa le bozze alla signora Woodward prima della pubblicazione su Esquire. Lei si spara un colpo alla testa».
Delfina Rattazzi vive in questo mondo per nascita ma non solo: lavora alla Viking Press, dove è l'assistente di Jackie Onassis. «Apparentemente è molto fredda. Bella non è. È sproporzionata: la testa troppo grande sul corpo minuto, gli occhi piccoli e le gambe un po' corte. Appena può indossa i sandali del dottor Scholl's perché ha i piedi larghi e le scarpe le fanno male (...) Raramente dà delle feste, nell'appartamento sulla Quinta Avenue arredato in stile Settecento veneziano, con i divanetti ricoperti di una lucente seta bianca. Poco da bere e poco da mangiare. L'avarizia di Jackie è quasi patologica. Ha le sue radici: da bambina ha visto il padre, detto Black Jack, incenerire più di una volta gran parte del patrimonio familiare al tavolo verde».
Prima della casa editrice aveva conseguito un master alla Columbia University. «"Vorrei scrivere un pezzo su un culturista" dico. Mi viene lanciata un'occhiata dì fuoco. "E perché mai?" chiede la professoressa. "Perché è interessante, intelligente, fuori dagli schemi. Si chiama Arnold Schwarzenegger, ha studiato business all'università e vuole fare l'attore" (...) Sono stata a lungo nella Gold's Gym, la palestra in cui si allena, a Venice Beach, in California. Ho visto il sudore, la fatica, il perfezionismo, ma anche l'amicizia che lega i culturisti fra loro. Arnold non è timido. Ma alcuni dei suoi compagni lo sono. Ricordo Mike Katz, biondo, con gli occhi azzurri (...) Si allena anche lo strabico Lou Ferrigno, che al cinema diventerà l'incredibile Hulk. Fuori dalla palestra ci sono delle Rolls-Royce. Gli omosessuali ricchi vengono a fare la posta ai giovani culturisti».
Molte storie sono tragiche. «A volte da Elaine's viene Margaux Hemingway. È alta un metro e ottanta, bionda, radiosa, di una fragilità evidente, quasi esibita. Beve molto. Questa ragazzona che viene dall'Idaho è la nipote del grande Ernest. Sa di aria aperta e di piste da sci, di boschi e di laghi del nord, di picnic con lo zaino in spalla. La sua faccia è su tutti i giornali. Ha appena firmato un ricco contratto con Fabergé. Solo che è difficile trovare qualcosa di cui parlare con lei. È affettuosa, infantile, deliziosa. Ma persa sul fondo di un bicchiere».
Oppure quell'altra storia: «Sullo sfondo delle feste a Manhattan, timida, dolce, alta e con una macchina fotografica sempre al collo, c'è spesso Berry Berenson. Sorella di Marisa, modella e attrice di una bellezza imperiosa e un po' altezzosa, Berry. è alla mano, semplice e senza inutili schemi. Nel 1973 sposa, a sorpresa, l'attore Anthony Perkins, che non ha mai nascosto di essere gay. Sparisce dalla circolazione. Alleva due figli maschi: Osgood ed Elvis Perkins. Nel 1990 Tony Perkins dichiara pubblicamente di aver contratto l'aids. È morto nel 1992, al suo fianco Berry che gli stringeva una mano. "Abbiamo avuto una vita estremamente soddisfacente insieme. È stata una meravigliosa storia d'amore" ha detto Berry ai giornalisti. Berry Berenson è morta l'11 settembre 2001 nel volo dell'American Airlines numero 11 che è andato a schiantarsi sulle torri del World trade center».
Storie e persone della New York anni Settanta, l'isola che non c'è più.
Dagospia 06 Marzo 2006
Le mezze misure non valgono quando si parla di Delfina Rattazzi. Chi conosce bene la figlia di Suni Agnelli la ricorda soprattutto per i suoi meravigliosi eccessi. E quando aveva vent'anni (erano i mitici e drammatici Settanta) non ci poteva essere per lei posto più giusto di New York. «Cammina sul lato selvaggio» cantava Lou Reed. Lei lo ha fatto e lo racconta in un libro ("Say Goodbye", 15 euro; debutto editoriale della casa editrice Cairo Publishing) fatto di storie di quegli anni è dì qualche bilancio. Ma soprattutto fatto di persone, raccontate con forza e con grazia. Con stile, che è la grazia sotto pressione.
«Da Elaine's (caffè e ritrovo nell'Upper East Side, ndr) c'è sempre qualche ospite di passaggio» scrive. «Warren Beatty, impegnato in politica per George McGovern. Jim Harrison che è venuto dal Montana perché è appena stato pubblicato "Vento di passioni" (...), Bob Rafelson, regista di "Cinque pezzi facili", che a volte porta Jack Nicholson. C'è Woody Allen. C'è Norman Mailer. C'è Jack Richardson che scrive solo di bische, partite a carte e casinò. La provocazione è di casa. Spesso gli uomini giocano a chi ce l'ha più lungo». Un gioco spietato: sbagli mossa e sei morto.
A volte non metaforicamente. «Una sera in una casa con vista sull'East River conosco Truman Capote. C'è anche Tennessee Williams, ubriaco. Credo di non averlo mai visto sobrio. Truman è piccolo, grasso e ha una voce chioccia assai poco attraente (...) Capote si sta scientificamente uccidendo con l'alcol e con la droga (...) É tenuto ai margini perché rivela nero su bianco i segreti di quell'alta società dove era stato ammesso una quindicina dl anni prima. Con il suo "Black and white ball", il ballo in bianco e nero dato in onore di Katherine Graham, proprietaria del "Washington Post", al Plaza Hotel il 28 novembre del 1966, aveva radunato quanto di meglio avessero da offrire New York, Hollywood, Washington e l'Europa. Una festa che è diventata leggenda per la straordinaria qualità degli invitati.
La lista venne pubblicata per intero il giorno successivo sul New York Times. Da Frank Sinatra con Mia Farrow a Norman Mailer, da Lauren Bacali a Tallulah Bankhead, da Candice Bergen a McGeorge Bundy, divi di ogni genere e di ogni settore si erano procurati delle maschere ed erano accorsi alla festa del piccolo genio letterario nato a Monroeville, nell'Alabama (...) Ma nel periodo che segue il famoso ballo, si mette a spiattellare i segreti di quelle signore così eleganti e raffinate che lo portano in vacanza sui loro yacht in Grecia. In particolare racconta la storia di una donna piuttosto nota che è stata prosciolta dall'accusa di aver sparato al marito, uccidendolo, in una sera di diluvio a Long Island. I nomi sono inventati ma la storia è riconoscibile. Capote scrive che la signora ha ucciso davvero il marito quella sera e spiega i motivi del gesto. Qualcuno passa le bozze alla signora Woodward prima della pubblicazione su Esquire. Lei si spara un colpo alla testa».
Delfina Rattazzi vive in questo mondo per nascita ma non solo: lavora alla Viking Press, dove è l'assistente di Jackie Onassis. «Apparentemente è molto fredda. Bella non è. È sproporzionata: la testa troppo grande sul corpo minuto, gli occhi piccoli e le gambe un po' corte. Appena può indossa i sandali del dottor Scholl's perché ha i piedi larghi e le scarpe le fanno male (...) Raramente dà delle feste, nell'appartamento sulla Quinta Avenue arredato in stile Settecento veneziano, con i divanetti ricoperti di una lucente seta bianca. Poco da bere e poco da mangiare. L'avarizia di Jackie è quasi patologica. Ha le sue radici: da bambina ha visto il padre, detto Black Jack, incenerire più di una volta gran parte del patrimonio familiare al tavolo verde».
Prima della casa editrice aveva conseguito un master alla Columbia University. «"Vorrei scrivere un pezzo su un culturista" dico. Mi viene lanciata un'occhiata dì fuoco. "E perché mai?" chiede la professoressa. "Perché è interessante, intelligente, fuori dagli schemi. Si chiama Arnold Schwarzenegger, ha studiato business all'università e vuole fare l'attore" (...) Sono stata a lungo nella Gold's Gym, la palestra in cui si allena, a Venice Beach, in California. Ho visto il sudore, la fatica, il perfezionismo, ma anche l'amicizia che lega i culturisti fra loro. Arnold non è timido. Ma alcuni dei suoi compagni lo sono. Ricordo Mike Katz, biondo, con gli occhi azzurri (...) Si allena anche lo strabico Lou Ferrigno, che al cinema diventerà l'incredibile Hulk. Fuori dalla palestra ci sono delle Rolls-Royce. Gli omosessuali ricchi vengono a fare la posta ai giovani culturisti».
Molte storie sono tragiche. «A volte da Elaine's viene Margaux Hemingway. È alta un metro e ottanta, bionda, radiosa, di una fragilità evidente, quasi esibita. Beve molto. Questa ragazzona che viene dall'Idaho è la nipote del grande Ernest. Sa di aria aperta e di piste da sci, di boschi e di laghi del nord, di picnic con lo zaino in spalla. La sua faccia è su tutti i giornali. Ha appena firmato un ricco contratto con Fabergé. Solo che è difficile trovare qualcosa di cui parlare con lei. È affettuosa, infantile, deliziosa. Ma persa sul fondo di un bicchiere».
Oppure quell'altra storia: «Sullo sfondo delle feste a Manhattan, timida, dolce, alta e con una macchina fotografica sempre al collo, c'è spesso Berry Berenson. Sorella di Marisa, modella e attrice di una bellezza imperiosa e un po' altezzosa, Berry. è alla mano, semplice e senza inutili schemi. Nel 1973 sposa, a sorpresa, l'attore Anthony Perkins, che non ha mai nascosto di essere gay. Sparisce dalla circolazione. Alleva due figli maschi: Osgood ed Elvis Perkins. Nel 1990 Tony Perkins dichiara pubblicamente di aver contratto l'aids. È morto nel 1992, al suo fianco Berry che gli stringeva una mano. "Abbiamo avuto una vita estremamente soddisfacente insieme. È stata una meravigliosa storia d'amore" ha detto Berry ai giornalisti. Berry Berenson è morta l'11 settembre 2001 nel volo dell'American Airlines numero 11 che è andato a schiantarsi sulle torri del World trade center».
Storie e persone della New York anni Settanta, l'isola che non c'è più.
Dagospia 06 Marzo 2006