PERCHE' NON POSSIAMO NON DIRCI DEMOCRISTIANI - UN CAPITOLO DAL LIBRO DI MARCO DAMILANO, IL PIÙ VENDUTO AI POLITICI ITALIANI, SULLA (FALSA) CASTITA' DELLA BALENA BIANCA - IL MONITO DI DE GASPERI: "ATTENZIONE AI VERGINI IN POLITICA".
E' il libro che viene più venduto ai politici italiani, quello dell'ottimo Marco Damilano, intitolato "Democristiani immaginari", edito da Vallecchi. E' anche merito della prefazione di Giampaolo Pansa, oltre al fatto che i democristiani sono ancora tanti. C'è tutto quello che si dovrebbe sapere sulla Dc dalla "a" alla "z", da "A Frà che te serve?" fino a "Zac", passando per Alberto Sordi, gli scandali, la Chiesa e gli americani, Bartali e Kossiga, le autostrade e la Rai.
LA CASTITA' DELLA BALENA BIANCA
capitolo tratto da "Democristiani immaginari" di Marco Damilano, editore Vallecchi.
«Ma vieni via, che quelli non sono mai andati a letto con una donna nuda!», gridava quel sant'uomo di Benigno Zaccagnini. Esasperato da ore di discussione inconcludente. Aveva spalancato la porta e aveva invitato Aldo Moro a lasciar perdere "quelli". Che erano poi, pure loro, due leader di primo piano: Mariano Rumor e Emilio Colombo. Né Rumor né Colombo erano sposati, in effetti. E per quanto era dato a sapere facevano una vita casta e morigerata. Ma il grido di Zac rompeva un tabù: la castità non era più un valore politico, a prescindere. In realtà, politica e purezza non erano mai state una coppia ben assortita, nella Dc. Anzi, destavano più di un sospetto, se perfino De Gasperi si era sentito in dovere di avvisare la sua segretaria: «Si guardi dai vergini in politica». Il fatto è che dietro la castità esibita di tanti democristiani c'era un rapporto raffinato con la propria sessualità (e con il potere).
Fino agli anni Ottanta, l'accusa peggiore che potesse piovere su un capo dc era di essere un cacciatore di ragazze. «Sì, mi piacciono le donne, mi pare normale, no? Sono uno dei pochissimi democristiani ad ammetterlo», si difendeva Toni Bisaglia, come se fosse un crimine. Dopo decenni di voracità sessuale, dopo essere stato dichiarato da "Oggi" «scapolo d'oro» ("7 giorni Veneto" riferiva che nel clan dei bisagliani era scattata la gara di emulazione: «El "sergente de fero" Zanforlin xe sta dichiarà "scapolo de ghisa". E Altieri? "Scapolo del fil de fero". E la Barin? "Scapola de stagnola"»), si era sposato con la contessa Romilde Bollati, sulla cui barca ci fu la tragica fine per annegamento. E più saliva i gradini della carriera politica, più aumentavano le lettere anonime che denunciavano le sue avventure con le signore del Polesine. «Il mondo cattolico è molto sensibile a questo tipo di accuse», commentava sconsolato.
Ne sapeva qualcosa Mario Scelba, fotografato una sera d'agosto del 1959 in piena via Veneto, al Cafè de Paris, con una giovane, bella aristocratica siciliana che di nome faceva Mariella e non era la moglie: lo scatto finì sulle pagine de "Lo Specchio", settimanale scandalistico legato alla Dc e alla destra, che a Roma spesso erano la stessa cosa, con una didascalia velenosissima: «L'ex presidente del Consiglio on. Mario Scelba è uno dei pochi uomini politici rimasti ancora a Roma alla vigilia di Ferragosto. Notoriamente schivo di mondanità, l'on. Scelba, forse per il gran caldo, ha fatto quest'anno un'eccezione alla sua austera regola di vita, concedendosi qualche serata in via Veneto». Un'immagine da dolce vita, nella via Veneto felliniana: la donna abbronzata, lunghi orecchini e spalle scoperte, Scelba solare nella sua bruttezza, felice. Una foto trasformata in un ricatto permanente contro uno dei grandi leader dc del dopoguerra, negli anni dei dossier, dove gli spioni indagavano su Moro per accertare la voce di «una sua segreta frequenza in ambienti di prostituzione minorile».
Meglio restare coperti. Rispettare la regola aurea di Taviani: «Ah, che bella donna è il potere!». Confermata da don Baget Bozzo: «Tanti democristiani sono come lui. Uomini per bene che amano solo due cose: la famiglia e il potere. Il potere è il loro adulterio». In molti, per non sbagliare, evitavano di mettere su famiglia per buttarsi tra le braccia dell'unico, vero amore della loro vita. «Ho sposato la Dc», sorrideva il messinese Nino Gullotti a chi gli chiedeva ragione del suo celibato. Eunuchi per scelta: come quelli lodati nel Vangelo, al capitolo 19 di Matteo: «Ci sono eunuchi che si sono fatti eunuchi a motivo del regno dei cieli». Loro, i dc, si erano fatti eunuchi per comandare meglio. E non potevano immaginare che in India anni dopo sarebbe nato il partito degli Eunuchi, un braccialetto come simbolo, con un certo seguito e uno slogan accattivante: «La gente sa che non abbiamo mogli e famiglie e che lavoreremo per il bene pubblico». I democristiani avrebbero potuto sottoscrivere.
Alla fine degli anni Sessanta erano tanti i dc che ostentavano il loro celibato, quasi che li mettesse al riparo da ben altre tentazioni. C'era il forzanovista Vittorino Colombo, voto di castità e adesione alla confraternita "Militia Christi", avversato dal gran capo della corrente avversaria Marcora, che sull'avversario e i suoi amici aveva idee molto precise: «Tutti segaioli». C'erano i big dorotei: Rumor che si faceva accudire dalla sorella Teresa, sposata con un medico di Vicenza. Imperscrutabili i suoi gusti sessuali, sublimati in decenni di convegni di corrente, congressi, nomine. Colombo viveva coccolato da quattro sorelle, Margherita, Anna, Elena e Maria che sapendolo sbadato a tavola avvolgevano la bottiglia del vino con un po' di carta per evitargli di macchiare la tovaglia. «Perché non si sposa?», gli chiese un giorno il segretario del vescovo di Potenza. «Perché non ho tempo», aveva risposto. Quando divenne presidente del Consiglio giornali e settimanali fecero a gara per raccontare il privato del gentiluomo lucano che amava i cori alpini e possedeva un bel guardaroba, «con una gamma di cravatte da far invidia a un dandy», si leggeva su "Panorama". Il suo celibato rassicurava, insomma.
Mai uno scandalo rosa. Circolava la leggenda di una relazione tra Moro e l'attrice Rosanna Fratello, ma sottovoce, non usciva neppure una riga. C'era poi quel ministro che negli anni del terrorismo seminava la scorta per andare a trovare l'amante: gli addetti alla sicurezza lo sapevano e lo assecondavano, limitandosi a bonificare l'ambiente prima del suo arrivo nell'alcova. Ma anche in questo caso il raccontino restava tra le quattro mura del Palazzo. Nessuno, per carità, si avventurava ad alludere all'omosessualità di alcuni leader dc. Tranne "Il Borghese", settimanale della destra virile: avevano preso di mira con una regolarità un ministro, detestato più per la sua militanza nella sinistra dc che per altro, ma persero la relativa querela. E il ministro in questione spedì un elegante telegramma quando morì la giornalista Gianna Preda che lo aveva attaccato. Qualche volta, sui giornali, compariva un accenno a un notabile di primo piano sempre accompagnato da giovanotti «aitanti e ben pettinati». Oppure a quell'altro importante capocorrente che aveva dedicato le sue memorie a un amico conosciuto in gioventù, «l'unico cui ho aperto, e quante volte, il mio cuore».
Di Amerigo Petrucci, potente sindaco di Roma all'inizio degli anni Settanta, si parlava a mezza bocca di una sua passione per i profumi, di cui si ricopriva senza badare a spese, si accennava a certi ricevimenti in vestaglia nella villa al mare di Anzio. «Un gattone con l'aria placida, ma guai a stuzzicarlo. Tira fuori le unghie e graffia», dicevano di lui. Viveva con la governante, era sempre affiancato da una guardia del corpo (Vittorio Sbardella, che ne ereditò la corrente), collezionava cavalli di legno, bronzo, terracotta, porcellana. «Ha un timore reverenziale per il peccato», raccontava il repubblicano Oscar Mammì. «Una volta, a Parigi, riuscii a fatica a trascinarlo in un locale notturno. Schizzò fuori appena una ballerina provò a sedersi sulle sue ginocchia».
Per trovarne uno scandalo come si deve bisogna aspettare il 1979 e la conferenza stampa della signorina Yasmine, anzi Gelsomina, De Puoti. Costei è collaboratrice di Vincenzo Scotti, andreottiano ministro del Lavoro. La signorina parla di «vessazioni gravissime, scaturite dal mio fermo rifiuto a subire, a discapito della professionalità e della meritocrazia, una concezione del potere e una strategia paternalistica ove la donna è concepita solo come oggetto voluttuario...». In breve: lo accusa di averle promesso un posto da capo ufficio stampa se fosse andata a letto con lui. Scotti nega, la polemica tiene banco per settimane.
Ma è il modello del politico disinteressato perché asessuato a non reggere più. Colpa dell'evoluzione del costume, dell'enfasi sulla virilità (vedi lo scontro tra Craxi e De Mita su chi «ha le palle»). Ma soprattutto di una sovrapposizione nell'immaginario tra la mancanza di progenie naturale e la sterilità politica. Il decisionista Fanfani è anche padre di sette figli e ama dire «sono l'unico gallo in un partito di capponi», in senso non solo figurato. Bernabei ne ha messi al mondo otto, Andreotti quattro. Mentre quei dorotei dalla sessualità inesistente o incerta, curiali, senza desideri o con desideri troppo inconfessabili per essere pubblici, erano diventati l'emblema dell'impotenza del governare.
Se casti bisogna essere, beh, almeno che si ricalchino le orme dei templari, delle amazzoni, guerrieri vergini. La Dc finisce con lo scontro tra due personaggi diversi in tutto, ma che in comune hanno una scelta radicale: il voto di castità. Rosy Bindi e Roberto Formigoni. Lei di Azione cattolica, lui di Comunione e liberazione, lei vive alla Domus Mariae, lui con i Memores Domini di don Giussani, incrociano le lame per anni, non risparmiandosi cattiverie terribili sulla castità. «Io sono sicura solo della mia», attacca lei, che sul tema ne ha anche per Rocco Buttiglione: «Vuole sterilizzare la nostra memoria, ma lo sterilizzato sarà lui». «Io devo resistere a più tentazioni», replica Formigoni, che signore. «Una volta quelli che facevano voto di castità, Colombo o Rumor, erano un esempio di moderazione. Ora sono i più duri e puri. Forse per questo la Chiesa preferiva i peccatori», commenta Gerardo Bianco. Ma Rosy è rimasta un esempio di politica tutta d'un pezzo, rispettata anche da donne molto lontane dalla sua scelta. Mentre non si può dire lo stesso di Formigoni.
Alla Settimana sociale dei cattolici italiani di Napoli, nel 1999, in un clima austero, tra preti, frati e suore in sala, comincia a circolare una copia di "Novella Duemila". In copertina ci sono le foto di un villino di Fregene: una donna in preda a una crisi di pianto, accanto a lei Formigoni, a torso nudo. Una litigata tra Formigoni e quella che il rotocalco chiama «la sua fidanzata», la bruna modella Emanuela Talenti. Un documento decisamente più interessante dei gruppi di lavoro su famiglia, società civile e multietnicità. E qui torna il monito di De Gasperi: attenzione ai vergini in politica.
Dagospia 15 Marzo 2006
LA CASTITA' DELLA BALENA BIANCA
capitolo tratto da "Democristiani immaginari" di Marco Damilano, editore Vallecchi.
«Ma vieni via, che quelli non sono mai andati a letto con una donna nuda!», gridava quel sant'uomo di Benigno Zaccagnini. Esasperato da ore di discussione inconcludente. Aveva spalancato la porta e aveva invitato Aldo Moro a lasciar perdere "quelli". Che erano poi, pure loro, due leader di primo piano: Mariano Rumor e Emilio Colombo. Né Rumor né Colombo erano sposati, in effetti. E per quanto era dato a sapere facevano una vita casta e morigerata. Ma il grido di Zac rompeva un tabù: la castità non era più un valore politico, a prescindere. In realtà, politica e purezza non erano mai state una coppia ben assortita, nella Dc. Anzi, destavano più di un sospetto, se perfino De Gasperi si era sentito in dovere di avvisare la sua segretaria: «Si guardi dai vergini in politica». Il fatto è che dietro la castità esibita di tanti democristiani c'era un rapporto raffinato con la propria sessualità (e con il potere).
Fino agli anni Ottanta, l'accusa peggiore che potesse piovere su un capo dc era di essere un cacciatore di ragazze. «Sì, mi piacciono le donne, mi pare normale, no? Sono uno dei pochissimi democristiani ad ammetterlo», si difendeva Toni Bisaglia, come se fosse un crimine. Dopo decenni di voracità sessuale, dopo essere stato dichiarato da "Oggi" «scapolo d'oro» ("7 giorni Veneto" riferiva che nel clan dei bisagliani era scattata la gara di emulazione: «El "sergente de fero" Zanforlin xe sta dichiarà "scapolo de ghisa". E Altieri? "Scapolo del fil de fero". E la Barin? "Scapola de stagnola"»), si era sposato con la contessa Romilde Bollati, sulla cui barca ci fu la tragica fine per annegamento. E più saliva i gradini della carriera politica, più aumentavano le lettere anonime che denunciavano le sue avventure con le signore del Polesine. «Il mondo cattolico è molto sensibile a questo tipo di accuse», commentava sconsolato.
Ne sapeva qualcosa Mario Scelba, fotografato una sera d'agosto del 1959 in piena via Veneto, al Cafè de Paris, con una giovane, bella aristocratica siciliana che di nome faceva Mariella e non era la moglie: lo scatto finì sulle pagine de "Lo Specchio", settimanale scandalistico legato alla Dc e alla destra, che a Roma spesso erano la stessa cosa, con una didascalia velenosissima: «L'ex presidente del Consiglio on. Mario Scelba è uno dei pochi uomini politici rimasti ancora a Roma alla vigilia di Ferragosto. Notoriamente schivo di mondanità, l'on. Scelba, forse per il gran caldo, ha fatto quest'anno un'eccezione alla sua austera regola di vita, concedendosi qualche serata in via Veneto». Un'immagine da dolce vita, nella via Veneto felliniana: la donna abbronzata, lunghi orecchini e spalle scoperte, Scelba solare nella sua bruttezza, felice. Una foto trasformata in un ricatto permanente contro uno dei grandi leader dc del dopoguerra, negli anni dei dossier, dove gli spioni indagavano su Moro per accertare la voce di «una sua segreta frequenza in ambienti di prostituzione minorile».
Meglio restare coperti. Rispettare la regola aurea di Taviani: «Ah, che bella donna è il potere!». Confermata da don Baget Bozzo: «Tanti democristiani sono come lui. Uomini per bene che amano solo due cose: la famiglia e il potere. Il potere è il loro adulterio». In molti, per non sbagliare, evitavano di mettere su famiglia per buttarsi tra le braccia dell'unico, vero amore della loro vita. «Ho sposato la Dc», sorrideva il messinese Nino Gullotti a chi gli chiedeva ragione del suo celibato. Eunuchi per scelta: come quelli lodati nel Vangelo, al capitolo 19 di Matteo: «Ci sono eunuchi che si sono fatti eunuchi a motivo del regno dei cieli». Loro, i dc, si erano fatti eunuchi per comandare meglio. E non potevano immaginare che in India anni dopo sarebbe nato il partito degli Eunuchi, un braccialetto come simbolo, con un certo seguito e uno slogan accattivante: «La gente sa che non abbiamo mogli e famiglie e che lavoreremo per il bene pubblico». I democristiani avrebbero potuto sottoscrivere.
Alla fine degli anni Sessanta erano tanti i dc che ostentavano il loro celibato, quasi che li mettesse al riparo da ben altre tentazioni. C'era il forzanovista Vittorino Colombo, voto di castità e adesione alla confraternita "Militia Christi", avversato dal gran capo della corrente avversaria Marcora, che sull'avversario e i suoi amici aveva idee molto precise: «Tutti segaioli». C'erano i big dorotei: Rumor che si faceva accudire dalla sorella Teresa, sposata con un medico di Vicenza. Imperscrutabili i suoi gusti sessuali, sublimati in decenni di convegni di corrente, congressi, nomine. Colombo viveva coccolato da quattro sorelle, Margherita, Anna, Elena e Maria che sapendolo sbadato a tavola avvolgevano la bottiglia del vino con un po' di carta per evitargli di macchiare la tovaglia. «Perché non si sposa?», gli chiese un giorno il segretario del vescovo di Potenza. «Perché non ho tempo», aveva risposto. Quando divenne presidente del Consiglio giornali e settimanali fecero a gara per raccontare il privato del gentiluomo lucano che amava i cori alpini e possedeva un bel guardaroba, «con una gamma di cravatte da far invidia a un dandy», si leggeva su "Panorama". Il suo celibato rassicurava, insomma.
Mai uno scandalo rosa. Circolava la leggenda di una relazione tra Moro e l'attrice Rosanna Fratello, ma sottovoce, non usciva neppure una riga. C'era poi quel ministro che negli anni del terrorismo seminava la scorta per andare a trovare l'amante: gli addetti alla sicurezza lo sapevano e lo assecondavano, limitandosi a bonificare l'ambiente prima del suo arrivo nell'alcova. Ma anche in questo caso il raccontino restava tra le quattro mura del Palazzo. Nessuno, per carità, si avventurava ad alludere all'omosessualità di alcuni leader dc. Tranne "Il Borghese", settimanale della destra virile: avevano preso di mira con una regolarità un ministro, detestato più per la sua militanza nella sinistra dc che per altro, ma persero la relativa querela. E il ministro in questione spedì un elegante telegramma quando morì la giornalista Gianna Preda che lo aveva attaccato. Qualche volta, sui giornali, compariva un accenno a un notabile di primo piano sempre accompagnato da giovanotti «aitanti e ben pettinati». Oppure a quell'altro importante capocorrente che aveva dedicato le sue memorie a un amico conosciuto in gioventù, «l'unico cui ho aperto, e quante volte, il mio cuore».
Di Amerigo Petrucci, potente sindaco di Roma all'inizio degli anni Settanta, si parlava a mezza bocca di una sua passione per i profumi, di cui si ricopriva senza badare a spese, si accennava a certi ricevimenti in vestaglia nella villa al mare di Anzio. «Un gattone con l'aria placida, ma guai a stuzzicarlo. Tira fuori le unghie e graffia», dicevano di lui. Viveva con la governante, era sempre affiancato da una guardia del corpo (Vittorio Sbardella, che ne ereditò la corrente), collezionava cavalli di legno, bronzo, terracotta, porcellana. «Ha un timore reverenziale per il peccato», raccontava il repubblicano Oscar Mammì. «Una volta, a Parigi, riuscii a fatica a trascinarlo in un locale notturno. Schizzò fuori appena una ballerina provò a sedersi sulle sue ginocchia».
Per trovarne uno scandalo come si deve bisogna aspettare il 1979 e la conferenza stampa della signorina Yasmine, anzi Gelsomina, De Puoti. Costei è collaboratrice di Vincenzo Scotti, andreottiano ministro del Lavoro. La signorina parla di «vessazioni gravissime, scaturite dal mio fermo rifiuto a subire, a discapito della professionalità e della meritocrazia, una concezione del potere e una strategia paternalistica ove la donna è concepita solo come oggetto voluttuario...». In breve: lo accusa di averle promesso un posto da capo ufficio stampa se fosse andata a letto con lui. Scotti nega, la polemica tiene banco per settimane.
Ma è il modello del politico disinteressato perché asessuato a non reggere più. Colpa dell'evoluzione del costume, dell'enfasi sulla virilità (vedi lo scontro tra Craxi e De Mita su chi «ha le palle»). Ma soprattutto di una sovrapposizione nell'immaginario tra la mancanza di progenie naturale e la sterilità politica. Il decisionista Fanfani è anche padre di sette figli e ama dire «sono l'unico gallo in un partito di capponi», in senso non solo figurato. Bernabei ne ha messi al mondo otto, Andreotti quattro. Mentre quei dorotei dalla sessualità inesistente o incerta, curiali, senza desideri o con desideri troppo inconfessabili per essere pubblici, erano diventati l'emblema dell'impotenza del governare.
Se casti bisogna essere, beh, almeno che si ricalchino le orme dei templari, delle amazzoni, guerrieri vergini. La Dc finisce con lo scontro tra due personaggi diversi in tutto, ma che in comune hanno una scelta radicale: il voto di castità. Rosy Bindi e Roberto Formigoni. Lei di Azione cattolica, lui di Comunione e liberazione, lei vive alla Domus Mariae, lui con i Memores Domini di don Giussani, incrociano le lame per anni, non risparmiandosi cattiverie terribili sulla castità. «Io sono sicura solo della mia», attacca lei, che sul tema ne ha anche per Rocco Buttiglione: «Vuole sterilizzare la nostra memoria, ma lo sterilizzato sarà lui». «Io devo resistere a più tentazioni», replica Formigoni, che signore. «Una volta quelli che facevano voto di castità, Colombo o Rumor, erano un esempio di moderazione. Ora sono i più duri e puri. Forse per questo la Chiesa preferiva i peccatori», commenta Gerardo Bianco. Ma Rosy è rimasta un esempio di politica tutta d'un pezzo, rispettata anche da donne molto lontane dalla sua scelta. Mentre non si può dire lo stesso di Formigoni.
Alla Settimana sociale dei cattolici italiani di Napoli, nel 1999, in un clima austero, tra preti, frati e suore in sala, comincia a circolare una copia di "Novella Duemila". In copertina ci sono le foto di un villino di Fregene: una donna in preda a una crisi di pianto, accanto a lei Formigoni, a torso nudo. Una litigata tra Formigoni e quella che il rotocalco chiama «la sua fidanzata», la bruna modella Emanuela Talenti. Un documento decisamente più interessante dei gruppi di lavoro su famiglia, società civile e multietnicità. E qui torna il monito di De Gasperi: attenzione ai vergini in politica.
Dagospia 15 Marzo 2006