LA VERSIONE DI BRUNO - TABACCI A RUOTA LIBERA SUL RAPPORTO TRA POLITICA & AFFARI. A COMINCIARE DAL BUBBONE TELECOM: "QUANDO D'ALEMA FERMÒ CIAMPI E DRAGHI E LA FUSIONE TRA TIM E TELECOM CHE POTEVA BLOCCARE LA SCALATA DI COLANINNO".

Tratto da "Bruno Tabacci - Intervista su politica e affari", a cura di Sergio Rizzo (Laterza)

CHI TOCCA I FILI MUORE

Si racconta che nella primavera del 1991 l'organigramma della Sip, oggi Telecom Italia, fu fatto da Bettino Craxi ad Hammamet. Anche la decisione di dare il nocciolino duro di Telecom Italia alla Fiat, nel 1997, fu senza dubbio influenzata dalla politica. E nel 1999, facendo la scalata del secolo, Roberto Colaninno ebbe la benedizione del presidente del Consiglio Massimo D'Alema. Si dice che quello sia stato il peccato originale che ha portato Telecom alla situazione che conosciamo. Ma non bisogna forse risalire un po' prima, in una storia tutta condizionata dalla politica?
Di Roberto Colaninno difendo le buone intenzioni industriali, che aveva maturato in Olivetti, con l'operazione Omnitel, e che successivamente ha confermato con il risanamento della Piaggio. Il problema è che a un certo punto Colaninno incrocia i «furbetti del quartierino». L'Unipol, Gnutti, i Lonati, i bresciani. Non a caso tutto comincia con l'operazione sulla Banca agricola mantovana, una storia che ho vissuto in diretta. La scalata alla Bam da parte del Monte dei Paschi di Siena nasce come banco di prova della nuova alleanza che si instaura con l'arrivo al potere del centrosinistra fra quella che viene definita ancora, non so quanto propriamente, la finanza rossa, e la razza padana, i capitani coraggiosi tanto cari a Massimo D'Alema.

Non è un caso che uno dei principali promotori sia stato Stefano Bellaveglia, a lungo vicepresidente del Monte, uomo allora molto vicino ai Ds di Siena. All'epoca, se non sbaglio il 1996, ero ancora sotto processo, quindi la mia agibilità politica era molto limitata. Ma ero uno di quelli contrari alla vendita al Monte. La mia idea era che la Bam avrebbe dovuto fare un'aggregazione con un'altra banca padana: Cariparma o la Popolare di Vicenza oppure altre banche popolari. Molti altri, invece, condizionati da Colaninno, da Marcegaglia e da qualche furbetto, spingevano per vendere ai senesi.

Quando si fece l'assemblea per decidere, fu addirittura organizzato un concerto con il tenore Luciano Pavarotti, pagato dal Monte, per attirare più gente possibile. Il fronte degli scalatori organizzò i pullman per andare a prendere i soci e portarli a votare, visto che nelle banche popolari ogni azionista conta per un voto e non in proporzione delle quote che ha e che in quell'occasione si doveva modificare lo statuto, trasformando la Bam in società per azioni. Grazie a questo soccorso rosso, il Monte dei Paschi vinse per mille voti di scarto. Così noi mantovani, dall'essere cacciatori, diventammo preda.

E la responsabilità fu anche in quel caso della politica?
Della politica e di un potere bancario sempre più autoreferenziale. La Banca agricola mantovana avrebbe potuto crescere fondendosi con le Popolari di Vicenza o Verona, o con la Cassa di Parma, ma quelle operazioni non si fecero soltanto per una questione di poltrone. L'assalto del Monte dei Paschi di Siena avviene invece tutto all'ombra del potere politico dei Ds: Mantova, Siena, soprattutto Roma. E avendo scrutato meglio fra le pieghe di quell'operazione ci si sarebbe potuti accorgere in anticipo che quell'asse si stava preparando all'offensiva su Telecom Italia. Per inciso, lì compare per la prima volta anche Stefano Ricucci. Le sue prime operazioni le fa proprio con la Banca agricola mantovana, come cliente privilegiato acquisito dalla Banca Nazionale dell'Agricoltura.



Tanto Massimo D'Alema, quanto Roberto Colaninno, hanno sempre rigettato l'ipotesi che la scalata a Telecom Italia sia avvenuta sotto la tutela del Palazzo.
La simpatia fra D'Alema e la razza padana evidenzia l'intenzione del gruppo dirigente post-comunista di stringere rapporti con il mondo degli industriali. Ma anche l'esistenza, in quel momento, di un rapporto a dir poco ambiguo fra l'azionista pubblico e la finanza rampante.

Dove sono le prove?
Basta un episodio, già raccontato in un libro di Giovanni Pons e Giuseppe Oddo, sul quale sono fiorite molte interpretazioni. Quando Franco Bernabè, chiamato al timone di Telecom Italia dopo la non felice gestione di Gian Mario Rossignolo, convoca un'assemblea straordinaria con all'ordine del giorno la fusione fra Tim e Telecom Italia, che avrebbe potuto bloccare la scalata, si tiene una riunione a palazzo Chigi, presente un Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro, molto silenzioso. Il Tesoro, che all'epoca era ancora il primo azionista singolo con il suo 3,46 per cento, doveva decidere se partecipare o meno all'assemblea. Se avesse deciso per il sì, Bernabè avrebbe avuto buone speranze di raggiungere il quorum del 30% e di organizzare la difesa. Diversamente, il suo piano sarebbe stato seriamente a rischio.

Il direttore generale del Tesoro Mario Draghi era convinto che il Tesoro si sarebbe dovuto presentare, ritenendo che il dovere dell'azionista pubblico era quello di far funzionare gli organi. Ma D'Alema era di avviso contrario e il Tesoro non andò in assemblea. E noto che Draghi si fece scrivere dal premier una lettera nella quale palazzo Chigi si assumeva la responsabilità politica di quella mancata partecipazione, proprio perché l'interesse dell'azionista Tesoro coincideva con il buon funzionamento degli organi collegiali delle società partecipate.

C'è anche chi smentisce quella circostanza.
Facciano pure. La lettera esiste, lo so per conoscenza diretta. Anche se una volta, al ministero dell'Economia, ne ho fatto chiedere copia e al protocollo mi hanno detto che la copia non c'era. Ma la lettera è stata scritta e recapitata, come mi è stato confermato da più di uno dei presenti a quella riunione. E poi contano i fatti e lo svolgimento di quell'assemblea.

A quell'assemblea avrebbe dovuto esserci anche la Banca d'Italia, che era il secondo azionista singolo. Bernabè racconta in un'intervista di aver avuto un'as-sicurazione in tal senso dall'ex governatore Fazio in persona, che lui era andato a trovare qualche giorno prima. Ma poi nemmeno via Nazionale si presentò.
La sua ricostruzione è esatta. Non si presentarono né il Tesoro, né la Banca d'Italia. E neppure alcuni fondi controllati dalle banche. A questo proposito esiste il legittimo sospetto che questa defezione sia stata causata da una specie di moral suasion di via Nazionale. Il risultato è che mancò all'appello circa il 10% delle azioni. E siccome le adesioni all'assemblea si fermarono al 22% contro il 30% che era il minimo previsto, è chiaro che il comportamento di Tesoro e Banca d'Italia risultò determinante per il successo della scalata di Colaninno e soci.

Ma perché la storia di Telecom sarebbe così legata alle vicende della politica?
La spiegazione è sempre nel potere. Per questo tutti i passaggi nella vita di Telecom Italia sono stati fortemente influenzati dalla politica, ancorché debole, incapace di fissare regole del gioco nell'interesse dei cittadini consumatori e intenta a dividersi fra contrapposte tifoserie..


Dagospia 17 Maggio 2007