C'ERAVAMO TANTO AMATI - STORACE: "IO E GIANFRANCO DA TRENT'ANNI IN COPPIA MA LA PASSIONE ORA È FINITA. NON E' MICA UNA BELLA FIGA" - L'INVENZIONE DI FINI "VENTRILOQUO DI COSSIGA"- IL MITICO TRUCCHETTO DEL "DOSSIER RUTELLI" E CICCIODURO CI CASCÒ.

Aldo Cazzullo per il "Corriere della Sera"


«Di nuovo? Ancora la storia del dossier Rutelli? No, quella l'ho raccontata troppe volte, la prima a lei, saranno passati dieci anni.». Senatore Storace, ancora una volta, la prego. «Oggi no. Mi mette troppa malinconia». L'ultima... «Ci sono storie anche più belle, tra me e Fini. Come quel viaggio in Russia: la più bella vacanza della mia vita. Era il '91, l'anno del crollo dell'Urss. Entrammo in un giornale di nostalgici stalinisti arredato con stelle rosse, ritratti di Baffone e tutto. Ci guardammo negli occhi e non ci parlammo neppure: scattammo d'istinto nel saluto a pugno chiuso, gridando "We are italian communist!"».

Forse nessuna donna sa tante cose di Fini quanto Francesco Storace. Lui medesimo spiegò all'Espresso: «Quando litighiamo, come succede tra marito e moglie, finisce sempre che sono io a far la parte della femmina. Insomma, della femmina secondo la tradizione popolare: il sesso debole che abbozza». Tutto finito. Come quando finisce un amore, appunto. «Ci siamo conosciuti trent'anni fa. Ma non è che custodisco un ricordo particolare. Non è mica una bella figa» sorride amaro oggi, nel giorno dell'addio.

Proprio la sintonia emotiva con Fini, la comunicazione non verbale, la complicità hanno sempre procurato a Storace l'invidia degli altri colonnelli. Sembravano fatti per l'eternità: il secco e il tondo, il freddo e il passionale, stanlio e ollio. Con qualche punto in comune: nati a sette anni di distanza - Gianfranco ne ha 55, Francesco 48 - come le loro figlie: Giuliana Fini ha 22 anni, Marialidia Storace 15. Entrambi hanno un fratello più piccolo, entrambi vengono da famiglie borghesi di destra: volontario della Rsi, divisione San Marco, Argenio Fini, che chiamò il figlio Gianfranco come suo cugino Gianfranco Milani, ucciso dopo il 25 aprile; simpatizzante del Msi Giuseppe Storace, a torto indicato dall'Unità come picchiatore fascista.

Anche loro, come le coppie nell'anticamera del matrimonialista, hanno parecchio da rinfacciarsi. Devono molto l'uno all'altro. Fini trovò Storace che era un abusivo sovrappeso nella redazione del Secolo d'Italia e lo portò alla presidenza della Regione Lazio. «Se è per questo, io gli ho fatto scudo con il mio corpo» racconta Storace, che ha il fisico del ruolo. «Accadde a Napoli, nel 1987. Lui era appena stato eletto segretario del Msi, io avevo abbandonato Servello per votarlo. Ci trovammo di fronte un centinaio di disoccupati organizzati, venuti per menare. "Via i fascisti!" gridavano. Io presi Gianfranco e me lo portai via. Scampammo a stento».

Storace del resto vanta una serie di attentati che neanche de Gaulle. «Non c'è niente da ridere. Spari, rogo dell'auto, incendio della casa, con mia madre che tenta di lanciare mio fratello dalla finestra per sottrarlo alle fiamme. Fare politica a destra al tempo dell'antifascismo militante significava rischiare la pelle. Sono cose che uniscono per la vita e per la morte. Ma non voglio fare retorica. La storia del Msi pare un manuale di sopravvivenza».



Quando Fini perde la segreteria, Storace resta al suo fianco. «Al Secolo mi occupavo di lotta alla mafia e gli passavo materiale per le interrogazioni parlamentari contro il potere Dc. Poi nel '91, quando lui riconquistò il partito, io divenni il suo capufficio stampa. E allora vendere Fini non era facile come adesso. Non ci filava nessuno. Me ne inventavo di tutti i colori: una al giorno. Prima comunicazione, il mensile, mi fece un ritratto intitolato: "Lo sparaballe". Il numero migliore era quella di Cossiga ». Cossiga? «Erano i giorni del picconatore. Io avevo imparato il suo stile. Ero in grado di scrivere falsi testi di Cossiga in modo impeccabile: parole, aggettivazione, scelta della punteggiatura. Mi alzavo all'alba, scrivevo e attribuivo a Fini. Poi mandavo subito alle agenzie, in modo che la dichiarazione in cossighese del segretario del Msi fosse il primo lancio della giornata. Passò così l'idea di Fini ventriloquo di Cossiga, uomo più vicino al capo dello Stato, braccio destro nella demolizione della Prima Repubblica. Tutte balle».

Che con il tempo diventarono vere. Il sistema crollò, e si venne al duello con Rutelli... «No, il dossier Rutelli no! C'è un altro episodio molto più significativo. La prima volta che entrai in Parlamento, nel '94, neppure me ne accorsi. Avevo fatto campagna nel mio collegio, ma soprattutto mi ero speso per il partito, per Gianfranco. La sera del 28 marzo feci notte in via della Scrofa, ad aspettare i risultati e a festeggiare la vittoria dell'Msi e di Fini. Andai a dormire senza sapere nulla della mia sorte. Il mattino guardai Televideo e avvertii mia moglie che ero stato eletto deputato».

Dopo la sconfitta del '96 Storace diventa presidente della Vigilanza Rai e Fini inventa il soprannome di Epurator. «Non me ne sono più liberato». Fini gli affida la federazione romana, «e io la porto al 31%, più della Dc di Sbardella». Alle Europee del '99 An crolla, Fini viene processato all'hotel Plaza e Storace interrompe l'intervento critico di Fisichella: «Ingeneroso!». Poi parte con una dichiarazione di fedeltà: «Gianfranco, quanta acqua è passata sotto i ponti. E quante nuotate in quell'acqua... ». Alle Regionali del 2000 Fini convince Berlusconi a puntare su Storace, che strappa il Lazio alla sinistra voto per voto. «Quella notte però Fini fu l'ultimo ad arrivare - rievoca oggi -. Me lo ricordo, con il suo giubbotto di renna, entrare all'hotel Parco dei Principi alle quattro del mattino. A risultato acquisito».

I dissapori cominciano subito. Succede, quando il fratello minore cresce. O quando il maggiore imbocca un'altra strada: la ricucitura con Bossi, il progetto di entrare nel Ppe, l'idea del partito unico. Storace scrive lettere aperte di dissenso, per Natale Fini gli risponde con una lettera privata, a mano. «Una cosa molto bella, mi ha fatto piacere. Ma è come quando Gianfranco si ribella a Berlusconi e lui lo abbraccia dicendo che sono amici. La questione è politica » disse Storace. E ancora: «Con Fini a volte litighiamo a morte. Solo che lui è un incassatore straordinario.

Non si arrabbia mai e la cosa mi manda ancora più in bestia. Se ho una cosa da dirgli lo faccio apertamente, al contrario dei tanti cortigiani che ha attorno. Ma il richiamo di Fini è una cosa che sento. Lui è il capo e non si discute. Ne ho persino soggezione». Poi le cose precipitano. «Il viaggio in Israele, le telecamere allo Yad Vashem dove io ero stato tre anni prima ma in incognito, il fascismo "male assoluto" - rievoca ora Storace -. Il voto agli immigrati. Il referendum sulla fecondazione assistita. Il Corano nelle scuole». Lettere non ne sono arrivate più. «Ho sempre distinto i rapporti politici da quelli personali. Ma la politica alla fine è fatta da persone. Due possono stare insieme per comunanza di passioni o convergenza di interessi. Noi abbiamo perso entrambe. Ancora a dicembre Fini annunciava di voler ricucire con la maggioranza del partito; non l'ho più sentito».

Allora, addio. «E comunque, quella volta andò così. Autunno 2003, amministrative a Roma, ballottaggio Fini-Rutelli. Metto in giro la voce che abbiamo raccolto materiale su Rutelli e la sua famiglia. Lo dico a un giornalista di sinistra, che abbocca e lancia l'allarme democratico. Al faccia a faccia da Santoro, mi siedo dietro Gianfranco, in mano una cartellina con la scritta DOSSIER RUTELLI. Dentro c'erano 40 fogli. Tutti bianchi. Ogni tanto ne prendo uno e lo faccio scivolare con mossa furtiva in mano a Fini. Rutelli se ne accorge e comincia a fare segni di nervosismo. Gianfranco, serio, finge di leggere. All'ennesimo foglio Rutelli dà fuori da matto: "Ora anche noi raccoglieremo dossier sui fascisti!"». E qui finalmente Storace scoppia in una risata incontenibile, di quelle che confinano con il pianto.


Dagospia 04 Luglio 2007