MORTI DAL RIDERE - HITLER VISITA UN MANICOMIO. I PAZIENTI FANNO IL SALUTO NAZISTA. IL FÜHRER S'ACCORGE CHE UNO STA FERMO. PERCHÉ? "MIO FÜHRER, IO SONO L'INFERMIERE, NON SONO MICA MATTO!".

Bruno Ventavoli per "La Stampa"

Hitler visita un manicomio. I pazienti fanno il saluto nazista. All'improvviso il Führer s'accorge che uno sta fermo. Perché? Gli chiede. «Mio Führer, io sono l'infermiere, non sono mica matto!». Questa barzelletta circolava nella Germania degli anni Trenta, quando tutti dovevano alzare il braccio alla salute del Führer. E s'era capito che c'era ben poco da scherzare. Le parate, i discorsi del condottiero nazionale, la messinscena del potere facevano apparire la Germania molto seria nella sua ambizione di dominare il mondo.

Ma i motti di spirito, i cabaret, i comici sopravvissero al rigido controllo poliziesco, che vedeva anche in una semplice battuta, un attentato all'onore e alla dignità del Reich. Anche a costo della vita. Perché ci furono cittadini condannati a morte per semplici facezie spiattellate in privato, giusto per tenersi un po' su di morale, quando il Paese era avviato alla catastrofe. Un bellissimo libro, "Heil Hitler, il maiale è morto!" (Kowalski, pagg. 255, euro 17) di Rudolph Herzog, il figlio del regista Werner, ci offre un inedito quadro di quel cupo periodo, attraverso testimonianze, giornali, documenti.

Berlino era celebre negli anni Venti per la sua selva di cabaret. In quei fumosi scantinati si celebrava la libertà d'ogni cosa, del sesso, dei vizi, e ovviamente del ridere. La tradizione non cessò con l'avvento del nazismo. I cabarettisti s'accorsero che quell'ometto con i baffi era straordinariamente comico, se non fosse stato tragico, e si scatenarono. Le difficoltà di Weimar, l'incendio del Reichstag, la notte dei cristalli, l'ambizione degli emergenti nazisti, l'omosessualità di Röhm, ex fedelissimo di Hitler. Tutto finiva in barzelletta. E se all'inizio della dittatura le battute erano sgradite ma consentite, col passare del tempo divennero occasione di persecuzioni, condanne, ostracismi.

Il «Katakombe», luogo mitico della risata eversiva, resistette a lungo. Anche perché i gerarchi nazisti lo frequentavano per ridere di se stessi e dei rivali zelanti. Un giorno la tolleranza cessò. E Werner Finck, il cabarettista anima del locale, fu arrestato. Nel processo pubblico si difese spassosamente, ma la sua carriera finì. Il regime punì lui per educare tutti gli altri presunti «sovversivi, marxisti, giudaici» che, con la scusa del divertimento inoculavano pericolose idee antigermaniche nel pubblico. Chi voleva lavorare prese la tessera del partito e obbedì. Chi non volle piegarsi, o se ne andò all'estero, o rimase disoccupato, o fu internato.

Hitler non era un tipo granché ridanciano. Prendeva tutto mortalmente sul serio. Ma anche lui, in privato, sghignazzava. Il dittatore amava il varietà di bassa lega, e Goebbels gli organizzava degli «zelig» privati con ballerine e cabarettisti di regime, che facevano battutacce sui nemici della Germania. Ci fu anche un umorismo di Stato. Con comici allineatissimi, tipo il cantautore bavarese Weiss Ferdl, il «medico del sorriso», che interpretava film molto fessi, contornato da ariane biondissime.

Convinto che anche l'umorismo fosse propaganda, Goebbels inventò una serie di sketch per le sale cinematografiche, prima dei cinegiornali, Tran und Helle. Il primo era un ingenuo e calvo babbeo che faceva cose pessime, leggeva libri di autori ebrei, comprava arance al mercato nero, ascoltava la proibita Bbc. Il compare, un uomo di partito ligissimo, lo riprendeva con severità. L'obiettivo era quello di educare il popolo, anziché con le minacce, con la leggerezza. Il pubblico, effettivamente, si spanciava dalle risate. Ma la Gestapo informò Goebbels che teneva le parti, ovviamente, del «disfattista». La serie fu sospesa.



Molti dei grandi comici e cabarettisti, nel solco del witz mitteleuropeo, erano ebrei. Malgrado la situazione per loro fosse subito impossibile, non smisero di usare l'umorismo come arma per sopravvivere all'orrore. Ironizzando persino sulle prime leggi antiebraiche. In breve, però, tutti persero il posto. Alcuni lasciarono la Germania, molti finirono nei campi. Emblematica la parabola di Kurt Gerron, che era stato celebre attore, dall'Opera da tre soldi di Brecht all'Angelo azzurro con la Dietrich.

Era migrato prima in Austria, poi in Olanda. Ma i nazisti lo raggiunsero anche lì. Finì nei campi, e fu obbligato a organizzare spettacoli per guardie e prigionieri insieme ad altri attori ebrei internati. E riuscì sempre nell'impresa schizofrenica di suscitare sorrisi in mezzo all'orrore, ai cadaveri, ai convogli in partenza per le camere a gas. Fu coinvolto anche in un'operazione agghiacciante, il film Theresienstadt: un documentario sulla colonizzazione ebrea.

Era una pellicola di propaganda, particolarmente atroce, per ingannare gli osservatori internazionali (aveva anche come titolo: Il Führer regala una città agli ebrei), dove si mostrava il lager come una specie di città modello, con un grande sanatorio, bar, strade piene di svaghi, cabaret. Il tutto montato fittiziamente a Theresienstadt. Gerron curò la regia. Poi morì ad Auschwitz.

Negli ultimi anni della guerra, in tempi durissimi per la Germania, Gestapo e servizi segreti stavano ben attenti al morale interno della nazione. Con una severità quasi paranoica. Ogni minimo cedimento del morale veniva severamente punito, persino le barzellette. E molti tedeschi finirono davanti ai tribunali speciali per innocenti battute. Nella maggior parte dei casi, i buontemponi se la cavarono con il carcere.

L'attore Fritz Muliar, che non smise mai di prendere in giro il grande Reich, andò in carcere e poi al fronte, in un battaglione punitivo. Una povera impiegata dell'industria degli armamenti invece non si salvò. In fabbrica aveva raccontato: «Hitler e Göring sono sulla torre radio di Berlino. Hitler dice che vorrebbe fare felici i tedeschi. E Göring, pronto: "Allora buttati!"».

Un giudice la condannò alla ghigliottina, per le «parole d'odio sul Führer e sul popolo tedesco». Se ne andò alla ghigliottina pure Robert Dorsay, che per tanti film era stato un felice dongiovanni. Forse confondeva la realtà con lo schermo e ai ricevimenti sparava raffiche di barzellette sulle gerarchie. Tutti gli dicevano di stare attento. Non lo fece. E lasciò la testa in un cestino. Per la sua attività di «grave denigrazione del Reich».


Dagospia 03 Dicembre 2007