CACCIATORI DI INEDITI - ESCE "VOCI DALLA STRADA", ROMANZO MAI PUBBLICATO DI PHILIP K. DICK (RISALE AL '52) - NON È DI FANTASCIENZA, MA UNA STORIA REALISTICA, CON EVIDENTI RIMANDI AUTOBIOGRAFICI.
Bruno Ventavoli per La Stampa
Dorothy Kindred Dick s'era disamorata del marito funzionario del Dipartimento dell'Agricoltura che girava le campagne tra gente malridotta a controllare che il bestiame dichiarato abbattuto lo fosse per davvero. Dicevano che assomigliasse a Greta Garbo, di sicuro era inquieta, nevrotica e si aspettava molto di più dalla vita. Chiese a uno psichiatra se suo figlio, Philip, avrebbe patito il divorzio. Il prof la rassicurò. Lei allora mollò il marito e se ne andò a Washington.
Il piccolino, che stava bene solo nascosto dentro scatole di cartone in silenzio, invece soffrì tantissimo, anche perché si trovò solo con una mamma psicologicamente ingombrante. Se la donna non avesse ascoltato il brillante responso dello strizzacervelli, il piccolo Philip K. Dick sarebbe cresciuto più felice. Ma la storia della letteratura, forse, non avrebbe avuto uno degli autori più visionari e iconoclasti del XX secolo.
Che cosa abbia fatto PKD (così lo chiamano i fan) per immaginare il futuro lo sappiamo bene. Che cosa avrebbe potuto produrre nel campo della letteratura realista lo stiamo scoprendo a poco a poco dopo la sua morte, grazie al riaffiorare di inediti che non parlano di androidi né di rapporti di minoranza, ma delle quotidiane battaglie che si combattono per non sentirsi alieni tra i propri simili. In questo filone arriva ora in Italia l'ultima scoperta, "Voci dalla strada" (Fanucci), romanzo mai uscito dal limbo dei cassetti per mezzo secolo.
Dick aveva 24 anni quando lo concepì nel '52. E stava disperatamente cercando di diventare scrittore. Quello era il suo destino. Quella la sua vocazione. Quella la sua unica vera terapia di sopravvivenza. La storia è ambientata negli Anni Cinquanta in California. Il protagonista, Stuart Hadley, vende radio e aggeggi elettronici. Ha una moglie carina, sul punto di generargli un figlio.
Possiede auto, casa, buone prospettive di carriera. Insomma tutto quello che l'America considerava un paradiso terrestre da difendere ad ogni costo, anche con le bombe nucleari, dagli artigli dei perfidi sovietici. Hadley di tanto bendidio non sa che farsene. Lui si sente un artista, un sognatore, aspira a qualcosa di grande, ma dato che tradurre in realtà le illusioni è arduo, rischia di perdersi nell'angoscia, nella paura.
E cerca di colmare il vuoto interiore con l'alcol, il sesso, il fanatismo religioso di un predicatore nero, scivolando in una deriva sempre più autodistruttiva. S'invaghisce di una femme fatale, editrice di una rivista d'estrema destra, antisemita come i protocolli dei savi di Sion, e "en passant" la violenta. Quando tutto sembra perduto, spunta però una luce di redenzione.
Facile leggere in filigrana i sogni e i tormenti autobiografici del giovane Dick. Anche lui aveva fatto il commesso, in un negozio di dischi. E anche lui, come Hadley, pensava di essere nato per la scrittura, visto che riempiva di parole anche sessanta, settanta pagine al giorno. Da piccolino, quando era vittima di attacchi di panico (persino mangiare un panino in pubblico gli risultava arduo), leggeva rivistacce di fantascienza. Nella Berkeley sofisticata dove andò a vivere incontrò Joyce, Kafka, Camus. Dicono le sue biografie che oltre a scoprire la letteratura alta perse la verginità, con una cliente del negozio.
Che poi sposò. Il matrimonio finì subito male, perché quando dava da leggere alla consorte la "Finnegans Wake", o le sue stesse novelle, lei s'addormentava. Dick cambiò moglie (ne accumulò cinque nel corso della vita). Trovò Kleo Apostolides intellettuale e di sinistra, e un mentore letterario che lo incoraggiò e gli pubblicò le prime novelle. Di fantascienza.
Dick sapeva di essere nato per scrivere ma non sapeva ancora se essere contento che gli editori alla fine accettassero da lui solo incubi extraterrestri. I romanzi rimasti inediti (da quello ambientato nella Cina maoista a quest'ultimo sui dolori del giovane Hadley) ci mostrano una faccia e un'ambizione diversa dello scrittore. Talvolta arguto, talvolta malinconico, spesso dolente.
Perché sapeva che le minacce non arrivavano da Marte, ma dalle ferite dell'animo. I fan di Dick, i milioni di fan dickiani, si dividono di fronte a queste opere giovanili dimenticate e date per smarrite. C'è chi s'illumina d'immensa ammirazione, perché scopre un'inattesa vocazione realista. E chi invece di fronte a frasi tipo «le donne sono la metafisica del mondo» sogghigna cinico e vorrebbe tornare a "Ubik" o al "Cacciatore di androidi".
Poi la vita andò come andò. Decine di romanzi. Depressione. Medicinali. Anfetamine. Sanguisughe e fricchettoni intorno a lui. Fino alla morte nell'82 (cinque mesi prima che uscisse il "Blade Runner" di Ridley Scott). Sempre ossessionato dal confronto tra uomini e macchine, dalla ricerca di dei e cospirazioni. Forse smarrì il senno. O forse lo affilò.
Certo era difficile mantenere l'umore saldo dopo aver scoperto che il più grande complotto universale è la misteriosa banalità del vivere. E che solo gli sciocchi riescono a essere felici, non rendendosi conto di essere vuoti replicanti. Lui cominciò a capirlo intorno ai vent'anni. Ascoltando le voci della strada, e guardando inorridito l'America, perfetta, insipida, velenosa, come una moglie cotonata che t'aspetta col sorriso sulle labbra. Voleva scappare via. Ma il problema era: scappare, dove?
Dagospia 21 Febbraio 2008
Dorothy Kindred Dick s'era disamorata del marito funzionario del Dipartimento dell'Agricoltura che girava le campagne tra gente malridotta a controllare che il bestiame dichiarato abbattuto lo fosse per davvero. Dicevano che assomigliasse a Greta Garbo, di sicuro era inquieta, nevrotica e si aspettava molto di più dalla vita. Chiese a uno psichiatra se suo figlio, Philip, avrebbe patito il divorzio. Il prof la rassicurò. Lei allora mollò il marito e se ne andò a Washington.
Il piccolino, che stava bene solo nascosto dentro scatole di cartone in silenzio, invece soffrì tantissimo, anche perché si trovò solo con una mamma psicologicamente ingombrante. Se la donna non avesse ascoltato il brillante responso dello strizzacervelli, il piccolo Philip K. Dick sarebbe cresciuto più felice. Ma la storia della letteratura, forse, non avrebbe avuto uno degli autori più visionari e iconoclasti del XX secolo.
Che cosa abbia fatto PKD (così lo chiamano i fan) per immaginare il futuro lo sappiamo bene. Che cosa avrebbe potuto produrre nel campo della letteratura realista lo stiamo scoprendo a poco a poco dopo la sua morte, grazie al riaffiorare di inediti che non parlano di androidi né di rapporti di minoranza, ma delle quotidiane battaglie che si combattono per non sentirsi alieni tra i propri simili. In questo filone arriva ora in Italia l'ultima scoperta, "Voci dalla strada" (Fanucci), romanzo mai uscito dal limbo dei cassetti per mezzo secolo.
Dick aveva 24 anni quando lo concepì nel '52. E stava disperatamente cercando di diventare scrittore. Quello era il suo destino. Quella la sua vocazione. Quella la sua unica vera terapia di sopravvivenza. La storia è ambientata negli Anni Cinquanta in California. Il protagonista, Stuart Hadley, vende radio e aggeggi elettronici. Ha una moglie carina, sul punto di generargli un figlio.
Possiede auto, casa, buone prospettive di carriera. Insomma tutto quello che l'America considerava un paradiso terrestre da difendere ad ogni costo, anche con le bombe nucleari, dagli artigli dei perfidi sovietici. Hadley di tanto bendidio non sa che farsene. Lui si sente un artista, un sognatore, aspira a qualcosa di grande, ma dato che tradurre in realtà le illusioni è arduo, rischia di perdersi nell'angoscia, nella paura.
E cerca di colmare il vuoto interiore con l'alcol, il sesso, il fanatismo religioso di un predicatore nero, scivolando in una deriva sempre più autodistruttiva. S'invaghisce di una femme fatale, editrice di una rivista d'estrema destra, antisemita come i protocolli dei savi di Sion, e "en passant" la violenta. Quando tutto sembra perduto, spunta però una luce di redenzione.
Facile leggere in filigrana i sogni e i tormenti autobiografici del giovane Dick. Anche lui aveva fatto il commesso, in un negozio di dischi. E anche lui, come Hadley, pensava di essere nato per la scrittura, visto che riempiva di parole anche sessanta, settanta pagine al giorno. Da piccolino, quando era vittima di attacchi di panico (persino mangiare un panino in pubblico gli risultava arduo), leggeva rivistacce di fantascienza. Nella Berkeley sofisticata dove andò a vivere incontrò Joyce, Kafka, Camus. Dicono le sue biografie che oltre a scoprire la letteratura alta perse la verginità, con una cliente del negozio.
Che poi sposò. Il matrimonio finì subito male, perché quando dava da leggere alla consorte la "Finnegans Wake", o le sue stesse novelle, lei s'addormentava. Dick cambiò moglie (ne accumulò cinque nel corso della vita). Trovò Kleo Apostolides intellettuale e di sinistra, e un mentore letterario che lo incoraggiò e gli pubblicò le prime novelle. Di fantascienza.
Dick sapeva di essere nato per scrivere ma non sapeva ancora se essere contento che gli editori alla fine accettassero da lui solo incubi extraterrestri. I romanzi rimasti inediti (da quello ambientato nella Cina maoista a quest'ultimo sui dolori del giovane Hadley) ci mostrano una faccia e un'ambizione diversa dello scrittore. Talvolta arguto, talvolta malinconico, spesso dolente.
Perché sapeva che le minacce non arrivavano da Marte, ma dalle ferite dell'animo. I fan di Dick, i milioni di fan dickiani, si dividono di fronte a queste opere giovanili dimenticate e date per smarrite. C'è chi s'illumina d'immensa ammirazione, perché scopre un'inattesa vocazione realista. E chi invece di fronte a frasi tipo «le donne sono la metafisica del mondo» sogghigna cinico e vorrebbe tornare a "Ubik" o al "Cacciatore di androidi".
Poi la vita andò come andò. Decine di romanzi. Depressione. Medicinali. Anfetamine. Sanguisughe e fricchettoni intorno a lui. Fino alla morte nell'82 (cinque mesi prima che uscisse il "Blade Runner" di Ridley Scott). Sempre ossessionato dal confronto tra uomini e macchine, dalla ricerca di dei e cospirazioni. Forse smarrì il senno. O forse lo affilò.
Certo era difficile mantenere l'umore saldo dopo aver scoperto che il più grande complotto universale è la misteriosa banalità del vivere. E che solo gli sciocchi riescono a essere felici, non rendendosi conto di essere vuoti replicanti. Lui cominciò a capirlo intorno ai vent'anni. Ascoltando le voci della strada, e guardando inorridito l'America, perfetta, insipida, velenosa, come una moglie cotonata che t'aspetta col sorriso sulle labbra. Voleva scappare via. Ma il problema era: scappare, dove?
Dagospia 21 Febbraio 2008