CAFONALINO - E ORA, A COSA SI DEVE ATTACCARE BERTINOTTI? MESTA RIUNIONE PER CAPIRE LE RAGIONI DELLA SCONFITTA - INTORNO AL CARO ESTINTO, FRANCA VALERI E MARIO D'URSO - IMPAZZA UN "REGIME LEGGERO".
Elisa Calessi per "Libero"
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
Ha fallito il governo Prodi «stretto nella camicia di forza dei poteri forti». Ha fallito l'idea del partito di lotta e di governo anche se era una buona idea, ma è stata «irrisa». Hanno fallito Rifondazione comunista, che non è riuscita a rinnovarsi e Sinistra Arcobaleno che è stato un progetto «improvvisato».
Hanno fallito i dirigenti: «La rappresentanza ci è sfuggita di mano». Pensavano «bastasse aderire alla coscienza critica dove si manifestava». E invece gli operai hanno votato Lega. Anche se il vero responsabile della disfatta è la «modernizzazione» e il suo «carattere catastrofico».
E dire che lui, Fausto Bertinotti l'aveva anche previsto. Peccato che non ci ha creduto fino in fondo. E allora, in conclusione, come dice il buon Franco Russo, «avremmo potuto avere anche Trotsky e Lenin, ma avremmo perso lo stesso».
Ore 10, centro congressi di via dei Frentani. Va in scena l'auto-analisi collettiva della sinistra cancellata dalle istituzioni. È la prima uscita pubblica di Bertinotti dal voto. Seminario su "Le ragioni della sconfitta", promosso dalla rivista "Alternative per il socialismo". Non più di un centinaio i presenti, nemmeno tutta la delegazione parlamentare del Prc.
Spicca l'assenza dei due leader, su quattro, che avevano dato vita a Sinistra Arcobaleno: Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. In compenso ci sono Achille Occhetto, Carlo Leoni, Claudio Fava (Sinistra democratica), il radicale Sergio D'Elia, Cesare Salvi, Paolo Cento.
Ma il più vezzeggiato è Nicola Latorre, Pd, luogotenente di Massimo D'Alema. Compare anche Goffredo Bettini, ma in silenzio e per poco. Come passa giusto per un saluto Pierluigi Bersani. In Italia, attacca Fausto lo sconfitto, si è instaurato un «regime leggero». Quindi, entra nel vivo.
La prima ragione della sconfitta è l'aver partecipato al governo Prodi. La prima Finanziaria è stata «devastante», il pacchetto del welfare peggio, l'esecutivo si è dimostrato «impermeabile» ai movimenti. Si sono trovati come «tra Scilla e Cariddi, dove Scilla rappresentava l'accettazione (del governo, n.d.r.) e Cariddi la rottura prematura».
Hanno scelto Scilla ed ecco il risultato. Ma il problema era all'origine, in quel programma di 220 pagine che doveva essere «un manuale del governo». Mancava, però, di una «visione strategica. La scelta solitaria del Pd ha poi «tolto ogni spazio».
Ma non si può dare la colpa solo agli altri. La Sinistra arcobaleno è stata niente più che un «assemblaggio di forze diverse». I protagonisti hanno esagerato in «volontarismo e soggettivismo». Non si è riusciti «a costruire una cultura capace di pervadere larghi corpi sociali».
Così, in un «labirinto di impotenza» e nell'«eclisse dei grandi pedagoghi», non si è capito che la gente stava male. Che stava ancora più male con il tuo governo. Se un operaio di Melfi su tre fa uso di cocaina vuol dire che «la frontiera del cancello della fabbrica è stata divelta». Sul futuro, Fausto tace. Se ne occuperà il congresso.
E il dibattito che segue non offre grandi lumi. Nichi Vendola, in corsa per la segreteria, parla del capitalismo che si presenta con una «maschera» e spara contro il Pd che «organizza l'intelligenza del consumo». Occhetto, quello della gioiosa da macchina da guerra, inveisce contro la «macchina infernale del voto utile».
Latorre prima cita un inedito Pietro Ingrao (bisogna tenere insieme «rappresentanza e decisione), poi porta il ramoscello di pace: «La separazione consensuale era un'esigenza tattica», non «una scelta strategica». Del resto, osserva, l'ha detto anche Veltroni. Poi la parola torna agli elaboratori del lutto. «I tempi sono brevi», ammonisce Giordano, urge una «cultura della trasformazione».
Come diceva Gramsci, serve la «guerra di posizione». No, replica Paolo Brutti, il bandolo della matassa si è perso nelle «ristrutturazioni industriali» degli anni '80. Secondo Franco Russo bisogna andare ancora più indietro, a Hobbes e Smith. Per arrivare al grande cambiamento di oggi: «Il denaro si è impossessato di tutte le sfere della società, compresa quella politica».
Per questo loro hanno perso. E nemmeno Lenin e Trotsky redivivi avrebbero potuto fare meglio. Come uscirne? Bisognerebbe «socializzare la politica», come diceva il Pci. Ma se questo non è possibile, si chiede, «a cosa dobbiamo attaccarci?». Bella domanda.
Dagospia 16 Giugno 2008
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
Ha fallito il governo Prodi «stretto nella camicia di forza dei poteri forti». Ha fallito l'idea del partito di lotta e di governo anche se era una buona idea, ma è stata «irrisa». Hanno fallito Rifondazione comunista, che non è riuscita a rinnovarsi e Sinistra Arcobaleno che è stato un progetto «improvvisato».
Hanno fallito i dirigenti: «La rappresentanza ci è sfuggita di mano». Pensavano «bastasse aderire alla coscienza critica dove si manifestava». E invece gli operai hanno votato Lega. Anche se il vero responsabile della disfatta è la «modernizzazione» e il suo «carattere catastrofico».
E dire che lui, Fausto Bertinotti l'aveva anche previsto. Peccato che non ci ha creduto fino in fondo. E allora, in conclusione, come dice il buon Franco Russo, «avremmo potuto avere anche Trotsky e Lenin, ma avremmo perso lo stesso».
Ore 10, centro congressi di via dei Frentani. Va in scena l'auto-analisi collettiva della sinistra cancellata dalle istituzioni. È la prima uscita pubblica di Bertinotti dal voto. Seminario su "Le ragioni della sconfitta", promosso dalla rivista "Alternative per il socialismo". Non più di un centinaio i presenti, nemmeno tutta la delegazione parlamentare del Prc.
Spicca l'assenza dei due leader, su quattro, che avevano dato vita a Sinistra Arcobaleno: Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. In compenso ci sono Achille Occhetto, Carlo Leoni, Claudio Fava (Sinistra democratica), il radicale Sergio D'Elia, Cesare Salvi, Paolo Cento.
Ma il più vezzeggiato è Nicola Latorre, Pd, luogotenente di Massimo D'Alema. Compare anche Goffredo Bettini, ma in silenzio e per poco. Come passa giusto per un saluto Pierluigi Bersani. In Italia, attacca Fausto lo sconfitto, si è instaurato un «regime leggero». Quindi, entra nel vivo.
La prima ragione della sconfitta è l'aver partecipato al governo Prodi. La prima Finanziaria è stata «devastante», il pacchetto del welfare peggio, l'esecutivo si è dimostrato «impermeabile» ai movimenti. Si sono trovati come «tra Scilla e Cariddi, dove Scilla rappresentava l'accettazione (del governo, n.d.r.) e Cariddi la rottura prematura».
Hanno scelto Scilla ed ecco il risultato. Ma il problema era all'origine, in quel programma di 220 pagine che doveva essere «un manuale del governo». Mancava, però, di una «visione strategica. La scelta solitaria del Pd ha poi «tolto ogni spazio».
Ma non si può dare la colpa solo agli altri. La Sinistra arcobaleno è stata niente più che un «assemblaggio di forze diverse». I protagonisti hanno esagerato in «volontarismo e soggettivismo». Non si è riusciti «a costruire una cultura capace di pervadere larghi corpi sociali».
Così, in un «labirinto di impotenza» e nell'«eclisse dei grandi pedagoghi», non si è capito che la gente stava male. Che stava ancora più male con il tuo governo. Se un operaio di Melfi su tre fa uso di cocaina vuol dire che «la frontiera del cancello della fabbrica è stata divelta». Sul futuro, Fausto tace. Se ne occuperà il congresso.
E il dibattito che segue non offre grandi lumi. Nichi Vendola, in corsa per la segreteria, parla del capitalismo che si presenta con una «maschera» e spara contro il Pd che «organizza l'intelligenza del consumo». Occhetto, quello della gioiosa da macchina da guerra, inveisce contro la «macchina infernale del voto utile».
Latorre prima cita un inedito Pietro Ingrao (bisogna tenere insieme «rappresentanza e decisione), poi porta il ramoscello di pace: «La separazione consensuale era un'esigenza tattica», non «una scelta strategica». Del resto, osserva, l'ha detto anche Veltroni. Poi la parola torna agli elaboratori del lutto. «I tempi sono brevi», ammonisce Giordano, urge una «cultura della trasformazione».
Come diceva Gramsci, serve la «guerra di posizione». No, replica Paolo Brutti, il bandolo della matassa si è perso nelle «ristrutturazioni industriali» degli anni '80. Secondo Franco Russo bisogna andare ancora più indietro, a Hobbes e Smith. Per arrivare al grande cambiamento di oggi: «Il denaro si è impossessato di tutte le sfere della società, compresa quella politica».
Per questo loro hanno perso. E nemmeno Lenin e Trotsky redivivi avrebbero potuto fare meglio. Come uscirne? Bisognerebbe «socializzare la politica», come diceva il Pci. Ma se questo non è possibile, si chiede, «a cosa dobbiamo attaccarci?». Bella domanda.
Dagospia 16 Giugno 2008