D'ALEMA E IL COLORE DEI SOLDI - "SOLO IN ITALIA SI POSSONO ALIMENTARE MESCHINITA' E BECERISMO IDIOTA SUI REDDITI DI UN POLITICO. IO SO QUANTO GUADAGNANO CERTI DIRETTORI DI GIORNALI."

Luca Telese per Economy


Massimo D'Alema pianta gli occhi in faccia al cronista, e poi li abbassa verso i suoi piedi: «Le vede? Beh, sono queste. Proprio queste qui!». Obiettivo intuibile: le famigerate calzature dalemiane. Quelle della polemica sulle «scarpe da 1,5 milioni di lire». Correva l'anno 2000 e la leggenda vuole che i fatti siano andati così: l'allora premier, ospite di Alfredo Reichlin fu addentato dalla cagnetta di casa, e si lasciò scappare un imprecisato apprezzamento su costo e qualità delle calzature. L'aneddoto trapelò, fu ripreso da Concita De Gregorio su la Repubblica e da Giampaolo Pansa su L'Espresso, trascinandosi dietro una coda di polemiche infinite. Le scarpe erano un omaggio, no, costavano una tombola, anzi c'era stato uno sconto, le aveva fatte un artigiano amico di Marco Minniti. Ma soprattutto: era giusto che un leader postcomunista spendesse così tanto per vestire i piedi?

Ovvio che una conversazione con D'Alema sul suo rapporto con il denaro non possa eludere la questione. Così, dopo un accurato esame visivo, si può notare questo: il modello è in color cuoio chiaro, in ottime condizioni, tomaie ben rifinite, con cuciture laterali e in punta. Hanno ormai tre anni di vita e il presidente dei Ds non ha ancora dimenticato: «Glielo confesso. Mi sono pentito di non aver querelato. Avrei dovuto davvero. Tutto per un paio di scarpe fatte da un grande artigiano, che oggi purtroppo non c'è più. Costavano poco più di 300 mila lire, e ne ho prese diverse paia, tutto qui. Ma avrei dovuto querelare». Pure Pansa? «Tutti».

Già, ma non ci sono solo le scarpe. Perché D'Alema è anche quello che fu accusato da un giurista di sinistra come Guido Rossi di aver trasformato Palazzo Chigi «in una merchant bank». Erano i tempi della scalata di Roberto Colaninno alla Telecom; Rossi stava dall'altra parte della barricata. Dunque, D'Alema e il denaro, l'attenzione ma anche l'interesse per il mondo del business. Barche, azioni, bilanci familiari, abitudini. Un D'Alema trasparente e ironico, che promette di non celare nulla, dalla paghetta dei figli fino all'ammontare del proprio conto corrente.

Cominciamo dall'inizio: i primi soldi che ha visto in vita sua?
Sa che non saprei dirle? Non ho mai avuto un rapporto viscerale con il denaro e forse questa ne è la migliore prova: non ricordo soldi, da bambino.

Ma ci sarà stato, che so, un dentino dalemiano valutato qualche lira, sotto il cuscino della sua infanzia.
No, guardi, a casa mia fino al 1964, quando mio padre è diventato deputato, non c'erano soldi per dentini. Eravamo abbastanza spartani, a dire il vero.

Suo padre portava i soldi a casa?
Al contrario. Fino a quell'anno mia madre Fabiola, che ha sempre lavorato, guadagnava più di lui, che era un funzionario del Pci, in tempi in cui si tirava la cinghia. Solo dopo l'elezione abbiamo conquistato una certa tranquillità.

Qualche nonno munifico?
(Sorriso). A dire il vero uno zio, lo zio Gastone Modesti, che era il più benestante della famiglia e che ha la responsabilità capitale di avermi trasmesso la passione per le barche. Lui aveva un 11 metri.

Il primo lavoretto della sua vita? Cameriere, correttore di bozze...
Non ho mai fatto lavoretti. Ma appena entrato all'università Normale di Pisa mi ritrovai pieno di orgoglio. Avevamo vitto e alloggio pagati e questo argent de poche sarà stato l'equivalente di 100 o 200 mila lire. Ma per me era tantissimo.

Come li spendeva? Bastavano per il cinema?
Ma quale cinema? Era il '68! All'epoca il massimo della mia aspirazione ricreativa, diciamo, era un corteo di metalmeccanici.

Niente lavoretti, dunque. Allora quando arrivarono i primi soldi dal partito?
Me lo ricordo bene, nel '73, come responsabile della commissione culturale a Pisa. Mi fu riconosciuto, visto che continuavo a studiare, un mezzo stipendio: 50 mila lire.

E ci campava senza aiuti?
Fino a che non ho avuto una famiglia, per me i soldi non hanno mai contato molto. Non spendevo.

E le vacanze?
Feci un viaggio nei Paesi dell'Est, proprio nel '68, che mi portò a Praga...

Quando disegnò la famosa svastica su un carrarmato?
Proprio in quel viaggio. Spesi pochissimi denari: non dico in sacco a pelo, ma quasi.

Funzionario spartano. Ma si sarà comprato una macchina.
Una 500, usata, che mi ha servito gloriosamente ed è morta nell'adempimento eroico delle proprie funzioni. Poi il grande salto, per così dire, fu una 127.

Abitava in una casa, pagava un affitto.
Era un appartamento dei genitori della mia prima moglie, che ci aiutarono molto. In quella casa rimasi anche dopo il divorzio. Nel periodo pugliese, almeno all'inizio, vivevo quasi come un barbone, una stanza in subaffitto nel quartiere Libertà. Era come stare in una pensione.

Va bene, allora lei inizia a pensare ai soldi nei tempi moderni. Chi gestisce la cassa di casa D'Alema?
Ah, mia moglie, non c'è dubbio.

Ma lei quanto ha sul conto, lo sa?
A occhio e croce, 53 mila euro, direi. Più 100 mila in un fondo d'investimento, fluttuanti, come sa, a seconda del mercato. Abbiamo poi venduto una casa in Umbria che mio padre ci aveva lasciato. Niente patrimoni, come vede.



Quei soldi che fa, li accumula?
Macché, spariranno rapidamente tra poco, appena accenderò il leasing per la nuova barca.

Ah-ah, ci siamo!
No, non ci siamo affatto: nel senso che la barca ancora non c'è, non è ancora pronta, anche se ha alimentato leggende, menzogne, speculazioni.

Giuliano Ferrara ha già glorificato il suo albero in fibra al carbonio.
Beato lui che l'ha visto. Io sto ancora aspettando la consegna della barca.

E quanto pagherà per godersela?
Circa 600 mila euro. Non io, ma la società di amici che la compra. Dalla vendita dell'Ikarus a un signore svedese, che ne è molto soddisfatto, ne ho ricavati 280 mila.

Non bastano, però.
Coprono la metà: siamo in tre, quindi alla fine sono 100 mila circa a testa.

Sarà contenta Linda, che fa da cassiera.
Non lo è affatto, ma sopporta eroica.

È munifico o tirato?
Guardi, non sono affatto taccagno, al contrario. E poi a parte questo debole per la barca non spendo nulla: ho un buon televisore, ma non al plasma. Un bellissimo stereo Bang e Olufsen ma... quello me lo hanno regalato.

Sua moglie è più spartana?
Vorrei che spendesse di più per sé. Ma comprando al mercatino sembra che si vesta da grandi stilisti. Non so come faccia, è sorprendente.

Prova del nove antitaccagneria: si ricorda un regalo fatto recentemente?
Una collana per il matrimonio di una ragazza sopravvissuta al crollo della palazzina di viale Giotto, a Foggia nel 1999, che ci sta molto a cuore. Per sua fortuna li ha scelti Linda.

Con i dalemini come si comporta?
Li vizio un po' troppo e anche in questo mia moglie disapprova. Se mia figlia mi chiede 5 euro per uscire io gliene do 20. Ma a tutti e due ho detto: se avete dei soldi dateli sempre a chi chiede l'elemosina, perché l'umiliazione del chiedere è sempre superiore al disagio del dare.

Edificante. Torniamo al budget: lei arrotonda anche con i libri pubblicati dalla Mondadori.
Ma anche quella dei libri è una curiosa insinuazione: io alla mia casa editrice ho fatto guadagnare bei soldi, sa? Immodestamente sono un autore che vende.

Quanto le danno di anticipo per ogni libro?
Eh, eh...

Prego?
Una cifra non inferiore ai 30 mila euro, diciamo. Ma se si documenta scoprirà che "Un Paese normale" è stato un best-seller.

E Kosovo?
(Sorride). Quello, a essere onesti, è stato un mezzo fiasco. Ma l'unico.

Poi arrotonda anche con il Messaggero: quattro pezzi al mese. E quanto? Altri 4 mila euro?
Qui non vorrei svelare segreti editoriali. Ma solo in questo Paese si possono alimentare meschinità, stupidità, becerismo idiota sui redditi di un politico. Io so quanto guadagnano certi direttori.

Quali?
Tutti, nessuno escluso.

Mai avuto soggezione verso i potenti, per via del denaro?
Affatto. Nessuna reverenza, mai, davanti a chicchessia.

Certo che parlare con un mito come Enrico Cuccia non dev'essere stato facile, no?
Ci crede? Con lui non abbiamo mai parlato di soldi: era un uomo di grande cultura, uno degli ultimi che in Italia meritassero l'appellativo di classe dirigente.


Dagospia.com 21 Luglio 2003