TOGA LIBERISTA! - IL PG SANTAMARIA INCENSA DOLCE & GABBANA, “STILISTI CHE PENSANO IN GRANDE. I CAPITALI DEVONO CIRCOLARE LIBERAMENTE, ANCHE IN LUSSEMBURGO”

1. ‘DOLCE&GABBANA PENSANO IN GRANDE. VANNO ASSOLTI'
Paolo Colonnello per ‘La Stampa'

«Si tratta di due stilisti che pensano in grande come si conviene alla squadra di un grande gruppo italiano della moda presente nel mondo». E quindi, trasferire la sede dei marchi in Lussemburgo, è proprio «di un'impresa moderna», di più: «un'operazione lecita». Perché in fondo, Dolce & Gabbana «hanno pagato le tasse». Poche, all'estero, ma pagate: il 4 per cento sulle royalties in Lussemburgo anziché il 45 per cento in Italia.

Sarebbe la parola dell'accusa ma si trasforma nell'arringa della difesa. Così alla fine della sua requisitoria il Pg Gaetano Santamaria chiede ai giudici d'appello d'innanzi ai quali si trovano imputati per omessa dichiarazione dei redditi i due stilisti, di assolverli con formula piena. Certo, aggiunge il magistrato, «come cittadino contribuente italiano posso indispettirmi e magari sono contento che la Finanza accenda un faro, però posso allora aspettarmi un intervento su Marchionne e sulla Fiat quando trasferiranno la sede legale in Olanda?».

Tuttavia, prosegue il Pg, «come operatore del diritto devo dire che sono operazioni legittime, che la cessione dei marchi rientra nelle libere scelte imprenditoriali e va tutelata con il principio sacrosanto della libera circolazione dei capitali nel mercato». E poi uno dice che a Milano ci sono le «toghe rosse»...

Invece il Pg Santamaria fa mostra di una solida fede nel liberismo perché secondo lui, con quell'operazione, che la procura considerava un'esterovestizione basata su un ufficio con un paio di segretarie e poco più, in realtà «Dolce & Gabbana hanno pensato in grande, come un grande gruppo in espansione, pensavano alla quotazione in Borsa per porsi alla pari degli altri grandi gruppi nel settore e sono andati in Lussemburgo perché là c'è un regime fiscale capace di attrarre capitali e attirare investitori internazionali».

Se poi è vero che Gado (il nome della società all'estero cui erano stati ceduti i marchi, acronimo delle iniziali di Gabbana e Dolce, ndr) «ha pagato solo il 4% di imposte in Lussemburgo, è anche vero che i dividendi sono stati tassati in Italia e il prelievo complessivo è arrivato quindi al 32% e non è vero dunque che non hanno pagato le tasse in Italia».

Infine il pm ha ricordato che gli stilisti, dediti, secondo lui, «solo agli aspetti creativi», hanno già versato 40 milioni di euro nell'ambito del contenzioso fiscale «e pagheranno quello che pagheranno, ma il processo tributario è diverso da quello penale e in questo processo non ci sono prove di illeciti penali». Nemmeno, quindi, di quell'eccesso abusivo del diritto con cui il secondo gip aveva rinviato a giudizio gli stilisti, in una vicenda controversa fin dall'inizio.

È vero infatti che il Pg sorprende un po' tutti, persino gli avvocati della difesa, piacevolmente stupiti da questa requisitoria che sembra un'arringa (un po' meno quelli di parte civile dell'Agenzia delle Entrate, che hanno chiesto la conferma delle condanne). Ma è vero anche che le interpretazioni dei vari giudici che si sono occupati della storia non sono mai state univoche.

Non a caso il primo gip aveva respinto al richiesta di rinvio a giudizio della Procura assolvendo D&G sulla base del fatto che, come ha ricordato il Pg Santamaria ieri, si trattava non di evasione fiscale ma di questione tributaria. I pm avevano quindi fatto ricorso in Cassazione la quale, accogliendolo, aveva rimandato gli atti ad altro gip, che aveva perciò valutato la necessità di un processo. In primo grado gli stilisti erano stati dunque condannati a un anno e 8 mesi di reclusione insieme al loro commercialista Luciano Patelli.

Ieri il Pg ha invece chiesto un'assoluzione piena e la prescrizione di eventuali reati fino al 2004. Dunque, Dolce e Gabbana potrebbero uscire a testa alta da questo processo e prendersi qualche soddisfazione per le polemiche se seguirono la loro condanna. In particolare con il Comune di Milano che attraverso l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso fece sapere di non gradire che «due evasori fiscali» potessero affittare spazi comunali. Uscita infelice cui seguì una risposta altrettanto piccata con la serrata di tre giorni di tutti i negozi milanesi di D&G.

2. IL PG DI MILANO RAPPRESENTA L'ITALIA "LAVORO-GUADAGNO-PAGO-PRETENDO". MA UNA COSA È VERA: SENZA MAGHEGGI, PAGAMENTI IN NERO, OCCULTAMENTO DI DOCUMENTI O TRAFFICI ILLECITI, CHE C'ENTRA IL DIRITTO PENALE?
Bankomat per Dagospia

Ma "Santiddio", per usare le parole dell'eccellenza Santamaria, Procuratore generale a Milano, vogliamo capire che Dolce e Gabbana sono stilisti e non si occupano di evasione fiscale? Così si può riassumere la sua brillante requisitoria al processo milanese.

Nella loro disarmante semplicità, le parole del Pg lasceranno il segno perché vengono dalla pancia di questo Paese, già per sua natura non molto portato al senso dello Stato e della Legge. Pancia che due decenni di berlusconismo-senza-limitismo hanno esaltato, ma non certo creato.

Il ragionamento molto da Sciur Brambilla "Lavoro-guadagno-pago-pretendo", con la variante assolutoria "e pago anche tanti dipendenti", piace da morire a metà degli italiani. L'altra meta peraltro lavora poco, guadagna male, cerca posti pubblici e li ottiene, timbra al ministero ed esce, si fa rimborsare le mutande, e della casta non si indigna perché ne fa chiaramente parte.

La foga del dottor Santamaria ci parla di quest'Italia. E tuttavia una cosa andrebbe detta, una cosa che i magistrati colti, non politicizzati e legalitari che pur esistono in Italia dicono spesso ma fin troppo sottovoce: se uno paga meno tasse del dovuto, paghi il giusto, magari con qualche onesta sanzione, punto finito. Ma il diritto penale che c'azzecca?

Come fa a essere reato di frode (e non stiamo parlando di Mediaset e Berlusconi) una manovra fiscale magari errata, ma trasparente, evidente "per tabulas", che si legge nei bilanci? Sara casomai la più classica delle violazioni fiscali. Hai pagato meno del dovuto, e io Stato ti riprendo il giusto.

Il marchio Dolce e Gabbana valeva di più? Parliamone, e' sicuramente opinabile. Di certo la sua cessione ad altra società era in linea teorica lecita, il prezzo trasparente, le valutazioni esistevano nelle carte e nelle contabilità. Strani magheggi, pagamenti in nero, occultamento di documenti, spalloni e traffici illeciti, parrebbe che non ve ne siano stati.

Il concetto di abuso del diritto va finalmente discusso: se uno applica una legge non può essere accusato di frode. E' come l'associazione a delinquere senza il delitto, che alle matricole di legge i buoni docenti da sempre insegnano trattarsi di mostro giuridico, non per caso assente in moltissimi sistemi giuridici.

E cercare di ottimizzare il carico fiscale non può essere un reato a prescindere. Al massimo è un errore di applicazione delle norme che deve produrre una doverosa ed equa rettifica di conteggi e pagamenti. Indagini penali e requisitorie sociologiche potrebbero essere risparmiate. Uno Stato serio si fa pagare le tasse - e si fa rispettare - in tutt'altro modo.

Un approccio pragmatico alle verifiche fiscali, senza ricerca di criminali a ogni costo, riporterebbe nei giusti canoni un rapporto fisco-cittadino che invece sta deviando da troppo tempo rispetto al binario della dialettica normale dei Paesi civili. Il Fisco senz'anima, e senza vero spirito legale, e' vessatorio e giacobino, salvo poi consentire spesso ampia grazia a certi potenti. Applica norme illegali nello spirito, vessatorie, assurde, create male e gestite peggio, in spregio alla Costituzione.

D'altro canto il cittadino e imprenditore contribuente ragiona troppo spesso alla Berlusconi: siccome lavoro e sono un solerte imprenditore che crea benessere, tutto mi è consentito. Altra fesseria giuridica e filosofica. Se alle persone in gamba fossero consentiti i reati, creeremmo e giustificheremmo un mondo iniquo e assurdo.

 

 

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