COLOSSI E PARADOSSI - LUXOTTICA CHE DALL’ALTO DEI SUOI 12 MILIARDI VALE PIÙ O MENO COME UN COLOSSO DEL CALIBRO DI TELECOM ITALIA - FERRAGAMO È VALUTATA 2,8 MILIARDI, PIÙ DEI 2,5 DI MEDIOBANCA- BANCHE, FINMECCANICA ED ENI SONO A LIVELLI RIDICOLI DI QUOTAZIONI IN BORSA - LA GRANDE PAURA DEGLI INVESTITORI È L’EFFETTO CONTAGIO DELLA GRECIA E LA DISSOLUZIONE DELL’EURO - NESSUNO VORREBBE RITROVARSI IN MANO LIRE, DRACME O PESETAS…

Giovanni Pons per "Affari & Finanza - la Repubblica"

Brunello Cucinelli, l'ultima matricola del made in Italy, è andata a ruba e vale 737 milioni. La metà di Finmeccanica e poco meno della Banca Popolare di Milano che ha appena fatto un aumento di capitale da 800 milioni. Non sono numeri del lotto e bisogna riconoscere che a prima vista sembra difficile capire i mercati di oggi. I numeri che vengono espressi attraverso le Borse appaiono tutti sballati e inducono in confusione.

I paradossi sono numerosi: le banche italiane nel loro complesso capitalizzano 62 miliardi di dollari quanto il solo Banco Itau, uno dei più importanti istituti di credito brasiliani, quello a cui circa dieci anni fa il neo amministratore delegato di Banca Intesa Corrado Passera aveva venduto il gioiello della Comit in Sudamerica, la Banca Sudameris. Il colosso del lusso Lvmh vale 79 miliardi di dollari sul listino, quasi quanto la più importante azienda petrolifera italiana, l'Eni. E poi abbiamo il fenomeno Apple che con i suoi 522 miliardi ha raggiunto il doppio di PetroChina (274 miliardi).

E anche di Royal Ducth Shell (209 miliardi), distanziando gli altri fenomeni di Internet come Google (197 miliardi) e Microsoft (258 miliardi). Se poi si concentra lo sguardo dentro il catino di Piazza Affari i paradossi sono ancora più evidenti, come dimostrano i valori ridicoli che hanno raggiunto le banche e quelli sostenuti dalle aziende del lusso: Unicredit vale circa 15 miliardi di euro dopo tre aumenti di capitale per 13,5 miliardi in tre anni, Ferragamo è valutata 2,8 miliardi, più dei 2,5 di Mediobanca, con Tod's a quota 2,3. Sul fronte industriale le uniche aziende che stanno superando indenni le punizioni dei mercati si contano sulle dita di una mano: Pirelli 3,8 miliardi di capitalizzazione, Prysmian 2,4 miliardi, Autogrill 1,5 e poi Luxottica che dall'alto dei suoi 12 miliardi vale più o meno come un colosso del calibro di Telecom Italia.

Non a caso qualcuno in questi giorni ricorda le pazzie degli inizi degli anni Duemila, quando la matricola Tiscali era arrivata a capitalizzare più della Fiat, azienda considerata Old Economy. Ma a quel tempo tutto si spiegava con la bolla Internet che spingeva le quotazioni a livelli inverosimili per aziende che non avevano utili e a volte nemmeno ricavi. Oggi invece per il terzo assicuratore italiano, Fondiaria Sai, in crisi per le malversazioni della famiglia Ligresti, non si è presentato alla porta alcun gruppo europeo. Troppa paura di sovraesporsi al pericoloso settore dei titoli di Stato italiani. Altro esempio pratico di come il rischio-valuta sta condizionando gli investitori?

Atlantia ha una quotazione molto attraente in Borsa ma ha 12 miliardi di debiti che si è impegnata a rimborsare in euro. Se la moneta unica si dovesse "spaccare" avrebbe ricavi in lire e prestiti da rimborsare in una valuta sopravvalutata. Questo rischio al momento tiene lontani gli investitori che temono, investendo in Italia, di ricevere in cambio una moneta sottovalutata. In pratica è da più di un anno che gli unici titoli che attraggono un interesse da parte dei cosiddetti "real money" sono quelli che non hanno nazionalità, vendono su gran parte dei mercati del mondo e in particolare su quelli emergenti che mostrano una crescita dell'economia molto elevata. In Italia ne esistono poche di aziende di questo tipo e le abbiamo già menzionate perché appartengono in gran parte al settore dei beni di consumo internazionali: Tod's, Ferragamo, Luxottica, Autogrill.

Non a caso i fondi che hanno performato meglio nell'ultimo anno sono quelli globali, che possono investire allo stesso tempo nella coreana Samsung e nel colosso del gas mondiale Gazprom. La crisi del debito sovrano europeo, scoppiata nella seconda parte del 2011, ha fatto il resto. Le due aste di liquidità per mille miliardi di euro realizzate dalla Bce a inizio 2012 sembravano aver riportato il sereno sui mercati e a fine marzo si stava registrando il grande rimbalzo delle quotazioni.

Ma si è rivelato un fuoco di paglia. I rinnovati timori di un'uscita della Grecia dall'euro associati a politiche di austerity imposte dalla Germania che non fanno altro che deprimere la crescita economica anche dei paesi virtuosi, hanno velocemente condotto alla situazione odierna che è veramente anomala. Da almeno un mese a questa parte i flussi di capitale si stanno orientando secondo la logica della protezione del patrimonio piuttosto che della ricerca del miglior rendimento. Il deflusso di capitali da una valuta come l'euro, che fino all'inizio del 2012 aveva tenuto quotazioni molto elevate rispetto al dollaro e allo yen, sta ora accelerando. Lo ha segnalato anche il Financial Times in prima pagina facendo i nomi di importanti gestori di patrimoni come Amundi, l'inglese Threadneedle Investments o l'americana Merk Investments.

Non è tanto il problema della Grecia fuori dall'euro che preoccupa gli investitori. L'uscita si dà ormai per scontata e il danno è già stato sopportato dai mercati e dagli investitori con le svalutazioni delle obbligazioni e gli swap del mese di marzo. E' l'effetto contagio che spaventa tutti. L'estromissione della Grecia dall'euro potrebbe essere un segnale concreto che la valuta europea non ha più senso di esistere e che dopo la Grecia toccherebbe alla Spagna e poi all'Italia, il paese che ha il debito pubblico più alto d'Europa. Morgan Stanley in una nota del 24 maggio ha dichiarato di aver alzato dal 25% al 35% le probabilità di una spaccatura dell'eurozona indicando al tempo stesso quali potrebbero essere gli interventi immediati per far fronte alla delicata situazione.

Perché il timore di molti è che a furia di bracci di ferro la situazione possa scappare di mano. Segnali pericolosi in questo senso si sono già manifestati: la corsa a ritirare denaro dagli sportelli della banca spagnola Bankia è un esperimento che nessuno ha voglia di ripetere. «E' un periodo molto particolare - segnala il gestore di un grande hedge fund con sede a Londra - i volumi sono bassi e tutti stanno facendo le stesse cose, nessuno osa rischiare qualcosa di diverso. Tutti sono sottopesati sull'Europa e sovrappesati su Usa e mercati emergenti, nessuno vuol rischiare a un certo punto di trovarsi in mano lire, dracme o pesetas».

E quale è diventato oggi il principale bene rifugio per gli investitori di tutto il mondo? Il Bund tedesco anche se oggi offre rendimenti reali negativi. Motivo? Se l'euro dovesse spaccarsi il marco si rivaluterebbe a dismisura e il guadagno per chi ha in mano i Bund sarebbe enorme. Un po' diverso il caso della Svizzera, la cui banca centrale ha scelto di difendere a oltranza il cambio di 1,20 contro l'euro per evitare eccessive rivalutazioni che andassero a ripercuotersi negativamente sulla crescita del paese. Ma così facendo la banca centrale elvetica si è riempita di euro, si dice per circa 100 miliardi, e ora gli svizzeri devono sperare che la valuta europea non vada a gambe all'aria.

Le materie prime hanno invece perso un po' del loro smalto perché sono molto correlate alla crescita vorticosa dei paesi emergenti, a partire dalla Cina. Poiché il pil di queste aree ha cominciato a rallentare, le quotazioni delle materie prime hanno fatto lo stesso, lo si vede anche dal prezzo del petrolio sceso intorno ai 90 dollari. Chi ha più da temere in una situazione di questo tipo sono paradossalmente gli Stati Uniti. Il dollaro si sta rafforzando vistosamente per l'afflusso di capitali in uscita dall'Europa e questo fatto può frenare la ripresa che si sta faticosamente affermando a furia di "quantitative easing" e stimoli fiscali in stile keynesiano.

Se poi l'euro dovesse avere problemi di sopravvivenza è certo che gli Usa tornerebbero in recessione e così si spiega la grande attenzione che Obama in questo periodo sta rivolgendo all'Europa e il suo sprone a prendere misure a sostegno della crescita. Dato questo quadro non certo entusiasmante, però, non si può neanche escludere che a un certo punto le cose si mettano per il meglio. I tedeschi dovrebbero aver capito ormai che sarebbero i primi a perdere da un dissolvimento dell'euro e dopo il lungo braccio di ferro potrebbero decidersi ad aprire il portafogli. Serve un "firewall" di ampiezza tale da garantire il sistema contro qualsiasi attacco speculativo, o una garanzia sui depoa livello europeo per evitare qualsiasi corsa agli sportelli.

La Germania in questo momento può far fronte alla costruzione di queste dighe, se solo lo volesse. E dal canto suo la Bce può mettere in campo nuove misure contro il credit crunch, da un'accettazione più ampia dei collaterali a una nuova asta per le banche a più lungo termine. Se la situazione dell'eurozona si raddrizzerà tutta la prudenza e lo scetticismo degli investitori sarà pronta d'un tratto a scomparire e le valutazioni delle aziende in Borsa torneranno ad avere un senso ed essere ancorate alla realtà. Ma fino ad allora meglio aprire il paracadute.

 

 

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