USA, NUOVO ATTACCO A SCARONI - DOPO LA CESSIONE DI SNAM, ORA IL FONDO AMERICANO KNIGHT VINKE VUOLE STACCARE ANCHE SAIPEM DA ENI, CON LA SCUSA DELL’INCHIESTA SULLE TANGENTI ALGERINE “CHE CREA PROBLEMI REPUTAZIONALI E HA BRUCIATO 7 MLD € DI CAPITALIZZAZIONE DI ENI” - CHI È ERIC RAIMONDO KNIGHT, CAPO DEL FONDO CHE DEVE IL SUO SUCCESSO AI PARADISI FISCALI…

1. «PER ENI MEGLIO SCORPORARE SUBITO SAIPEM» - LETTERA A SCARONI DEL FONDO USA KNIGHT VINKE
Antonella Olivieri per "Il Sole 24 Ore"

Eric Knight in Italia non ci è arrivato. È stato fermato all'aerporto di Zurigo da un furto che gli ha sottratto i documenti personali. Però il fondo Knight Vinke, che rappresenta e che da ormai sei anni ha investito nell'Eni con una quota vicina all'1%, si è fatto sentire. Con l'amministratore delegato del Cane a sei zampe, Paolo Scaroni, a cui ha inviato a una lettera e con «Il Sole-24Ore» a cui ha spiegato telefonicamente perchè l'ha scritta. Dopo la battaglia vinta su Snam, il fondo attivista - base a Manhattan, ma portafoglio di aziende strategiche europee - torna alla carica per chiedere lo spin-off di Saipem. Ma senza polemiche. «Nessuna ostilità da parte nostra», assicura.

Nella missiva che inizia con "Dear Paolo" e si conclude con l'assicurazione di essere un "supportive" investitore di lungo termine, di sostenere cioè gli interessi del gruppo e dei suoi azionisti, Knight Vinke sollecita un rapido distacco da Eni di Saipem, che è «una bellissima società», in grado di reggersi da sola. E che però, a causa dello scandalo delle presunte tangenti in Algeria, ha perso valore. «Siamo preoccupati per la vicenda Saipem: in meno di tre settimane Eni ha bruciato 7 miliardi di capitalizzazione in Borsa, vanificando i progressi che erano stati fatti con la separazione da Snam.

Un peccato perchè Goldman Sachs, JP Morgan e anche Deutsche Bank avevano messo Eni nella lista dei titoli top in cui investire assolutamente quest'anno - sottolinea Eric Knight - Abbiamo inviato perciò una lettera al vertice del gruppo per aprire un dibattito e proporre soluzioni». «Nella configurazione attuale - spiega ancora l'investitore - Eni si assume tutti i rischi legali e reputazionali, ma non ha i vantaggi del controllo di Saipem. Una situazione che comporta rischi per l'Eni e il suo management, e che potrebbe ancora peggiorare se dovesse intervenire il Dipartimento di giustizia Usa: si è visto con il caso Bp quanto può essere pesante il contenzioso.

Eni cerca di attenuare questi rischi tenendo una relazione "lasca" con la partecipata e con una governance da società indipendente per Saipem. Ma questa situazione è comunque troppo ambigua. Da una parte Saipem, che per oltre la metà del suo giro d'affari ha clienti diversi da Eni, si presenta essa stessa come società autonoma. Dall'altra il logo dell'azionista compare ovunque, e ci sono più di 50 manager e impiegati nella società di impiantistica che arrivano dall'Eni.

Lo stesso amministratore delegato viene dall'Eni». «Il management dell'Eni sostiene che con Saipem ci sono sinergie, ma - argomenta il fondo attivista - se ci sono è perchè Saipem è controllata dall'Eni e allora è più difficile sostenere nel contempo che le gestioni delle due società sono separate».

La soluzione, insomma, è uscire dall'ambiguità e staccarsi del tutto da Saipem: sulla carta le formule tecniche sono tre, ma di fatto nella situazione attuale, secondo Knight Vinke, solo una è praticabile. La prima è cedere Saipem, ma non è il momento perchè il valore della società è crollato di un terzo. La seconda è collocare sul mercato il 43% di Saipem che è dell'Eni, ma vale il discorso di prima. La terza, che è quella sponsorizzata, è la scissione della società di impiantistica con la distribuzione delle azioni ai soci dell'Eni - compreso lo Stato, «che, a differenza del caso Snam, non sborserebbe nulla» - di modo che gli investitori siano liberi di scegliere quali titoli e quali rischi mantenere in portafoglio.

Così però l'Eni dovrebbe rinunciare a una società che dallo stesso Knight Vinke è giudicata «solida e con un posizionamento di mercato eccellente», con l'unico vantaggio economico di deconsolidare 4,3 miliardi di debito (operazione che peraltro presupporrebbe il rifinanziamento dell'importo, visto che si tratta di risorse contribuite da Eni a Saipem). «L'Eni, quando vende, pensa sempre a fare cassa - osserva Eric Knight - ma su questa vicenda ha già bruciato più valore in Borsa di quanto ne abbia investito in Saipem.

Potrebbe invece concentrarsi meglio sul core business - ha fatto degli ottimi investimenti in Mozambico che deve finanziare - e inoltre eliminerebbe l'holding discount sul titolo». Ma Saipem cosa ci guadagnerebbe? «Gli Usa hanno sviluppato una tecnologia di estrazione del gas non convenzionale (shale gas) che ha abbattuto i prezzi e consentirà agli Stati Uniti per la fine del decennio di diventare esportatore netto. Saipem è focalizzata sull'estrazione tradizionale: se fosse indipendente, potrebbe rifletterci».


2. IL GESTORE USA CHE FA L'ATTIVISTA IN EUROPA
Laura Galvagni per "Il Sole 24 Ore"

La madre, Ella Vinke, ha origini olandesi e discende da una nota famiglia di broker marittimi, mentre il padre, Carlo Knight, è uno scrittore napoletano con radici giamaicane,rampollo di una famiglia con ascendenze inglesi e francesi. Lui, Eric Raimondo Knight, è nato ad Amsterdam nel 1959, parla un italiano perfetto e un inglese senza inflessioni e la formazione, sulla carta, è di assoluto prestigio: una parentesi all'Eton College, una laurea in Economia a Cambridge e un MSc in Management alla Sloan School of Management del Mit.

A quarantanni prende la residenza a Napoli ma in Campania ci va solo per le ferie. Preferisce, piuttosto, frequentare la Svizzera. E qui, pare, incontra Tito Tettamanti con il quale sviluppa un rapporto di «cordialità», come lui stesso riferisce in un'intervista. Una relazione che, secondo alcuni, potrebbe aver aiutato il giovane finanziare a inserirsi nello Sterling Investment group, con sede alle Isole Vergini. L'arrivo nel paradiso fiscale è infatti uno snodo cruciale per la carriera di Eric Knight.

Ha modo infatti di conoscere quelli che poi saranno i suoi principali finanziatori e anche i suoi primi compagni di avventura. Con i colleghi Louis Curran e Patrick J. Dewez, entrambi oggi non più partner, fonda Knight Vinke Asset Management. È il 2003 e i denari per lanciare il fondo attivista, di tasca sua avrebbe messo 5 milioni di dollari, li riceve dal banchiere francese Edouard Stern (morto assassinato a Ginevra nel 2005) che investe 100 milioni di dollari e dal fondo pensionistico dello Stato della California (CalPers) che mette sul piatto 200 milioni di dollari.

Una dotazione sufficiente, oggi probabilmente molto ma molto più rotonda ma sulla quale non è possibile far luce visto che Kvam è registrato nel Delaware e quindi non è sottoposto a obblighi informativi, per dar vita alle prime battaglie da paladino degli azionisti. Ma al di là dei denari è la presenza tra i soci del potentissimo fondo pensione a fare la differenza. Una presenza che accompagna Eric Knight in buona parte delle sue battaglie. E non sono poche.

È decisamente una strana storia quella di questo fondo attivista che raccoglie i soldi dei fondi pensione nordamericani e li investe in large cap dell'energia e della finanza della Vecchia Europa, dove ha condotto con discreti successi le sue battaglie, intervenendo nella fusione tra Royal Dutch e Shell Transport, nel take-over di Electrabel da parte di Suez, nel successivo merger tra Suez e Gaz de France e nel cambio di governance e strategia di Hsbc. Oltre che, ovviamente, nella "separazione" di Eni da Snam.

 

paolo scaroniPAOLO SCARONI E SIGNORA Logo "Eni"SAIPEM SAIPEMPozzi di petrolio

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