FORZA EATALY! - LA STORIA DELLA CONCESSIONE (PER 60 ANNI) DATA AL COMPAGNO FARINETTI DAL SINDACO CHIAMPARINO PER APRIRE IL PRIMO RISTORANTE

Giacomo Amadori per ‘Libero Quotidiano'

«Esageruma nen». Non esageriamo, in dialetto sabaudo. Sono queste le parole con cui l'ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino avrebbe stoppato le richieste eccessive del suo amico Natale Oscar Farinetti, l'imprenditore albese che gli chiedeva la concessione gratuita per 99 anni dei capannoni della Carpano, storica fabbrica di vermouth torinese, per aprire il suo primo supermercato degli «alti cibi», meglio conosciuto come Eataly.

Lo si apprende sfogliando la biografia (autorizzata) di Farinetti, «Il mercante di utopie». «Esageruma nen» dunque. Siamo nel 2004, in piena euforia da Olimpiadi invernali (Torino 2006) e Chiamparino al vecchio compagno di mangiate affidò l'area per «soli» 60 anni. Ma le modalità lasciarono perplesso più d'uno. Dieci anni dopo, i due sono ancora in pista e lanciati più che mai.

Chiamparino, nei giorni scorsi, in vista di prossime elezioni, si è candidato a governare il Piemonte. Subito sostenuto da Oscar, oggi spin doctor per il settore imprenditoriale di Matteo Renzi e ministro in pectore di un suo eventuale governo. Farinetti ha dettato ai giornali: «Primarie inutili. La sinistra punti su Chiamparino. Un uomo del fare e io resto a disposizione per dirgli come la penso, ma come amico». Con Libero Farinetti aggiunge: «Secondo me Chiamparino è perfetto per fare il governatore, è un uomo altruista e sono contento che si sia candidato». Per scoprire dove nasca il loro legame speciale basta continuare a compulsare «Il mercante di utopie».

Un capitolo è dedicato proprio al «Chiampa» (ai tempi del libro, il 2008, Renzi, l'ultima sbandata di Farinetti, era ancora semisconosciuto) e alla «complicità delle acciughe». Al lettore tutto si fa chiaro: una sera del 2004 i due erano seduti allo stesso tavolo a Ca' del re (un nome, un programma) a Verduno (Cuneo) «con l'oste che appoggiava sulla tovaglia bianca e gialla piatti vari di peperoni agrodolci, tomini al verde, pomodori ripieni. E acciughe,appunto. Acciughe buonissime. Oscar era lì perché voleva il suo opificio (la fabbrica Carpano ndr). Chiamparino perché amava le Langhe».

La storia della scalata di Farinetti al sindaco è pura poesia: «La cena era cominciata bene, intercalando frasi in dialetto, cosa che per una certa generazione è già prova di riconoscimento. Di fronte aun sindaco di centrosinistra Oscar aveva subito chiarito la sua posizione - di sinistra e non tiepidamente».

A questo punto scopriamo che Farinetti per due anni è stato segretario cittadino del Psi craxiano nella sua Alba, dal 1980 al 1982. Per quanto «di sinistra e non tiepidamente ». «Viveva l'azienda come un piccolo Paese da governare. Ci portava i valori in cui credeva: meritocrazia, stato sociale, libertà di pensiero e di epressione». La biografa (ricordiamo che il libro è in bella mostra sugli scaffali di Eataly) a questo punto ci informa che «Sergio Chiamparino si mise nel piatto altro acciughe e annuì: "Raccontami meglio questa Eataly"».

Farinetti rispose: «Guarda un po' qui Sergio. Ecco che cosa voglio fare». Il sindaco concluse: «Mi piace. Porterà ricchezza alla città e cultura». E il libro ci spiega che «in quel modo si sancì l'amicizia, con la complicità delle acciughe». Con Libero Farinetti conferma che Chiamparino fu il primo a cui presentò il progetto, perché «volevo fare Eataly a Torino».

Licenze poetiche a parte, il quadretto a qualcuno potrebbe risultare indigesto: una coppia di potenti, politicamente affini, che decidono in solitudine, davanti a una tavola imbandita, la destinazione di un'importante struttura, senza gare o concorsi di idee. Come fa un re con un suo vassallo. Ferdinando Ventriglia, all'epoca consigliere comunale di Alleanza nazionale si battè contro il progetto Eataly al Lingotto: «Allora si poteva. In quegli anni Farinetti era considerato ancora solo un imprenditore abile nel far valere le amicizie politiche giuste e non un maitre-à-penser cui chiedere soluzioni per i problemi del Paese».

Per questo lui e il suo gruppo presentarono in consiglio comunale un'interpellanza intitolata: «Eataly, un grande grosso gambero rosso che si mangia la piccola e media impresa?». Per loro era impossibile che piccoli produttori di nicchia potessero avventurarsi in qualcosa di più di un consorzio di tutela e chiedevano lumi al sindaco, temendo «l'ennesima operazione Coop su Torino», visto che «la nuova società, Eataly Distribuzione, è partecipata al 60 per cento da Oscar Farinetti - ex Unieuro - e per il restante 40 per cento da Coop Liguria, Coop Piemonte e Coop Adriatica».

Gli aennini paventavano il rischio di «una grande operazione finanziaria-industriale, tesa a far assorbire imprese medio-piccole dalle Coop» e stigmatizzarono «le generiche dichiarazioni sulla vocazione enogastronomica di Torino» rilasciate da un Chiamparino «forse colpito da una sindrome di Trimalcione». Anche il capogruppo di Forza Italia dell'epoca, Luigi Tealdi, attualmente sostenitore della maggioranza di centro-sinistra del sindaco Piero Fassino, espresse un voto negativo alla variante sulla destinazione d'uso della zona: «L'area ceduta alla città, cui spetterebbero 8827 metri quadrati, si è ridotta a 5100, con un cospicuo regalo a qualche privato». Le delibere più importanti videro la luce in piena estate.

Nel luglio del 2003, per esempio, si approvò la variante contestata dalla minoranza e, di fronte alle obiezioni della provincia sul piano viario, la giunta rispose che «il nuovo servizio pubblico previsto (il cosiddetto Parco gastronomico) è una struttura particolare riconducibile più a un servizio di livello locale (centro commerciale pubblico a carattere tematico) che ad una attrezzatura di interesse generale e che quindi il problema dei servizi non si pone». Sul punto Ventriglia rincara: «La viabilità legata all'attività di Eataly (esplicitamente in violazione della convenzione) veniva accettata e sostenuta, come fatto compiuto, dall'amministrazione».

Un anno dopo il supermercato per gourmet divenne ufficialmente un progetto della giunta, la quale, per mettersi al riparo da eventuali contestazioni, si premurò di verificare se esistessero idee alternative per quell'area di fronte al nuovo Lingotto, zona divenuta strategica anche grazie alla fermata della metropolitana, posta proprio davanti all'ingresso della fabbrica. Ma la pubblicizzazione del bando non fu esattamente eclatante.

L'amministrazione scelse di pubblicare un piccolo francobollo, stampato in un corpo minuscolo, sull'edizione di Repubblica del 12 settembre del 2004, quindi in un periodo di vacanze estive. Era scritto nel riquadro: «È giunta alla città di Torino la proposta di un Parco Enogastronomico conforme alla destinazione d'uso. Con deliberazione del 6 luglio 2004 si è preso atto della proposta e dell'interesse pubblico della stessa. Nel termine di trenta giorni decorrenti dalla pubblicazione della presente chiunque fosse interessato può presentare progetti conformi alla destinazione d'uso».

Forse anche per il taglio singolarmente vago delbando nessuno presentò un progetto alternativo a quello covato e coccolato da Farinetti e Chiamparino, tra una cena e l'altra, nei mesi precedenti. «Il mercante di utopie» ci spiega, però, l'utilità di quel passaggio sul giornale: «Fu indetto il bando, è chiaro, che mai nessuno sospettasse accordi clandestini».

Giammai. L'aggiudicazione avvenne nel modo più limpido, è sottolineato nell'agiografia: «Poiché l'unico disposto a lanciarsi nell'affare fu Farinetti (venne calcolato che la ristrutturazione non sarebbe costata meno di 22 milioni di euro) il vecchio opificio se lo aggiudicò lui: suo per i successivi 60 anni, con l'obbligo di rimetterlo a nuovo, di pagarci l'Ici».

Assodato che Oscar non avrebbe voluto pagare nemmeno la tassa sugli immobili, alla fine la ristrutturazione richiese non più di 6-7 milioni e quindi oggi i 2.500 metri quadrati di Eataly dedicati alla vendita e alla ristorazione (considerando la concessione per 60 anni) costano come l'affitto di un bar o poco più. Andrea Tronzano, attuale capogruppo di Forza Italia in Comune non si stupisce per questo trattamento,ma avverte: «A Torino rapidità amministrativa e limitazioni dei vincoli burocratici sono una chimera per gli imprenditori non legati alla filiera della sinistra. Questa è la ragione del declino di questa città».

A sentir parlare di favoritismi nei suoi confronti Farinetti, però, si spazientisce: «C'era una fabbrica chiusa dal '95, il Comune non ha speso un soldo, abbiamo dato l'idea, hanno fatto il bandoe nessuno si è presentato. Punto». Gli stessi concetti espressi dal «Chiampa», nel gennaio 2007, all'inaugurazione di Eataly, quando raccontò che quel progetto «era nato davanti a un piatto di acciughe e lui era ben lieto di dirsi amico personale di Oscar Farinetti, perché quel giorno, in quel luogo, si inaugurava un nuovo tipo di rapporto tra politica e imprenditoria e che fosse ben chiaro che lui - la Città che rappresentava- non aveva dato a Eataly nemmeno un soldo, e viceversa». Prendete nota: piatti di pesce azzurro e decennali concessioni gratuite, questo è il nuovo patto tra impresa e politica nell'Italia renziana che ci attende.

 

RENZI FARINETTI RENZI FARINETTI renzi e farinetti Patrizia Prestipino e Oscar Farinetti Oscar Farinetti premiato da Patrizia Prestipino LUCA REMMERT E SERGIO CHIAMPARINOCHIAMPARINO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINOANTONIO MARIA MAROCCO E SERGIO CHIAMPARINO

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