MONTE DEI PACCHI: THE MOVIE! - MUSSARI FORAGGIAVA LA “CREMA” DEL CINEMA ITALIANO - ENFATIZZAVA IN COMUNICATI STAMPA I FINANZIAMENTI (3 MILIONI IN DUE ANNI) AI FILM DI D’ALO’, LO CASCIO, LEO, VIRZI’, BRIZZI - TRA LE PELLICOLE SPONSORIZZATE DA MPS “LA CITTA’ IDEALE”, CHE LO CASCIO HA DEDICATO A SIENA! - “UN ARCHETIPO DELLA CIVILTÀ URBANA, NELLE CLASSIFICHE SULLA VIVIBILITÀ SIENA STA SEMPRE IN CIMA…”

Michele Anselmi per Lettera 43

Impossibile resistere al richiamo del cinema. Infatti, esibendo quella bella faccia d'attore, neanche Giuseppe Mussari c'è riuscito. State a sentire. Era il 22 agosto del 2012. Un comunicato ufficiale dato alle agenzie e spedito ai giornali recitava nell'incipit, con qualche enfasi: «Il Gruppo Montepaschi partecipa nella veste di coproduttore alla 69ª Mostra di Venezia, in programma dal 29 agosto all'8 settembre. Due le opere inserite nel calendario del celebre festival, rese possibili grazie al finanziamento, con il beneficio del ‘tax credit', dell'Istituto senese: il film di animazione "Pinocchio" diretto da Enzo D'Alò e "La città ideale" di e con Luigi Lo Cascio». Seguivano cifre: 400.000 euro al primo, ospite delle Giornate degli Autori, e altri 400.000 al secondo, ospite della Settimana della critica. A stretto rigor di logica, due sezioni parallele e autogestite, non proprio la Mostra ufficiale. Ma non sottilizziamo.

Proseguiva il comunicato: «Anche per il 2012 il Gruppo Montepaschi continua la sua attività a sostegno della produzione cinematografica, attraverso importanti film, come "Buongiorno papà" per la regia di Edoardo Leo e "Tutti i santi giorni" che vede dietro alla macchina da presa il regista Paolo Virzì. Con un investimento complessivo di circa 2 milioni di euro».
Se i numeri non sono un'opinione, il monumento senese al centro di un intricato e poco commendevole giro di tangenti, tra politica e finanza, oggetto di nuove indagini internazionali da parte dei pm, avrebbe dunque investito quasi 3 milioni di euro in due anni sul cinema italiano. Probabilmente di più, visto che anche la commedia "Pazze di me" di Fausto Brizzi, uscita il 24 gennaio scorso, sfodera orgogliosamente il logo Montepaschi sul manifesto, sul trailer e sui titoli di testa, sempre alla voce co-produzione, accanto alle società Wildside e Raicinema.

Naturalmente i film possono venire bene o male, incassare molto o poco. La qualità di un progetto non risiede esclusivamente - ci mancherebbe - nel riscontro al botteghino. Ma di sicuro, fino ad ora, l'impegno profuso nel cinema italiano da Mps Capital Services non ha fruttato granché. Il pur apprezzato cartone animato "Pinocchio" sta a poco più di 500.000 euro dopo una settimana nelle sale, "Tutti i santi giorni" s'è fermato a 1.951.000 euro, "Pazze di me" a 1.890.000 euro.

Vedremo come andrà il garrulo "Buongiorno papà" con Raoul Bova e Marco Giallini, che esce il 15 marzo, stavolta con marchio Medusa, anche se a produrre materialmente è la Iif di Fulvio Lucisano e figlie; mentre "La città ideale", a sette mesi dall'anteprima veneziana, ancora è in cerca di una distribuzione, nonostante ci sia dietro il bravo Angelo Barbagallo, l'ex socio storico di Nanni Moretti e attuale dirigente dell'Anica, nonché produttore di "Viva la libertà" di Roberto Andò.

Una cosa è certa: il diavolo (della finanza?) ci ha messo la coda, a partire dal titolo. "La città ideale", per l'architetto quattrocentesco Luciano Laurana, era Urbino. Per l'attore e regista esordiente Luigi Lo Cascio trattasi invece di Siena. All'epoca delle riprese, nell'ormai lontano 2011, nessuno poteva immaginare il marcio che s'annidava dietro la gloriosa e secolare storia dell'Istituto senese, tanto meno il siciliano Lo Cascio, già Peppino Impastato nei "Cento passi" di Marco Tullio Giordana. Curiosando su YouTube si trovano due o tre video nei quali l'attore-regista spiega perché aveva scelto Siena per girare il suo film, il cui primo titolo recitava "L'inquinamento".

«Mentre scrivevo il copione, sapevo che doveva essere Siena. Rappresenta la città ideale, proprio come concetto. Un archetipo della civiltà urbana, nelle classifiche sulla vivibilità Siena sta sempre in cima» teorizzava Lo Cascio. E proseguiva alquanto estatico: «In questa città si ha la sensazione che ci sia un rapporto speciale, felice, tra il cittadino e la comunità, il cittadino e le istituzioni. Un po' come la polis greca o le città del Rinascimento». Accidenti.

Purtroppo, come abbiamo imparato dalle brutte vicende che hanno portato anche in carcere dirigenti del Mps, non era esattamente così. Il mitico Monte dei Paschi di Siena non era poi così mitico, e la città non del tutto ideale.

A dirla tutta, anche il protagonista del film se ne accorge strada facendo. Michele Grassadonia, il personaggio incarnato da Lo Cascio, è un idealista, un ecologista e un architetto. La città ideale in cui vivere e radicare i suoi principi crede di trovarla a Siena, dove si trasferisce lasciando la Sicilia. Vittima di un'insidiosa/orgogliosa forma di "gigantismo morale" che lo spinge a un'onestà assoluta, anche aspra, a un passo dall'autolesionismo, il quarantenne vive nella città del Palio sul filo di una pratica utopia: senza acqua corrente e senza energia elettrica. Vuole dimostrare che si possono azzerare i consumi, «piccole attenzioni» le chiama. E per questo si becca anche i sarcasmi. Finché, guidando un'auto elettrica sotto la pioggia, non finisce accusato di aver investito un potente notabile della città, che resta in coma tra la vita e la morte.

«Possono capitare nella vita momenti in cui le parole diventano cruciali: in queste occasioni, per fortuna rare, sbagliare una sillaba, mostrare delle contraddizioni, esibire incertezze nella ricostruzioni degli eventi, sono inciampi che possono segnare per sempre il nostro destino» diceva Lo Cascio a Venezia 2012. Trattandosi a suo modo di un giallo, per quanto di sapore kafkiano e metafisico, "La città ideale" va preservato nei dettagli; ma è possibile che il ritorno a Palermo, nel finale fortemente allusivo, indichi una sorta di pessimismo sui temi della giustizia e del garantismo, una capitolazione ironica sulle incognite della Verità giudiziaria.

Costruito come un testo teatrale ricco di sottolineature filosofeggianti, come la teoria sulla «natura ventosa dei fatti», il film alla fine non convince. Più sfocato che eccentrico, più sentenzioso che profondo. Probabile quindi che i dirigenti del Mps, una volta visto il film, non siano rimasti del tutto soddisfatti. L'immagine che esce di Siena - della sua borghesia, della sua polizia, dei suoi magistrati - non è propriamente esemplare. Il che fa anche simpatia.

Ciò nonostante, il comunicato di quel 22 agosto proseguiva gonfiando il petto: «Le numerose iniziative di successo e di grande qualità che hanno visto il Gruppo Montepaschi investire direttamente nella produzione di singole opere cinematografiche testimoniano l'attenzione verso un segmento di mercato che ha la funzione di "ambasciatore dell'Italia nel mondo" e può essere supportato anche dalla banca, che, grazie allo strumento del tax-credit, non è sponsor, ma partner di un progetto». Chissà che ne pensano clienti, azionisti e correntisti. Chissà che ne direbbe oggi Beppe Grillo.

 

giuseppe mussari Giuseppe Mussari monte dei paschi di sienaPaolo Virzi RAOUL BOVA IN _ULTIMO - OCCHIO DEL FALCOmarco tullio giordana cannes2003NANNI MORETTI

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