A TUTTO GAS - ROSNEFT, CHE HA APPENA SBORSATO 500 MILIONI PER ENTRARE IN PIRELLI, LANCIA UN MAXI-BOND DA 66 MLD DI DOLLARI PER L’INDEBOLIMENTO DEL RUBLO – SCARONI: “NO SANZIONI SUL GAS RUSSO”

Luca Pagni per ‘La Repubblica'

A prima vista potrebbe sembrare soltanto una operazione finanziaria, per quanto da record. Ma l'indiscrezione riportata dal quotidiano economico moscovita Kommersant secondo cui il colosso russo Rosneft, controllato al 69 per cento dal Cremlino, primo produttore mondiale per barili di petrolio, stia per lanciare una emissione obbligazionaria da 66 miliardi di dollari, va ben oltre il suo valore economico.

Comunque notevole: polverizzerebbe il precedente primato stabilito dal gruppo americano delle tlc Verizon, costretta a una emissione da 49 miliardi per finanziare parte dei 130 necessari per comprarsi il 45 per cento della sua controllata nella telefonia mobile da Vodafone.

Ma il bond di Rosneft, se venisse confermato, molto ha a che fare anche con la crisi Ucraina e lo scontro politico-economico in atto tra la Russia da una parte e l'Unione Europea dall'altra, scesa in campo al fianco degli Usa nel minacciare l'embargo commerciale nei confronti di Mosca.

Il mega-bond non serve di certo per coprire i 500 milioni investiti da Rosneft, solo l'altro giorno, per l'acquisizione del 13 per cento di Pirelli. O i 275 milioni spesi, un anno fa, per salire al 21 per cento di Saras, la società di raffinazione della famiglia Moratti, cui è legata anche da una joint venture commerciale.

L'emissione è legata ai timore di un ulteriore indebolimento del rublo sul dollaro (ha perso il 10 per cento del valore in due mesi). La svalutazione rende più costoso il rimborso dei prestiti effettuati in valuta estera per l'acquisizione del rivale Tnk-Bp per 55 miliardi di dollari. Non per nulla, il quotidiano Kommersant, cita il fatto che i vertici di Rosneft stiamo pure cercando di proteggersi da possibili sanzioni occidentali contro Mosca.

Il braccio di ferro con l'Europa, del resto, non può prescindere dai legami commerciali tra le due potenze e dal fatto che molti di questi passano proprio dalle materie prime.Oltre il 25 per cento del gas con cui l'Europa si riscalda d'inverno e, in parte, fa andare le sue centrali, arriva dalla Siberia. Passando a sud dall'Ucraina e a nord dal North Stream, il gasdotto - realizzato dall'italiana Saipem, società di ingegneria di Eni - sotto il Mar Baltico. Per l'Italia, in particolare, sono circa 22 miliardi di metri cubi all'anno.

Una stretta dipendenza che la Russia ora vuole rafforzare con il South Stream, un progetto dal costo di 10 miliardi di euro: quattro linee di tubi che passeranno sotto il Mar Nero, per poi attraversare tutta la penisola balcanica per arrivare in Austria, rendendo di fatto inutili i gasdotti ucraini. E non è stato di certo un caso se l'appalto per la prima delle quattro linee è stato assegnato - anche in questo caso a Saipem - due giorni prima del referendum in Crimea.

E non per nulla, ieri l'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, in una intervista ai microfoni della Bbc, ha fatto professione di realismo: «Non ci aspettiamo sanzioni sulle esportazioni del gas proveniente dalla Russia. L'Europa ha bisogno di gas dalla Russia. Penso che eventuali sanzioni riguarderanno altre aree».

Più che sulle sanzioni, l'Unione Europea dovrà lavorare sulla sua dipendenza dal gas russo. «Accelerare l'ulteriore diversificazione delle forniture energetiche, elaborare modi per aumentare il suo potere di negoziazione, continuare a sviluppare le rinnovabili e altre fonti energetiche interne, coordinare lo sviluppo delle infrastrutture». Sarà questa l'indicazione che emergerà dopodomani al termine del vertice Ue tra i capi di stato e di governo.

Sono stati infatti i governi e le compagnie energetiche controllate dai singoli stati ad avere stretto nel tempo legami forti con la Russia per assicurare gli approvvigionamenti. E non solo: nella società che costruirà il South Stream sono soci oltre al colosso del gas russo Gazprom, di proprietà del Cremlino (con il 50 per cento delle quote), Eni, la francese Edf (controllata a sua volta dall'Eliseo) e i tedeschi di Wintersfall (gruppo Basf). Per non dire, infine, del ruolo di presidente della società di gestione del gasdotto North Stream dell'ex cancelliere Gerhard Schroeder. Ecco perché gli analisti scrivono che la dipendenza dal gus russo della Ue è politica, prima ancora che economica.

 

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