VIENI AVANTI, CREMLINO! - L’UOMO PIU’ SPAVENTOSO DELLA TERRA DIVENTA SOCIO DI MORATTI

1 - I MORATTI ALLA FIERA DELL'EST I CAPITALI DEL CREMLINO PER LA SAGA PETROLIO & PALLONE
Ettore Livini per "Affari & Finanza - la Repubblica"

La famiglia Moratti ipoteca il suo futuro alla Fiera dell'Est. Mettendosi in tasca qualcosa di più dei due soldi di branduardiana memoria (quattrini benedetti dopo qualche anno di carestia di dividendi) ma accettando un matrimonio d'interesse destinato a cambiare per sempre la sua storia e - così almeno sperano i tifosi nerazzurri - pure quella dell'Inter.

I tempi per le nozze, va detto, erano maturi: la Saras, il gioiello di casa, non stacca cedole dal 2009 e lo scorso anno, complice la crisi della raffinazione europea, ha chiuso il bilancio in rosso per 90 milioni.

La squadra di Stramaccioni, se possibile, sta ancora peggio. Specie da quando il presidente Massimo - dopo aver bruciato nelle campagne acquisti di Appiano Gentile buona parte degli 825 milioni incassati con la quotazione del gruppo - ha deciso di chiudere i rubinetti, convertendosi al credo dell'austerity calcistica. Così, per tornare agli antichi fasti imprenditoriali e sportivi, la dinastia lombarda ha deciso di rinunciare a un pezzo della sua indipendenza.

E ha detto "sì" al nuovo (ingombrante) partner arrivato direttamente dal Cremlino: la Rosneft, controllata al 70% dallo stato russo, ha firmato un accordo per rilevare il 21% della Saras. Massimo e Gianmarco si sono messi in tasca 8,2 milioni di euro a testa cedendo un po' delle azioni che avevano in portafoglio a titolo personale.

La Angelo Moratti Sapa - la cassaforte di famiglia - ha girato al neo-alleato una quota del 13,7% incassando 178,5 milioni, ossigeno per i suoi conti un po' disastrati. E un altro 7,3% verrà rastrellato da Mosca con una mini-Opa a Piazza Affari.

Il controllo dell'impero di raffinerie e distributori messo in piedi dal patriarca Angelo, non cambia: i Moratti, alla fine di questa partita di giro milionaria, ne controlleranno ancora il 50,02%. Ma nulla, per loro, sarà più come prima. Il motivo? La Rosneft non è un socio qualsiasi. E il suo sbarco nell'azionariato - sostengono tutti coloro che hanno avuto a che fare con i russi - è destinato a lasciare un segno indelebile sul Dna del gruppo.

La metamorfosi, anche a livello antropologico, è già iniziata: il vecchio volto della Saras (e in fondo un po' il marchio di fabbrica dello "stile Moratti") è quello ironico, spigoloso e un po' donchisciottesco di Massimo oppure quello riservato di Gianmarco, da anni silenzioso benefattore con la moglie Letizia della Comunità di San Patrignano.

Il volto del nuovo corso è invece quello di Darth Fener, Signore oscuro dei Sith, il "cattivo" di Guerre Stellari. Il soprannome con cui è conosciuto in patria Igor Sechin, lo "zar" della Rosneft, fresco di nomina nel consiglio d'amministrazione della società italiana.

Sechin non è un manager qualsiasi: la stampa di Mosca - per dire il caratterino - l'ha soprannominato "l'uomo più spaventoso della terra". Nel suo curriculum vitae c'è una lunga militanza nel Kgb, qualche anno come braccio destro di Vladimir Putin al municipio di San Pietroburgo e, oggi, la tessera onoraria di numero uno dei Siloviki, i falchi del Cremlino, la lobby di 007 che dopo la Perestroika ha preso le redini dell'industria di Stato.

Lui - scegliendo per primo - ha messo le mani sul gigante degli idrocarburi, trasformandolo in pochi anni grazie alle sue relazioni (e ai dossier che conserva in un'agenda di pelle marrone che porta sempre con sé, dicono le malelingue) nella major più aggressiva e dinamica nel risiko del petrolio mondiale.

Si tratta, è evidente a prima vista, di un identikit non proprio complementare alla storia imprenditoriale di casa Moratti. Lontano mille miglia da quella particolarissima forma di capitalismo illuminato alla meneghina in cui il senso della famiglia e i profitti (quando ci sono) si declinano assieme all'impegno sociale, alla beneficenza e a quegli Inter Campus nati come funghi nei paesi più poveri del mondo e applauditi persino nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite.

Pecunia però - specie quando ce n'è bisogno - non olet. L'universo del petrolio, da che mondo è mondo, non è un villaggio Valtur. E anche a Imbersago e dintorni, alla fine, si è deciso di fare di necessità virtù, tappandosi un po' il naso ma dando l'ok a questo bizzarro matrimonio. Il do ut des è chiaro. La Rosneft porta i capitali, la materia prima - il greggio - per far lavorare gli impianti sardi e regala una boccata d'ossigeno ai conti di famiglia (Massimo è appena stato costretto a rinegoziare il debito della Cmc, la sua holding personale). In cambio incassa una base "strategica" per la raffinazione nel cuore del Mediterraneo.

Un asset di vitale importanza, in un momento in cui gli impianti russi sono molto arretrati e quelli del Vecchio continente chiudono a raffica. L'abbraccio di Mosca, ovvio, rischia di essere un po' soffocante. La disparità di forze finanziarie dei due partner è sotto gli occhi di tutti. E la Saras rischia di fare la parte del vaso di coccio in un risiko dell'oro nero dove ballano miliardi come noccioline.

La Rosneft, per dire, ha firmato intese pesanti con Bp (azionista al 29%), Exxon e persino con l'Eni. I Moratti però non avevano molte scelte. L'era delle vacche grasse, per i figli e i nipoti del capostipite Angelo, è finita da qualche anno. E i numeri, nella loro fredda logica, raccontano la parabola discendente meglio di tante parole. Nel maggio di sette anni fa - all'epoca della quotazione - la Saras era una sorta di gallina dalle uova d'oro. Macinava utili (259 milioni nel 2005) e i piccoli risparmiatori facevano la fila agli sportelli in banca per aggiudicarsi un po' di azioni in occasione del collocamento.

Un'operazione chiusa con un tutto esaurito monstre (pari a nove miliardi di ordini, il quadruplo del quantitativo offerto) e con i Moratti pronti a raccogliere le uova d'oro: tradotto in vil denaro, gli 1,65 miliardi che Massimo e Gianmarco si sono messi in tasca vendendo un po' della loro quota. L'euforia è durata poco: nel giorno del debutto la Saras ha perso il 13%. E da allora ha continuato la sua lenta caduta, accompagnata da un'inchiesta, poi archiviata, della magistratura per falso in prospetto e aggiotaggio.

I margini di raffinazione hanno iniziato a perdere colpi, la recessione e le crisi Lehman e subprime hanno ridotto i consumi di petrolio, gli scossoni geo-politici - come lo stop delle forniture del greggio libico dopo la rivolta contro Gheddafi - hanno dato il colpo di grazia. Risultato: il rosso di bilancio del 2012, lo stop triennale alle cedole e un titolo sprofondato da 6 euro a quota un euro.

Soldi in cassa non ce ne sono quasi più. Dei 2 miliardi ricavati dalla quotazione, nelle casse della società ne sono arrivati poco più di 300. Utilizzati per risistemare gli impianti e per una campagna di diversificazione nell'eolico che non ha dato i risultati sperati. La Angelo Moratti Sapa, a secco di dividendi, non ha i soldi né per sostenere la Saras né per remunerare gli azionisti (la terza generazione della dinastia).

E anche Massimo e Gianmarco, evidentemente, hanno bruciato parte del tesoretto raccolto nel 2006. Il presidente dell'Inter per dire, non fortunatissimo nemmeno nei suoi investimenti personali a fianco della filiera di Marco Tronchetti Provera, ha staccato in 18 anni oltre 800 milioni di assegni per tappare i buchi nerazzurri.

L'arrivo del principe azzurro dal Cremlino consente ora di voltare pagina. La Saras manderà avanti senza troppi patemi il suo piano industriale 2013-2017. Un progetto fatto in buona parte di razionalizzazione dei costi che potrà ora camminare anche sulle gambe un po' più solide della Rosneft. La Angelo Moratti dovrebbe realizzare quasi 140 milioni di plusvalenze grazie alla cessione del suo pacchetto azionario a Sechin. E potrà tornare a pompare un po' di liquidità verso i portafogli della famiglia.

Mentre per l'Inter, alle prese pure con il Fair Play della Fifa, continua la ricerca di un socio con cui condividere oneri e onori di Appiano Gentile. Alla Fiera dell'Est, al riguardo, non mancano le occasioni. Ma anche in questa partita (anche se allo stato non esistono progetti) la Rosneft potrebbe dire la sua.

La Gazprom, colosso di Mosca del gas su cui, dice il tam tam russo, Rosneft avrebbe messo gli occhi per una maxifusione, sponsorizza già Chelsea, Schalke04 e Zenith. Sechin, di sicuro, non vorrà essere da meno. Qui sopra, un impianto di raffinazione della Saras a Sarroch in provincia di Cagliari Dopo la crisi gli impianti della società hanno marciato a ritmi ridotti Ora l'alleanza con Rosneft dovrebbe rilanciarli.

2 - ANCHE L'INTER ADESSO È SUL MERCATO VALE ALMENO 400 MILIONI DI EURO
Walter Galbiati per "Affari & Finanza - la Repubblica"

Non sembra esserci molto di razionale nell'investire soldi, e tanti, in una squadra di calcio. Ma quando si sente dire da chi ha speso più di un miliardo di euro in poco più di dieci anni che «quando vado all'estero per fare affari, mi chiedono prima dell'Inter e poi del petrolio», si può forse immaginare cosa voglia dire avere un club calcistico tra i propri asset.

Lo hanno capito bene gli oligarchi russi, gli emiri arabi e i fondi di investimento dei Paesi offshore che non potendo pubblicizzare più di tanto le loro aziende, per lo più impegnate in business a volte imbarazzanti agli occhi dell'opinione pubblica, preferiscono guadagnare la ribalta internazionale con roboanti acquisti di squadre di calcio e di calciatori. Uno degli ultimi a intuirne il valore era stato una decina di anni fa Roman Abramovich che per far sapere di esistere al mondo aveva scelto la strada di rilevare il Chelsea.

Il presidente dell'Inter, Massimo Moratti, sembra averne avuto abbastanza di stare sotto i riflettori. E, dopo aver vinto tutto quello che mai nessun presidente italiano aveva mai vinto in un solo anno, il triplete, cioè la Coppa dei Campioni, lo Scudetto e la Coppa Italia, ha deciso di avviare la dismissione dell'Inter o di una quota della società. Forse sarà un passaggio graduale, attraverso una coabitazione con un investitore come socio di minoranza, prima del nuovo stadio e poi del club, ma di certo la procedura è avviata.

Le cifre sono importanti, perché l'Inter nonostante i deludenti risultati degli ultimi due anni è ancora tra i top club mondiali, quelli per cui le valutazioni, nonostante le perdite milionarie annuali, girano intono a due volte il fatturato. Tolti i fronzoli dal valore della produzione, si tratta di 200 milioni l'anno di ricavi che moltiplicati per due fanno 400 milioni di euro per l'intero capitale.

Le stime di qualche anno fa erano più scintillanti, ma se così fosse i Moratti, in particolare Massimo che attraverso la Internazionale Holding srl controlla il 98% della società, potrebbe mettersi in tasca vendendo il 49% dell'Inter più di quanto incassato dalla famiglia (178,5 milioni di euro) cedendo il 13,7% della Saras ai russi della Rosneft.

Più o meno in linea con questa valutazione era stata anche l'operazione pensata e persino "firmata" con l'azienda di Stato cinese, la China Railway Construction Corporation, una specie di gigante che in patria si occupa di infrastrutture. Per il 15% dei nerazzurri, gli emissari della società avevano messo sul tavolo 55 milioni di euro, poco per un colosso di quel calibro, ma troppo per il partito che guida il Paese, perché si trattava di un investimento al di fuori dei confini di Stato, per di più in una società privata che si occupa di divertimento.

Da qui l'invito ai manager del gruppo di effettuare una repentina retromarcia. Il caso poi ha voluto che l'Inter abbia deciso di chiudere il negozio di Pechino e di Shangai e di affidare le vendite dirette nel Paese asiatico alla piattaforma di e-commerce di Amazon. E così l'amore tra la Cina e l'Inter è per il momento sfumato, anche se tra i nuovi pretendenti potrebbe profilarsi qualche altra società cinese, messa sulla strada proprio dai vecchi mancati compratori.

Una lista approssimativa, ma quanto mai ampia di interessati è stata stilata dai consulenti della Lazard, una banca che si occupa per lo più di grandi acquisizioni e di affari finanziari. Per loro chi vuole investire nell'Inter, deve tener presente tre direttive: è uno dei club più famosi del mondo, rappresenta uno strumento di comunicazione molto potente con un raggio d'azione globale e come brand ha grandi potenzialità di sviluppo.

Al momento, la squadra dovrebbe contare su circa venti milioni di tifosi dichiarati, ma con qualche accorgimento se ne potrebbero raggiungerne altri 140 milioni nel mondo. Chiunque potrebbe essere interessato a un brand simile, sia che provenga dalla Russia o dall'India, dall'Asia o dal Messico, dagli Stati Uniti o dai Paesi Arabi. Non c'è ancora niente di definitivo, ed è stato escluso l'interesse della Rosneft, ma dopo una prima scrematura attesa per fine giugno, entro l'estate potrebbe arrivare il rush finale.

La trattativa si limiterà a due o tre pretendenti tra i quali, ad oggi, figurano investitori statunitensi, indonesiani e kazachi. Il primo obiettivo comune dei Moratti e del nuovo socio sarà la costruzione dello stadio da 60mila spettatori per il quale sono stati messi in preventivo investimenti tra i 250 e i 300 milioni di euro.

Sorgerà a Milano, o nella zona dell'Expo o più probabilmente nel quartiere di San Donato, vicino alla sede dell'Eni, un'ubicazione che per un petroliere come Moratti non suona nemmeno tanto strana. L'inaugurazione è prevista per il 2017. Nella foto a destra, una partita dell'Inter La squadra ha un seguito potenziale di tifosi in tutto il mondo quantificabile in 140 milioni di persone oltre ai 20 in Italia

 

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