giovanni zonin

ZONIN, DOVE SEI? L'EX PRESIDENTE DELLA POPOLARE DI VICENZA, INDAGATO PER IL TRACOLLO DELLA BANCA, TACE DA 320 GIORNI - SONO STATI BRUCIATI 6,5 MILIARDI, 118 MILA SOCI SONO SUL LASTRICO E 7 MILA DI ESSI RECLAMANO RIMBORSI PER 620 MILIONI DI EURO, MILLE DIPENDENTI DA LICENZIARE, 150 FILIALI SONO GIÀ STATE CHIUSE

Stefano Lorenzetto per “la Verità”

 

RITRATTO DI ZONINRITRATTO DI ZONIN

Dottor Zonin, parli, dica qualcosa, qualunque cosa. Si difenda, accidenti. Ma come fa, in nome del cielo, a starsene zitto da 320 giorni, sebbene «per rispetto delle indagini dell' autorità giudiziaria e degli organismi di vigilanza», secondo l' aurea formula usata dai suoi avvocati? Sì, è passato quasi un anno da quel 23 novembre 2015, quando fu costretto a lasciare il trono sul quale stava assiso dal 1996. Non ha proprio nulla da dire sulla catastrofe della sua banca? Come vede, l' aggettivo possessivo non l' ho nemmeno racchiuso fra virgolette.

 

Perché la Banca popolare di Vicenza era davvero sua. O forse era di Gianni Zonin l'intera città. Mi assicuravano che lei avesse persino diritto di veto sulla nomina dei primari ospedalieri, tanto che una volta mi risolsi a segnalargliene uno bravissimo, su pressante richiesta dell' interessato. Costui non se la sentiva di partecipare a un concorso perché gli avevano spiegato che, senza il placet di Zonin, non sarebbe mai passato.

 

GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLIGIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI

Essendo già direttore di una divisione ospedaliera, quel chirurgo sarebbe probabilmente uscito vincitore dal concorso per titoli ed esami. Invece alla fine preferì astenersi. Non era sicuro della sua benevolenza, pensi un po'. Ma come? Lei era il dio di Vicenza. E che fa? La abbandona nel momento del bisogno, si ritira a vivere in Friuli protetto dalle telecamere e dai carabinieri (l'ho letto sulla Repubblica), ha il coraggio di andarsene in vacanza in Sicilia con la sua gentile consorte e si scoccia se qualcuno tenta di avvicinarvi. Che cosa si aspettava? Di passare inosservato?

 

«El capitan xe el cor de la nave», era scolpito nel legno delle galee veneziane. Lei si dimostra un pessimo figlio della Serenissima. Questa regione le dovrebbe revocare seduta stante il diritto a fregiarsi del leone alato di San Marco sulle etichette delle sue bottiglie. «El capitan» non abbandona mai la nave. Mette in salvo passeggeri ed equipaggio e poi cola a picco con essa, semmai, soprattutto qualora si ritenga responsabile del naufragio.

montebello proteste sotto la villa di zonin montebello proteste sotto la villa di zonin

 

Lei invece ha abbandonato la nave, Vicenza, un attimo prima che affondasse, come un comandante Schettino qualsiasi. I giornali hanno scritto che avrebbe dimostrato un unico ardimento: quello di riscuotere, benché indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, gli emolumenti che le spettavano per l'ultimo anno da presidente, 1 milione di euro, per la precisione 1.011.917 lordi, leggo nella relazione dell' assemblea dei soci. Mi dica che non è così. Parli, la prego.

 

Ritiene di non avere colpe nell' affondamento? I sabotatori sono altri? Sono molto contento per lei, anche se ho sempre presente una frase che mi disse Enzo Biagi: «Una foglia non può diventare gialla senza che lo sappia tutto l'albero». Ma allora ci spieghi chi, come e perché ha mandato a sbattere lo sfolgorante vascello sulla cui tolda per più di 30 anni l'ammiraglio rive rito e incontrastato si chiamava Zonin. Siamo pronti a tutto. Purché non dia la colpa al cambusiere.

montebello proteste sotto la villa di zonin   montebello proteste sotto la villa di zonin

 

Qualche settimana fa, una commerciante che ha un negozio ad Asiago mi ha raccontato che il suo conto corrente presso la Bpvi era andato in rosso di 8 euro. Ripeto: 8 euro.

Ebbene, il direttore della filiale, che pure è suo amico, le ha telefonato tre volte, diconsi tre, invitandola perentoriamente a «rientrare». Si rende conto? Per 8 euro! Non le piange il cuore, dottor Zonin?

 

Permetta dunque che sia io a rompere il suo assordante silenzio. Ci conosciamo, sia pure molto superficialmente, dal lontano 1995, quando venni a intervistarla per il mensile Capital nella sua azienda di Gambellara. Era appena tornato dalla Cina, dove progettava di rimettere in produzione gli antichi vitigni piantati dai padri verbiti nella provincia dello Shandong, terra natale di Confucio. «Dovrebbe vedere i pali nei vigneti. Sono di granito! I missionari li scalpellarono via a uno a uno dalla roccia viva», mi raccontò infervorato.

gianni zonin stefano dolcettagianni zonin stefano dolcetta

 

Che storia, quella di Gianni Zonin. In azienda da sempre, presidente fin dal 1967, a soli 29 anni. Un sintomo di smisurata ambizione. Ma anche di attaccamento al podere: è venuto al mondo lì, in via Borgo lecco, vale a dire in cantina, il 15 gennaio 1938. Primogenito di otto fratelli. Ogni anno nasceva un figlio. L'unica volta che papà Attilio concesse a mamma Lucia di tirare il fiato fu nel 1940. Ma si sentì in dovere di rimettersi subito in pari nel 1941: due gemelli.

 

A 5 anni il piccolo Gianni fa l'incontro che impronterà tutta la sua vita. È a quell' età che i genitori lo mandano ad allietare la casa dello zio Domenico, sposato ma senza figli. Sarà un'impareggiabile scuola di vita. «Parlava soltanto di lavoro», così me lo descrisse il nipote. Sempre a 5 anni, Zonin comincia la scuola elementare.

 

francesco iorio gianni zoninfrancesco iorio gianni zonin

Tipo precoce. A 10 lo mettono in collegio dai salesiani, al Manfredini di Este. Eccelle nelle materie umanistiche. I suoi lo vedono avvocato. È già iscritto al liceo classico quando irrompe sulla scenalo zietto: «Macché latinorum! El toso gà da mandare avanti la cantina». E lo dirotta all' Istituto per l' enologia di Conegliano, dove il giovanotto si diploma con lode.

Il giorno dopo è al lavoro. Da quel momento, sarà un' ascesa inarrestabile.

 

Studiando di notte, si laurea in giurisprudenza. Fissa il suo principio ispiratore: «I vigneti sotto i 100 ettari non m’interessano». Pensa in grande, compra in grande. Tenute ovunque: a Cervignano del Friuli; a Zenevredo, nell' Oltrepo' Pavese; a Portacomaro d' Asti; a Radda in Chianti; a San Gimignano; in Puglia. Arriva a stipulare 78 atti notarili pur di riunificare la proprietà spezzettata di Castello del Poggio in Piemonte.

GIANNI ZONIN CON LA MOGLIE SILVANA ZUFFELLATOGIANNI ZONIN CON LA MOGLIE SILVANA ZUFFELLATO

 

Quando nel 1998 tornai a Gambellara per conto di un altro mensile, A Tavola, Zonin aveva appena investito 25 miliardi di lire in provincia di Caltanissetta, nella zona che detiene il record italiano di omicidi mafiosi, il triangolo della morte tra Riesi, Butera e Mazzarino, regno del clan Cammarata e, prim' ancora, teatro della faida tra il boss Peppe Di Cristina e i corleonesi. Qui da generazioni la parola d' ordine è «ddabbanna», un' espressione di derivazione araba che significa «via, lontano».

 

L'imprenditore aveva fatto l' esatto contrario: ci era arrivato, rilevando il feudo appartenuto ai principi Lanza di Scalea, una delle più antiche casate dell' isola, 210 ettari dai quali i vigneti erano stati sciaguratamente estirpati per coltivarvi pomodorini, melanzane, meloni e, soprattutto, per intascare 28 milioni di lire a ettaro di sovvenzioni pubbliche. In cinque giorni il sindaco gli aveva già rilasciato tutte le licenze per la cantina.

ZONIN CON LA MOGLIEZONIN CON LA MOGLIE

 

Se si ruota il mappamondo, si scopre che Riesi è situata fra il 37° e il 38° parallelo, esattamente come la mitica Napa Valley americana. Anche lì, negli Stati Uniti, Zonin è di ca sa da oltre 40 anni. Nel 1975 acquistò una tenuta di 400 ettari a Barboursville. Mi rivelò che s' era comprato una Chevrolet nera per girare nella città della Virginia, ma che qualche giorno dopo fu costretto a venderla perché in città la chiamavano «mafia car».

 

A proposito di auto. Durante l' intervista per A Tavola, accadde un fatto che mi lasciò sbigottito. L'industriale vinicolo mi chiese di scusarlo un attimo. Fu ammesso nel suo ufficio un venditore della Rover, se non ricordo male. C'erano da scegliere i modelli per la flotta aziendale. Zonin convocò uno dei tre figli, gli mise sotto il naso il catalogo delle vetture e gli ingiunse: «Dài, scegli quale auto vuoi dare ai rappresentanti. Svelto!». Il ragazzo, imbarazzato anche per la presenza di due estranei, sudava freddo. Puntò l'indice su una fotografia. Il genitore concluse soddisfatto: «Ecco, visto com'è facile? Va bene quella». A distanza di tanto tempo mi sto ancora chiedendo che senso abbia avuto quel crudele siparietto.

zonin popolare vicenzazonin popolare vicenza

 

Forse ci teneva a dimostrarmi di essere un imprenditore illuminato, moderno, il contrario di un accentratore vecchio stampo. Aveva delegato una decisione a suo figlio. Lo aveva «fatto crescere», come amano compiacersi i tycoon. Ma a che prezzo, mio Dio.

 

Da allora, ho avuto solo altri tre contatti con Zonin. Il primo fu telefonico per perorare la causa di un' anziana signora miracolata a Lourdes, che si era rivolta a me in lacrime perché la Banca popolare di Vicenza aveva chiuso i rubinetti alla figlia, oppressa da gravi difficoltà economiche.

 

Pensando che i giornalisti possano tutto, la poveretta m' implorava di farle ottenere una dilazione nelle rate del mutuo. Pochi soldi. Esposi il caso al presidente della Bpvi.

Ascoltò. Non pronunciò una sola parola di commento, né mi fornì alcuna rassicurazione. Volle solo sapere presso quale agenzia fosse aperto il conto dell' indebitata. Dopo pochi giorni, la vecchietta mi telefonò. Piangeva più a di rotto della prima volta. Il direttore della banca aveva sistemato le pendenze. Lei l' aveva interpretata come una seconda grazia della Madonna di Lourdes, e forse fu davvero così. Ma la Vergine si era fatta aiutare da Gianni Zonin e io sento il dovere di testimoniarlo.

federico coccia gianfranco zoninfederico coccia gianfranco zonin

 

Il secondo incontro avvenne per un invito a pranzo prenatalizio nel quartier generale vicentino dell' istituto di credito. Non capivo che cosa mai avesse da dirmi a tavola il pre sidente della Bpvi. Infatti non vi era nulla da dire: solo da mangiare. Semplicemente Zonin mi aveva ammesso a un banchetto con l' intero consiglio d' amministrazione. Tovaglie di fiandra, posateria d' argento, polenta e baccalà.

 

Con mia grande sorpresa mi ritrovai a pasteggiare insieme ad Andrea Monorchio, il Ragioniere generale dello Stato che per quasi tre lustri era stato il più alto contabile della Repubblica. Ma che c' entravo io con Monorchio? Non l'ho mai capito. Di sicuro Monorchio c'entrava qualcosa con Zonin, visto che nel 2014 fu nominato vicepresidente della Bpvi con un appannaggio annuo di 294.700 euro lordi. Del resto il metodo della casa vinicola è sempre stato questo, come potrebbero ben testimoniare procuratori della Repubblica, assessori regionali e sindaci, spesso compagni di caccia del banchiere nella sua tenuta friulana di Ca' Vescovo. I notabili, a cominciare dagli editori quotati in Borsa e dai giornalisti, meglio farseli amici. Nella vita non si sa mai.

antonio patuelli premia gianni zoninantonio patuelli premia gianni zonin

 

L'ultima volta che ho visto il banchiere è stata un anno fa a un convegno del Comitato Leonardo, dov'ero invitato in veste di moderatore. Aveva ricevuto da 23 giorni l'avviso di garanzia e il mese seguente sarebbe decaduto dalla carica. Eppure, fasciato nel suo gessato d'ordinanza, passava disinvolto fra i colleghi imprenditori, da Luisa Todini a Guidalberto Guidi, i quali lo salutavano con la stessa mestizia del violinista che suonava Nearer, my God, to thee sul ponte del Titanic mentre il transatlantico s' inabissava.

«Maestri di vigna dal 1821», attesta il blasone aziendale.

 

Sette generazioni consacrate al vino. E non uno Zonin che abbia mai sgarrato. Con il vino si celebra la messa. Ma i soldi sono un'altra cosa. Con quelli ti può anche capitare di officiare il sacrificio di un'intera regione. È capitato. Si ricorda, dottor Zonin, che cosa le insegnò suo zio Domenico, morto a 101 anni? «Va' piano e fa' presto». Lei non ha ascoltato quel consiglio. Certo, ha reso grande la Popolare di Vicenza, però sarebbe stato meglio se fosse andato più lento: non avrebbe creato il colosso dai piedi d'argilla che è rovinato addosso a migliaia di famiglie, gettandole nella disperazione.

GIANNI ZONIN GIANNI ZONIN

 

«Un esame di coscienza quando?». Perché non ha raccolto l'esortazione che Ferruccio de Bortoli le ha rivolto sul Corriere della Sera nel luglio scorso? La gente ha il diritto di sapere almeno che cosa le detta la sua coscienza di fronte a 6,5 miliardi andati in fumo; azioni della Bpvi pagate 62,50 euro e crollate a 10 centesimi; 118.000 soci rovinati; 7.000 di essi che reclamano rimborsi per 620 milioni di euro; 550 dipendenti, forse 1.000, da licenziare; 150 filiali già chiuse.

 

Non ha nulla da dire ai familiari del pensionato Antonio Bedin, suicidatosi perché aveva investito i risparmi di una vita, 500.000 euro, in azioni Bpvi e se n'è ritrovati in mano 800? Un'ultima cosa lei mi confidò nel nostro primo incontro: «Non dimenticherò mai che a 85 anni mio zio Domenico trovò il coraggio di domandarmi scusa». Faccia lo stesso, dottor Zonin. Trovi quel coraggio. Chieda scusa.

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