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CATERINA CASELLI E IL GRAN COLPO DI CULO CHE L’HA PORTATA A LANCIARE ANDREA BOCELLI: "ERA BELLISSIMO SOMIGLIAVA ANCHE A OMAR SHARIF" – LA CANTANTE E DISCOGRAFICA SI RACCONTA A NATALIA ASPESI – IL PADRE MORTO SUICIDA, LA MADRE CHE NON VOLEVA CHE CANTASSE ("MI DISSE: ‘LE DONNE LA SERA DEVONO STARE A CASA’”), IL PIPER, LA PARRUCCA CHE DOVEVA FISSARE CON LE FORCINE (“UN MALE TREMENDO”) I 60 ANNI DI “NESSUNO MI PUO’ GIUDICARE”, E IL SOPRANNOME CASCO D’ORO: “SE LO INVENTÒ CORRADO CORRADI, UN GIORNALISTA DI 'SORRISI E CANZONI'” – L’AMORE PER PIETRO SUGAR MORTO TRE ANNI FA E LA SCOPERTA DI LUCIO CORSI - VIDEO

 

 

Natalia Aspesi per repubblica.it - Estratti

Io lavoravo al Giorno, che era un bellissimo giornale, e decisero di farmi seguire uno dei tuoi tour. Era il 1966, credo. A Sanremo Caterina Caselli aveva avuto grande successo con Nessuno mi può giudicare

 

Avevi solo 19 anni e io rimasi stupita dalla quantità di gente che ti adorava.

«All’epoca il Festival lo seguivano ogni sera 25, 26 milioni di persone. Ma ci pensi che quella canzone l’anno prossimo compirà sessant’anni?».

 

 

Eh già. E tu eri così carina, e così giovane, e avevi già perso il tuo papà.

«È morto che avevo 14 anni».

 

Eri molto legata a lui?

«Mio padre ovviamente amava entrambe le sue figlie, ma aveva una grande passione per me – mentre mia madre era più legata a Liliana. La sua morte è una tragedia che ho tenuto celata per tanti anni. Mamma non voleva che se ne parlasse. All’epoca il suicidio era peccato, difficile anche avere un funerale in chiesa – cosa che per mia madre, molto credente a differenza di papà che era socialista, era importante.

 

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Non se ne doveva parlare. Perché c’era una mentalità diversa in quegli anni, per cui se uno arrivava a fare quel gesto doveva essere sicuramente un pazzo. E lei aveva timore che questo potesse ricadere sulle sue figlie. Però se io non ne parlavo era anche perché soltanto a dirlo piangevo. Lui era il mio fan più grande. Mamma no, all’inizio non voleva che cantassi…».

 

Cantavi già a 14 anni?

«A quell’età ne avevo il desiderio. Dietro alla nostra scuola c’era un’insegna: “Callegari, maestro di canto e di musica”. A mia madre dissi: “Voglio andare a fare un’audizione”. E lei: “Scordatelo, quella non è una vita da donne. Le donne la sera devono stare a casa”. Io insistevo, insistevo. Lei era una donna molto forte, molto intelligente, ma anch’io ero bella determinata. Io ariete, lei leone. Fui talmente insistente che mia zia Ave, sua sorella, che viveva con noi, un giorno mi accompagnò a fare questa audizione. E avevo 14 anni e mezzo».

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E nessuna paura?

«No, io volevo cantare. E anche scappare da quella vita difficile. La mia era una famiglia povera, modesta. Mio padre, Francesco, lavorava saltuariamente in un salumificio a Fiorano. Giuseppina, mia madre, era figlia di contadini, faceva la magliaia. Era talmente brava che aveva cominciato a insegnare il mestiere alle figlie dei contadini. Si era creato così un gruppo di ragazze che venivano da noi».

E questo dove?

«Vicino a Corlo, a Magreta, frazione di Formigine, provincia di Modena, periferia. Mia nonna Caterina, che morì quando mia madre aveva tre anni, pare che cantasse benissimo in chiesa, oppure mietendo il grano. Questo, almeno, diceva la leggenda di casa. Si vede che ho ereditato quella passione. A mia madre, che invece voleva lavorassi con lei, dicevo di avere tre opzioni: hostess, missionaria in Africa oppure, ed era quello che desideravo di più, avrei cantato. Nella mia testa il canto avrebbe potuto rappresentare quello che era il calcio per i ragazzi brasiliani».

 

E così hai cominciato. Andando a lezione da quel maestro Callegari?

«Con il maestro Callegari io ero la più piccola e la più scatenata: mi piacevano Mina, Celentano, più tardi Ray Charles, che diventò il mio idolo. Imparai anche a suonare il basso perché costava meno avere in formazione una persona con due ruoli: musicista e cantante. E avevo 16 anni».

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(...)

 

Poi però dopo pochissimo sei diventata famosa.

«Suonavamo al Capriccio, un locale di Roma vicino a via Veneto. Il titolare, una faccia bellissima da Sean Connery, ma bassissimo, ci diceva: “Voi dovete far ballare”. Con noi non ballava nessuno. Invece con l’orchestra di Pippo Caruso, il maestro che poi ha seguito Baudo in tutte le trasmissioni, la gente ballava eccome».

 

(...)

Ma per voi era un dispiacere o non vi importava?

«Era più che un dispiacere. Sentivo già che sarei dovuta rientrare a casa con la coda tra le gambe. C’era un ragazzo che piaceva tanto a mia mamma, “un buon partito”, ma il mio amore era la musica. E a un certo punto, sempre a Roma, mi scritturarono per il mese di maggio al Piper, che per me era come essere arrivata a Londra. Tutti ragazzi, pantaloni a zampa, cintura bassa, minigonne… A cantare con noi c’erano anche dei gruppi inglesi, insomma, una meraviglia! Ravera, che era patron di Sanremo e organizzatore di Castrocaro, parlò con il produttore discografico Ladislao Sugar: “Guardi che qui c’è una ragazza che deve vedere”.

 

Quando Sugar arrivò al Piper, non ti dico, in mezzo a tutti questi scappati di casa, un signore vestito di grigio, perfetto. Mi ascoltò e disse: “Sentendo lei tutto il resto mi è sembrato vecchio”. La mia autostima fece un balzo immenso. A quel punto ci fu il contratto e andai al Cantagiro».

 

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Che anno era?

«Il 1965. Era giugno, arrivo a Milano. Mi vestono alla Robin Hood, con un abito di pelle, camicia nera, stivali… Faceva un caldo atroce. Mi prenotano dai Vergottini, allora i più famosi parrucchieri con un salone in via Montenapoleone. Mi fanno una parrucca con la frangia e i capelli lunghi. Solo che era molto larga di circonferenza…».

 

 

 

Ma tu eri bionda?

«Castano chiara, con qualche mèches. E quindi avevo su questa parrucca che però era larga e la dovevo fissare con le forcine, un male tremendo. Come brano scelgo Sono qui con voi, una versione italiana di Baby please don’t go. Ma perdevamo tutte le sere. Vinsi solo una volta, credo fosse nelle Marche, ma solo perché l’altro era talmente stonato che non potevano non farmi vincere. Andammo ovunque, anche in Russia.

 

A bordo mi tolgo la parrucca perché mi faceva malissimo. Arrivati, scendo dalla scaletta, ci dicono di preparare il passaporto, c’è una donna che controlla i documenti e comincia a parlare, in modo concitato. Io non capisco, penso subito che ci sia qualcosa che non va, ma a un certo punto lei indica dietro di me. Seguo il suo dito e vedo la parrucca che era volata via ed era finita lì, per terra. Come un polpo. Al Cantagiro comunque, alla fine, vinsi il premio della critica».

 

Ed eri felice.

«Beh, felicissima. Facevo quello che mi piaceva. Una sera, in camerino arriva Daniele Pace e mi dice. “Abbiamo un pezzo fortissimo per te”. Mi fanno sentire Nessuno mi può giudicare, versione tango. Per me, che venivo dall’Emilia Romagna, il tango era roba per anziani. Però Callegari, in principio maestro e poi produttore, mi disse: non ti preoccupare. Andammo a Bologna, cambiammo l’arrangiamento, che poi usò anche Gene Pitney, e di lì a Sanremo».

 

Fu allora che sei diventata Casco d’oro?

«Il nome se lo inventò Corrado Corradi, un giornalista di Sorrisi e Canzoni. Lui e sua moglie Vittoria, una fotografa bravissima, mi invitavano spesso da loro. Ero già andata dai Vergottini, mi avevano cambiato il taglio, il colore. Era il 1966. Mi presentai così a Sanremo».

 

(...)

 

E tu hai sposato suo figlio Piero, Piero Sugar. Era un bell’uomo, ma sembrava freddo, distante. A me faceva quasi soggezione...

«Eravamo abbastanza agli opposti, ma gli opposti si attraggono, no? È vero, Piero era una persona riservata, aveva difficoltà nel relazionarsi con gli altri, io in questo lo aiutavo molto. Mi sono innamorata dei suoi silenzi. Mentre tutti parlavano, lui interveniva sempre in modo ineccepibile.

 

Sai, il nostro è un mondo che tanti chiamano frivolo – anche se per me non è così, è un lavoro. Lui proveniva dalla cultura vera, e sono sempre stata attratta da chi parlava un italiano perfetto, con un eloquio raffinato. Siamo stati sposati e abbiamo vissuto insieme 52 anni. È morto tre anni fa, purtroppo, a 85 anni. E mi manca molto».

 

 

In quegli anni eri diventata ricca o quasi ricca, guadagnavi molto bene per ogni tua canzone e per tutti i filmetti che facevi, no?

«Ero benestante. Mi sposai con un abito giallo e un grande cappello. Avevo 24 anni e i miei capelli erano tornati scuri. Già pensavo alla mia prossima avventura, la prima etichetta, si chiamava Ascolto. Poi, quando sono entrata alla Cgd, ho dovuto conquistare credito tra i dirigenti: era un’azienda enorme, venti dirigenti, 400 persone… Qualcuno diceva “La signora lasciamola giocare”».

 

 

Con Piero avete avuto un figlio..

«Ci siamo sposati nel ’70, e Filippo è nato nel ’71. Oggi ha 54 anni. È il condottiero della azienda. Bravissimo. Abbiamo acquistato le colonne sonore dei grandi compositori italiani legati al cinema, Nino Rota, Ennio Morricone, Bacalov. Adesso, con la Triennale di Milano, facciamo un primo festival dedicato alle colonne sonore, Slam, Sounds like a movie. Se ne occupa mio nipote Alessandro. Filippo ha tre figli, Greta che vuole scrivere sceneggiature. Alessandro, che si è laureato a Madrid e si è appassionato delle musiche da film. E poi c’è Nicola, che fa letteratura a Londra. Hanno 27, 25 e 19 anni. E poi abbiamo i cantanti: Madame, Lucio Corsi, ora abbiamo firmato con Tiziano Ferro».

 

Ma li hai scoperti tu?

«Lucio Corsi sì. Ma ne ho lanciati tanti altri: Gerardina Trovato, Elisa, i Negramaro. E, ovviamente, Andrea Bocelli. Siamo appena stati a Roma perché hanno fatto il francobollo di Con te partirò, che è un po’ la sua firma».

 

 

Bocelli lo hai proprio scovato tu.

«Sì, lo abbiamo lanciato, abbiamo trovato per lui la direzione, non era facile. Aveva 34 anni. Ti racconto come andò. Feci esibire Gerardina Trovato, che era arrivata seconda a Sanremo dopo Laura Pausini, prima del concerto di Zucchero. A un certo punto, Zucchero si esibisce con un tenore e canta Miserere, che aveva inciso con Pavarotti. Io cercavo una voce proprio come quella, perché ero convinta che per essere internazionali dovevamo trovare qualcuno che rappresentasse il bel canto italiano. Chiesi a Gerardina: “Ma chi è il tenore che canta con Zucchero?”. E lei: “Si chiama Bocelli, e tra l’altro ti vuole parlare perché ha bussato a tutte le porte del mondo discografico e tutti gli hanno detto di no”.

 

Tornata a Milano ne parlai con i miei collaboratori: “Ho trovato la voce che cercavo”. E poi era così bello, sembrava Omar Sharif nel Dottor Zivago. Telefonai al compositore Felisatti e quindici giorni dopo mi arrivò una canzone che però aveva un testo che non mi piaceva. La musica, stupenda. Alla fine fu Zucchero a firmare le parole con uno pseudonimo: era Il mare calmo della sera».

 

Lo pubblichi tu?

«Sì, abbiamo investito tanto su di lui. Abbiamo prodotto anche il suo concerto a Central Park, 15 giorni in albergo a New York, 12 istituzioni coinvolte, un milione di dollari solo per avere lo spazio, ospiti da Céline Dion a Tony Bennett. Una cosa pazzesca. Pavarotti aveva cantato lì nel 1993. Solo il palcoscenico non era nello stesso posto perché nel frattempo erano nate delle tartarughe, e non si potevano disturbare!».

 

(...)

 

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