michele mari michela murgia marco ciriello teresa ciabatti

“BASTEREBBE AVER LETTO BOLAÑO PER SAPERE CHE LO SCRITTORE SE È SCRITTORE DEVE DARE GIUDIZI” – MARCO CIRIELLO INTERVIENE NELLA QUERELLE SULLE PAROLE CHE MICHELE MARI AVREBBE DETTO DI MICHELA MURGIA (“ERA INTRANSIGENTE E VIOLENTA, PERCHÉ ERA BRUTTA. E SFOGAVA COSÌ LA SUA RABBIA”): “TOLTI I GIUDIZI CHE RESTA? LE CAREZZE CHE POI SFOCIANO IN MASTURBAZIONE. È QUELLO CHE È ACCADUTO IN UN VAN DOVE UNA CONVERSAZIONE PRIVATA È DIVENTATA DIBATTITO PUBBLICO. PENSATE CHE SCENA SORDIANA: TERESA CIABATTI CHE ASCOLTA MARI PER COGLIERLO IN FALLO E POI MANDARE I MESSAGGELLI A ‘REPUBBLICA’. MA IN QUESTA STORIA È EVIDENTE CHE MARI È UNO SCRITTORE VERO E LA BANDA CHE LO ATTACCA SI VEDE ASSEDIATA DALLA LETTERATURA CHE È INCAPACE DI PRODURRE. CON O SENZA ‘STREGA’ LO SCRITTORE MARI RIMANE UN GIGANTE, CON O SENZA FRASE SULLA MURGIA, L’OPERA DI MARI RESTA. LA BANDA MURGIANA HA OCCUPATO RADIO, GIORNALI, TV, PREMI, FESTIVAL MA SENZA AVERE SCRITTURA, SOLO APPARATO, E ALLA FINE BASTA UN ROMANZO VERO PER MANDARLI IN CRISI. E ALLORA VALE TUTTO, DAVANTI AL LORO POCO VALERE. MICHELA MURGIA È STATA UNA SCRITTRICE SCARSA CON GIUDIZI INUTILMENTE FEROCI. A ME DISSE CHE ERO UN ALLEVATORE DI CANI DELLA CAMORRA, E IO RISPOSI: ‘MAGARI’; ANCHE FABIO VOLO NE HA RICEVUTI, E CON LUI TANTI. PERCHÉ LEI POTEVA DIRE COSE FEROCI E MARI NO?”

Marco Ciriello per Dagospia

 

MARCO CIRIELLO

Basterebbe aver letto Roberto Bolaño per sapere che lo scrittore se è scrittore deve dare giudizi, battezzare il male, affrontarlo e prenderlo in giro, ma è evidente che tranne Mari nessuno l’abbia letto. Ci sono alcune pagine altissime ne “I dispiaceri del vero poliziotto” dove Bolaño divide i poeti in frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi, e non c’è nessuna omofobia, perché gli scrittori non possono avere paura delle parole, ma devono giocarci, invece siamo dominati da scrittrici e scrittori che le temono, le vietano, le blandiscono.

 

michele mari 3

Tolti i giudizi che resta? Le carezze che poi sfociano in masturbazione. È quello che è accaduto in un Van dove una conversazione privata è diventata dibattito pubblico: perché Teresa Ciabatti, incapace di uscire dai cliché, che già aveva tentato di scrivere Pastorale Maremmana banalizzando suo padre e Licio Gelli, è riuscita a banalizzare Misso, in “Donnaregina”, uno dei boss napoletani con una storia assurda, e capendo di non avere speranza, si è aggrappata non all’opera di Mari – inattaccabile – ma a una voce fuggita.

 

teresa ciabatti 3

Anche se Michele Mari avesse detto in pubblico le stesse cose non ci sarebbe nulla di male, Baudelaire ha detto di peggio, e soprattutto nella vita vera si dice di peggio e la letteratura migliore nella storia della letteratura migliore è piena di giudizi negativi e ironia, giudizi negativi e forza, e solo i mediocri si fermano al giudizio in sé. Certo, vedere nei romanzi italiani i dialoghi dove gente apparentemente spietata si insulta con gli asterischi al posto delle lettere prima di uccidersi: la dice lunga sulla tremenda paura della realtà e su come siamo passati dall’Aurelia del “Sorpasso” al Van della caduta.

 

Tutta la scena degli insulti di Gassman ai viandanti sarebbe da cancellare. Sul Premio Strega c’è un racconto di Juan Rodolfo Wilcock dove il premio consiste in una sodomizzazione, però non ci risulta che la Fondazione Bellonci si sia mai dissociata. Il premiato viene sodomizzato, e si ride. E forse di peggio ha fatto Dino Risi ne “I mostri” dove la ricerca dell’anacoluto oggi farebbe di Vittorio Gassman un Giordano Bruno, ma era commedia all’italiana che forse in quel Van solo Mari conosce.

 

michele mari 2

Questa storia è perfetta per raccontare lo stato della cultura in Italia: una conversazione privata diventa dibattito pubblico e non l’opera, perché si è persa l’abitudine alla lettura, all’analisi, alla comprensione dell’opera in funzione della promozione, fino alla scomparsa dell’opera, alla cancellazione dell’opera, tanto che quando dopo un po’ ne ricompare una, quella di Mari, non si hanno più le armi per analizzarla o attaccarla, e si deve agire diversamente: stare in agguato ad aspettare la frase che possa scatenare il putiferio. Pensate che scena sordiana: la Ciabatti che ascolta Mari per coglierlo in fallo e poi mandare i messaggelli a Repubblica.

 

michela murgia

Ma in questa storia è evidente che Mari è uno scrittore vero e la banda che lo attacca si vede assediata dalla letteratura che è incapace di produrre. Con o senza Strega lo scrittore Mari rimane un gigante, con o senza frase sulla Murgia, l’opera di Mari resta. La banda murgiana ha occupato radio, giornali, tv, premi, festival ma senza avere scrittura, solo apparato, e alla fine basta un romanzo vero per mandarli in crisi. E allora vale tutto, davanti al loro poco valere.

 

Uno scrittore dice quello che gli pare, ma conta per quello che scrive, non per quello che dice. Per questo Pound e Céline sono ineludibili. La distensione non produce letteratura né poesia.

 

Chiara Valerio e Michela Murgia

Michela Murgia è stata una scrittrice scarsa con giudizi inutilmente feroci – ne ho ricevuti, mi disse che ero un allevatore di cani della camorra, e io risposi: Magari; anche Fabio Volo ne ha ricevuti, e con lui tanti; quando la dolce Michela, l’assurda Michela, andava in tivù a dire che si erano tagliati gli alberi per far scrivere i romanzi voleschi, battuta da Bar, nessuno si dissociava – e sarà anche stata bellissima con un cuoricino d’obbligo, come cani e giallisti stanno scrivendo, ma di sicuro era meno ipocrita della banda che ha formato.

 

MICHELA MURGIA

Se si trascendono i canoni, senza scomodare Eco, possiamo ritenere Graziano Mesina un uomo buono, con o senza cuoricino, ma Mesina non è mai stato ridicolo, la banda Murgia sì. E per questo va derisa, e per questo va analizzata, e poi perché lei poteva dire cose feroci e Mari no? La ricordate la foto tutti in bianco per il matrimonio della magnifica Michela? Ecco, era un altro capitolo de “I Mostri” senza l’apporto di Dino Risi.

 

È tutto in quella foto: la banda, gli eletti, vestiti tutti di bianco, come le camicie di Baricco e Riotta nipotine di quelle che ci raccontarono il Watergate, per dire siamo il potere dei puri e deliziamo le professoresse di lettere, siamo gli unici scrittori possibili, quelli che dickianamente impediranno ai Mari di farti del male. Non era così, non erano belli come i Beckham – che pure sono ridicoli – e non avevano nulla da dire. Erano solo l’Ovra – e non l’opera – che diventava copertina patinata, e ora, per fortuna, vengono macinati dal ridicolo, consumati dalla commedia all’italiana che non conoscono, come non conoscono l’Italia: tutto un frou frou di do ut des come diceva Enzo Siciliano.

MICHELA MURGIA il matrimonio di michela murgia 1

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