BASTA, ME NE OVADIA - IL DRAMMATURGO HA LASCIATO LA COMUNITÀ EBRAICA MILANESE: “MI CENSURANO E FANNO PROPAGANDA PER ISRAELE” - RISPOSTA: “FALSO, È UNA RIPICCA PER IL MANCATO INGAGGIO”

1. L'ADDIO DI OVADIA CHE DIVIDE GLI EBREI MILANESI L'ARTISTA: CENSURATO, ME NE VADO
Gian Guido Vecchi per il "Corriere della Sera"

Per capire il clima basterebbe il commento di Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica di Milano, «non mi pare una grande perdita, non credo che nessuno piangerà dopo queste parole incoscienti e pericolose». Moni Ovadia ha deciso di lasciare la comunità, cui era iscritto «per rispetto dei miei genitori», accusandola d'essere diventata «l'ufficio di propaganda» del governo israeliano.

Intervistato dal Fatto quotidiano , ieri, ha parlato di «un veto» che «qualcuno» tra gli organizzatori avrebbe posto alla sua presenza nel festival di cultura ebraica Jewish and the city, che si è svolto a Milano dal 28 settembre all'1 ottobre. E questo «per le mie posizioni critiche del governo Netanyahu».

Parole durissime, quelle del grande attore e drammaturgo, che parla degli insulti («traditore», «nemico del popolo ebraico») ricevuti sul suo sito «in gran parte da ebrei», persone che «diventano i peggiori nazionalisti» perché «qualcuno ha sostituito la Torah con Israele». Ai vertici della comunità, tra l'altro guidata da una «grande coalizione», le reazioni sono altrettanto dure.

E arrivano, sul sito Moked , anche da esponenti della sinistra come Daniele Nahum, consigliere della comunità: «L'intervista è piena di falsità, suona come una ripicca per il mancato ingaggio al festival. Noi rappresentiamo l'ebraismo milanese e non siamo l'agenzia di nessuno».

Ovadia, tra l'altro, parla della «mancata presa di posizione» dei vertici alle frasi di Berlusconi (su Mussolini che «fece anche cose buone») nel giorno in cui si inaugurava il memoriale della Shoah alla stazione Centrale. Il presidente Meghnagi respinge l'accusa al mittente, «condannai quelle parole in un'intervista al Corriere ».

Ma intanto Ovadia rivela che anche Gad Lerner lasciò la comunità milanese in quell'occasione: «Non trovarono le parole necessarie a stigmatizzare quello sproloquio. Quella scelta era l'unico strumento che avevo per esprimere, con discrezione, la mia delusione: sono rimasto iscritto nella bellissima comunità di Casale Monferrato».

Ma il problema denunciato da Ovadia esiste? «In quella forma così esasperata riguarda lui, c'è gente che esulta perché se ne è andato ed è un atteggiamento greve e autolesionista: si misconosce il grandissimo merito che ha avuto nella diffusione della cultura ebraica», dice Lerner.

Il regista Ruggero Gabbai, consigliere pd a Milano, premette: «Come ebreo di sinistra, non potrei immaginare di vivere in diaspora senza Israele, per noi è un'ancora di salvezza». Salvo aggiungere: «Temo che sia vera la storia degli insulti. Posso non essere d'accordo con le sue idee, ma Israele è una società pluralista e l'ebraismo ha sempre insegnato il confronto di idee: quella di Moni sarebbe una perdita grave».

Più severo Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche : «Non mi pare che nel mondo ebraico italiano manchi il confronto, quelli che se ne vanno sbattendo la porta hanno sempre torto. E non abbiamo bisogno di un nuovo Grillo, anche se più colto». Emanuele Fiano, già presidente degli ebrei milanesi e ora deputato del Pd, lancia un appello: «Chiedo a Moni di riconsiderare la sua decisione. E vorrei una comunità capace di accogliere il dissenso».


2. MONI OVADIA, LASCIO LA COMUNITÀ EBRAICA, FA PROPAGANDA A ISRAELE
Silvia Truzzi per il "Fatto quotidiano"

Diceva don Primo Mazzolari che "la libertà è l'aria della religione". Non era ebreo, come non lo era George Orwell che in appendice alla Fattoria degli animali scrive: "Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire". L'eco di queste frasi si sente entrando nella casa di Moni Ovadia a Milano. Per dar seguito al nome pacifista, il cane Gandhi si accomoda sul divano insieme a un paio di gatti; il caffè bolle, l'attore con il capo coperto racconta la storia del festival promosso dalla comunità ebraica che si è svolto alla fine di settembre a Milano, Jewish and the city. "Qualcuno, durante una riunione tra gli organizzatori ha posto il veto alla mia presenza. E gli altri hanno ceduto".

Perché?
Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le violazioni del diritto internazionale, mi riferisco al-l'occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant'anni. Ho imparato dai profeti d'Israele che bisogna essere al fianco dell'oppresso. Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica.

Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per gli israeliani: non c'è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo. Aggiungo però che io m'informo esclusivamente da fonti israeliane. Non palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa. Apprezzo molto due giornalisti israeliani di Haaretz, Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore israeliano.

È iscritto alla Comunità ebraica di Milano?
Sì, per rispetto dei miei genitori. Ma ho deciso di andarmene. Io non voglio più stare in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l'ufficio propaganda di un governo. Sono contro quelli che vogliono "israelianizzare" l'ebraismo. Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l'uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria.

Dicono che le sue critiche a Israele nascono dal desiderio di avere consensi, successo, denaro.
Ma oggi chi è a favore della causa palestinese? La sinistra? Nemmeno più Vendola lo è! E allora dove sarebbe il grande pubblico che mi conquisto? Più ho radicalizzato le mie critiche, più il mio lavoro è diminuito, mi riferisco agli ingaggi e non al pubblico. Il teatro è per tutti, il teatrante è un cittadino e come tale ha diritto alle sue idee.

Lei non è abbastanza "carino"?
Per niente, ma non si parla di cose carine. Il comportamento della comunità internazionale nei confronti del popolo palestinese è semplicemente schifoso. Nel 2000 intervistai per il Corriere della Sera un colonnello della Golani, le teste di cuoio d'Israele. Mi disse: "Se tu hai un bazooka in mezzo ai denti e un mitragliatore tra le chiappe, ci sono almeno due modi per uscirne". Da militare m'insegnò che se si vuole fare la pace, si riesce. Se io dicessi che il governo Netanyahu è un po' birichino, ma non così tanto, diventerei immediatamente il più grande artista ebreo italiano. Invece offendono i miei spettacoli.

È vero che riceve minacce?
Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti, parolacce. I termini sono sempre "rinnegato", "traditore", "nemico del popolo ebraico". Ho criticato l'episodio del bimbo palestinese di cinque anni che aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari israeliani. Mi hanno scritto: "Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo cervello marcio". Questi sono i termini, mai risposte nel merito. Mia moglie, che gestisce la mia pagina Facebook, spesso non me li fa leggere, li cancella e basta.

Sono ebrei quelli che la insultano?
La gran parte sì.

Aver subito la discriminazione non è servito a nulla?
Si, ma paradossalmente questo ha un aspetto positivo. Significa che gli ebrei sono come tutti gli altri. Si trovano in una condizione in cui il nazionalismo è a portata di mano? Diventano i peggiori nazionalisti, malgrado la Torah condanni l'idolatria della terra. L'ebraismo è una cosa, lo Stato d'Israele un'altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo, dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I sinceri democratici - tipo La Russa - sono amici d'Israele. E non importa se fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente.

Dell'affaire Vauro cosa pensa?
La vignetta su Fiamma Nirenstein prendeva in giro la disinvoltura con cui una donna, appassionatissima della causa israeliana, può sedere in Parlamento accanto a uno come Ciarrapico, che non ha mai smesso di dirsi fascista. Ha fatto benissimo Vauro a querelare chi gli dava dell'antisemita. Non solo perché ha vinto in due gradi di giudizio, ma perché l'accusa di antisemitismo è troppo grave per usarla a sproposito.

Lei cosa chiede?
Vorrei essere criticato - non calunniato o insultato - ma rispettato. Vorrei semplicemente avere il diritto di dire la mia opinione e potermi confrontare.

 

 

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