anthony hopkins the father

“BASTA TORTURARSI, LO SPETTATORE NON VUOLE VEDERE LA MIA AGONIA” - ANTHONY HOPKINS, FRESCO DI OSCAR PER “THE FATHER”, SFANCULA LA TECNICA STANISLAVSKIJ E IL TORMENTO PER ENTRARE NEL PERSONAGGIO: “ERO UN  FAN DI BOGART, SPENCER TRACY, BETTE DAVIS: LA LORO INTERPRETAZIONE ERA COSÌ FACILE, NON AVEVANO BISOGNO DI MANGIARSI IL CUORE” – ''LA COMICITÀ È UNA MERAVIGLIOSA VIA DI FUGA, FAR RIDERE È UNA FORMA DI FOLLIA, MA È ANCHE UNO DEI DONI PIÙ GRANDI CHE SI POSSANO FARE AL MONDO" - “L’ALCOLISMO? OGNI FORMA DI DIPENDENZA ALLA FINE È NOIOSA E…” - VIDEO

 

Paola Zanuttini per "il Venerdì - la Repubblica"

 

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Allegria: The Father. Nulla è come sembra è il miglior film sulle devastazioni della vecchiaia dai tempi (2012) dello spietatissimo Amour, di Michael Haneke. Lo ha decretato The Hollywood Reporter. Adattamento della fortunata pièce del drammaturgo francese Florian Zeller che, per l' occasione, ha debuttato dietro la cinepresa, The Father racconta una storia di ordinaria demenza senile: un padre, Anthony Hopkins, perde il contatto con la realtà e una figlia amorosa, Olivia Colman, fatica ad accudirlo nei suoi scatti incontrollabili di rabbia e ribellione.

 

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Che è un film profondamente riuscito lo si capisce dall' empatia che suscita con il protagonista. Un' empatia così intima che rende complicato delineare la trama perché - come dice il titolo italiano - ai suoi occhi, ma anche ai nostri, nulla è come sembra. Di chi è la casa che fa da sfondo alla vicenda? Sembra l' abitazione di un pensionato benestante con i segni rassicuranti dei decenni trascorsi lì dentro, ma forse è l' appartamento della figlia che deve ospitarlo perché lui non è più in grado di badare a se stesso. E la figlia è divorziata o no?

 

Eppoi sta davvero lasciando Londra per Parigi dove raggiungerà un nuovo amore? Condividere per 97 minuti lo straniamento, la confusione mentale, la disperazione di questo vecchio signore svanito non è proprio indolore, ma è il cinema, bellezza.

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Un mood decisamente indeterminato, dovuto al Covid, accompagna anche l' uscita del film, presentato con gran successo nel gennaio 2020 al Sundance e atteso nelle sale italiane il prossimo settembre. Intanto The Father ha appena vinto due Bafta, per il miglior adattamento e per il miglior attore protagonista ed è stato candidato a sei Oscar.

 

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Anthony Hopkins ha 83 anni, ma dice che tuffarsi nella demenza senile non lo ha turbato affatto. «Era un' ottima sceneggiatura, scritta molto bene, basata su un' ottima pièce che io, peraltro, non ho visto a teatro. Quando il copione è buono non fai fatica, segui la road map, fila tutto liscio. Faccio questo lavoro da così tanto tempo e da molto, ormai, cerco di semplificare. La cosa che aiuta di più è la preparazione, imparare bene la parte, ripetere, ripetere all' infinito in modo di cominciare a pensare come il personaggio. E per me non è certo un problema visto che ho una memoria ancora efficientissima. Questa corvée non è stressante, anzi, è molto piacevole, è una sfida. Ancora più godibile se mi capita di lavorare con bravi attori».

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Non ha pensato neanche una volta che quello che succede al suo personaggio potrebbe, con i dovuti scongiuri, capitare anche a lei?

«È solo recitazione. La gente non mi crede, ma è molto facile mantenere le distanze. Sai cosa devi fare, cosa ti è richiesto, il regista dice azione! e tu fai. Non c' è ansia, non credo sia necessario torturarsi. Alcuni attori entrano in uno stato di tormento e dolore: buon per loro, ma non per me. Io voglio funzionare come attore, consegnare un' interpretazione che racconti al pubblico una storia in modo chiaro e accurato. Lo spettatore non ha bisogno di vedere la mia agonia e tutta quella roba lì. Quando ero più giovane la mostravo, ma non ci credo più, non serve per una buona interpretazione. Fare ogni volta King Lear in queste condizioni sarebbe un massacro».

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Agli antipodi dell' Actors Studio, quindi.

«Per carità, niente da ridire, ho visitato l' Actors Studio, studiato la tecnica Stanislavskij, che è buona, non ha niente di sbagliato, ma alla fine bisogna concludere, mentre col Metodo si finisce che la gente parla troppo: bla bla bla. A un certo punto bisogna alzarsi e darsi da fare. E io a un certo punto l' ho detto: basta chiacchiere. Se sbagli, pazienza, chi se ne importa, rilassati.

Non ha senso voler sembrare reali. Hai una storia: raccontala sulla scena o alla cinepresa e falla finita. Ero un grande fan dei grandi attori del cinema americano come Humphrey Bogart, Spencer Tracy, Bette Davis: la loro interpretazione era così facile, non avevano bisogno di mangiarsi il cuore. Recitavano e basta».

 

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In realtà, seguire l' esempio dei divi dell' epoca d' oro di Hollywood è stato un suggerimento di Katharine Hepburn. Nel lontano 1968, sul set di Il leone d' inverno, lui era un giovane attore di teatro gallese figlio della working class, con grandi ansie di rivalsa (soprattutto per gli insuccessi scolastici) e invidiosissimo del conterraneo Richard Burton; lei, per età e carisma, era ormai una divinità.

 

E, con la spiccia autorevolezza di una dea che rivolge la parola agli umani, gli diede un consiglio non richiesto, ma molto apprezzato: smetterla di recitare troppo e limitarsi a pronunciare le battute, fidandosi del suo istinto, proprio come Tracy o Bogart. Hepburn vanta un altro credito nei confronti di Hopkins, che ammette di aver riprodotto il gorgheggio affilato della diva nel modo di parlare dell' Hannibal Lecter di Il silenzio degli innocenti, per il quale ha vinto l' Oscar.

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Lecter, il suo ruolo più famoso, lo ha interpretato non una, ma tre volte, e qualche altra parte da disturbato mentale c' è stata. Va anche detto che durante il lockdown ha postato una serie di video in cui al protrarsi dall' isolamento corrispondeva un peggioramento della sua condizione psichica: in uno parlava in tono allucinato con un cane di ceramica.

 

Questo vuol dire che la follia l' affascina? O la spaventa?

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«È stato solo uno scherzo per farsi una risata in una situazione deprimentissima. La pazzia non mi affascina per niente, è un evento, spiacevole, della vita e io ho fatto il matto soltanto per divertire: sa, ho una certa dose di humour e mi piacciono i film comici perché là dentro sembrano tutti matti. La comicità è una meravigliosa via di fuga, far ridere è una forma di follia, ma è anche uno dei doni più grandi che si possano fare al mondo.

Ammiro gli stand up comedians, fanno intrattenimento, anche molto divertente, ma non hanno niente a che vedere con la mia personalità».

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Non ha sfiorato la follia nemmeno quando beveva di brutto?

«Ma era quasi mezzo secolo fa! Bere troppo fa male, ma non credo abbia nuociuto alla mia salute mentale: ho sempre mantenuto il controllo. Ogni forma di dipendenza alla fine è noiosa e infatti non mi va di parlarne, non importa a nessuno. Ripeto: non sono pazzo e sono molto felice, grazie a uno spiccato senso dell' umorismo, anche durante il lockdown. Aggiungerei che all' attuale benessere contribuiscono il suonare il pianoforte e la pittura, che esercito con una certa aggressività».

 

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Il primo piano, verticale, glielo procurò la madre, più incline del padre a favorire le arti. Il piccolo Anthony voleva anche diventare disegnatore, ma qualcuno lo scoraggiò. Molti anni dopo gli ha ridato coraggio la terza moglie Stella Arroyave che, vedendo i suoi scarabocchi sui bordi dei copioni che leggeva, ha diagnosticato l' inespressa vena pittorica del marito, consigliandogli di mettersi a dipingere.

 

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The Father sembra trasformare un evento triste e abbastanza comune in una specie di thriller: con la mente e i ricordi che si sfilacciano, il suo personaggio comincia a sospettare che gli affetti più cari cospirino contro di lui. Una situazione alla Rosemary' s Baby?

«Non ci vedo nessuna suspense. C' è solo un uomo che soffre di demenza senile e ha una grande confusione in testa. È un film sulla condizione spaventosa di chi perde il contatto con la realtà, gli ancoraggi della memoria, la connessione con il presente.

 

Questo è spaventoso, ma non è un thriller, è solo un problema serio di quando si invecchia. Spero che per il pubblico sia un' introspezione su cosa può accadere.

 

Attraversiamo il nostro tempo convinti di essere immuni alla vita e alla morte e che non ci accada niente di male, ma invece queste cose possono capitare in ogni momento. È il dilemma dell' esistenza: dobbiamo cercare di vivere nel migliore dei modi sapendo che siamo mortali e che alla fine non resta niente di noi. Un giorno ce ne andremo non sappiamo dove e non torneremo indietro. Eccolo qui il senso della vita. Piuttosto tragico, no? Meglio farsi una risata».

 

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Il suo personaggio dice alla giovane badante che si presenta per un eventuale assunzione che da giovane faceva il ballerino di tip tap invece che l' ingegnere, lavoro che in effetti ha svolto per tutta la vita. È un lapsus o una bugia?

«A un certo punto ne sa abbastanza dei piani della figlia: farlo accudire dalla giovane badante mentre lei se ne va a Parigi. Flirta, cerca di affascinarla, ma sa esattamente cosa sta succedendo: le dice che era un ballerino per farle sapere che è più affascinante di come sembra e per ammonirla a non ingannarlo.

 

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Lui non vuol essere governato da nessuno, ecco perché è cosi crudele con la figlia. Non è una carogna, è solo umano. Anche mio padre quando era malato e stava per morire non voleva gente intorno che gli dicesse cosa fare. Era duro, certo, ma non poteva che essere così» Forse anche lui, come padre non è stato tanto tenero.

 

Con la sua unica figlia Abigail non si vede dal secolo scorso - «le persone rompono i rapporti. Le famiglie si dividono e si va avanti con la propria vita», ha spiegato in un' intervista di molti anni fa. «È qualcosa di gelido. Perché la vita è gelida».

ANTHONY HOPKINS PREMIO OSCAR PER IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI APP LIFTING ANTHONY HOPKINS ANTHONY HOPKINS PREMIO OSCAR PER IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI silence of the lambs JODIE FOSTER ANTHONY HOPKINS ANTHONY HOPKINS PREMIO OSCAR PER IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

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