OBESO QUINDI OFFESO - LA DITTATURA DELLA MAGREZZA PRODUCE L’ASSURDO DISPREZZO PER CHI HA CICCIA, COME ACCADUTO AL 14ENNE SEVIZIATO A NAPOLI - E’ L’ASSURDO SOCIALE DI DOVER ESSERE IN FORMA E PIACERE A TUTTI PER FORZA

Mauro Covacich per “il Corriere della Sera”

 

Lu Hao a tre anni pesava sessanta chili Lu Hao a tre anni pesava sessanta chili

La tua obesità è un’offesa personale, un oltraggio al mio sguardo. La mostruosa violenza esplosa in quell’autolavaggio napoletano è la manifestazione cutanea di un’allergia ben più profonda di cui è affetto l’intero corpo sociale, la lipofobia. Il grasso è nocivo se ingerito, è nocivo se incarnato nella persona che ci si siede accanto, è nocivo anche solo se visto passare.

 

È nocivo e in fondo pericoloso perché costituisce una provocazione cocente alla mia regola di vita, il cui un unico precetto ordina: sii magro. Non: sii giusto. Non: sii buono. Non: sii capace. Non: sii saggio. Ma: sii magro. Quando andavo a trovare mia nonna, più o meno all’età di quel ragazzino seviziato e ridotto in fin di vita, lei mi diceva: come sei diventato bello grasso! Ci restavo male, ma per lei era un complimento. Ero florido, in salute, quindi bello.

 

obesita obesita

Erano gli anni Settanta, la fame era una guerra vinta, ma popolava ancora gli incubi dei vecchi. Inoltre, la bellezza era una condizione più complessa che riguardava anche ciò che le persone dicevano e facevano, i loro modi, quei particolari segni di distinzione che li individuavano come esseri unici — qualcuno si sarebbe accorto di me anche se ero bello grasso. Oggi la frenesia imposta dall’epoca spinge la bellezza in superficie: per esprimerla ci è rimasto solo il corpo.

 

Lo dico pensando alla videoinstallazione di Francesco Vezzoli in mostra qualche mese fa al Maxxi di Roma, il cui titolo, Comizi di non-amore, omaggia il documentario di Pasolini. Nel video l’artista mette in scena un talk show ricreato sulla formula di un famoso programma di intrattenimento, invertendo i ruoli rispetto all’originale televisivo — tre giovani uomini devono misurarsi nel corteggiamento di una donna tronista — e facendo indossare i panni della pollastrella a icone «storiche» del fascino femminile, stelle del cinema non prive di ironia come Jeanne Moreau e Catherine Deneuve.

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Ebbene, cosa si inventano i tre ragazzi per conquistare queste inarrivabili femme fatale? Cantano? Ballano? Recitano poesie? No, si spogliano, esibiscono gli addominali, ricalcando perfettamente lo stereotipo della donna oggetto. Quando il tempo stringe, gli addominali valgono più di mille discorsi, e ormai, lo si voglia o no, ogni nostro incontro assume la forma di uno speed date.

 

Difficile negare lo stress che genera questo assetto performante. La magrezza è segno di superiorità, l’indifferenza (simulata) ai bisogni primari. Lattuga, tapis roulant, centrifuga di maracuja e guarana, ecco il passaporto per entrare nel regno dei belli. È un accesso festeggiato talvolta come una nuova vita, il processo metamorfico dei grandi obesi ingaggiati da Extreme makeover, scavati dalla chirurgia, escissi da loro stessi per indossare la divisa taglia small del nostro esercito.

 

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Le macchine desideranti auspicate da Deleuze e Guattari sono diventate in un baleno automi del godimento e del benessere. Doveva essere una liberazione dal potere borghese, autoritario e repressivo, invece è diventata la proliferazione del potere incarnato negli individui, milioni di padroni al cui dispotismo siamo tutti asserviti. Devo piacere a tutti, sempre, subito. E come me, ognuno di voi. Magri, sani, pronti all’uso.

 

Il nuovo dogma ha comportato una medicalizzazione della vita — «mangiare bene», «bere bene» — un’ecologia sociale solo apparente, che non ci spinge mai al «pensare bene». Chi elude questa disciplina piena di pungolanti privazioni non può che apparire un sovversivo, la sua semplice presenza è un affronto alla nostra rettitudine arianoide. Ti faccio esplodere, un gesto che tradisce un vero e proprio desiderio di annientamento. Ma l’odio per le persone in sovrappeso si estende bel al di là di quell’autolavaggio. 

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