giungla calais in fiamme

LA “GIUNGLA” C’EST FINI - DOPO LO SGOMBERO DELLA GRANDE BIDONVILLE DI CALAIS SONO CENTINAIA I MIGRANTI CHE HANNO RIFIUTATO IL TRASFERIMENTO IN NUOVE STRUTTURE - LA POLIZIA LOCALE ORGANIZZA LE RONDE PER DARE LA CACCIA AI PROFUGHI - UN VECCHIETTO: “CHISSÀ SE TORNERANNO MAI I TEMPI IN CUI SU QUELLE DUNE CI ANDAVAMO A FARE IL BAGNO”

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Omero Ciai per la Repubblica

 

Li chiamano “Squats” - occupanti - è adesso sono il nuovo incubo di Calais. Sono alcune centinaia di migranti che non hanno aderito al trasferimento da “la Jungle” e si sono allontanati dal campo per disperdersi nella regione intorno alla cittadina francese. Un gruppetto è stato intercettato ieri mattina dagli agenti della polizia nei giardini dietro il palazzo del Comune.

 

Ma a Calais si parla di molti altri che possono essere andati a nascondersi nei boschi o nelle aree industriali lungo il litorale della Manica perché temevano di essere espulsi se si fossero fatti registrare.

 

Per la sindaca di Calais, Natacha Bouchard, esponente della destra repubblicana vicina a Sarkozy, quella degli “Squats” è la principale emergenza adesso che l’area della grande bidonville dei migranti è stata in gran parte sgomberata. E per questo la polizia locale ha organizzato le ronde.

 

Per ora vi partecipano sei pattuglie che perlustrano il territorio, aprono i capannoni industriali, cercano nelle case abbandonate disperse nella vasta periferia di Calais e in altri piccoli borghi. Ma la polizia ha chiesto anche la collaborazione attiva della popolazione: «Segnalateci qualsiasi sospetto», è l’appello ripetuto sui mass media.

 

Philippe, un commerciante sulla cinquantina, grosso, pelato ma con baffoni bianchi e occhiali, è d’accordo con la sindaca e attacca il prefetto, Fabienne Buccio, che dopo gli incendi di mercoledì sera e il trasferimento di quasi seimila migranti suddivisi in circa 280 centri d’accoglienza in tutto il Paese, ha dato per finalizzate «brillantemente» le operazioni. «Qui non è finito proprio niente», dice Philippe.

 

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«Che fine hanno fatto quelli che non sono voluti partire e che loro, quelli del governo, hanno lasciato che si disperdessero in questa zona? ». Philippe, che dice di essere solo un simpatizzante del Fronte Nazionale di Marine Le Pen, non andò a Parigi quando molti dei suoi amici fecero una manifestazione per chiedere la fine della Giungla. Ma era solidale. Com’era solidale quando i camionisti, appoggiati da molti agricoltori e dai lavoratori del porto, organizzarono “l’operatiòn escargot”, operazione lumaca, con i Tir che si muovevano lentissimi per protesta lungo l’autostrada.

 

E se fosse necessario oggi parteciperebbe anche alle ronde, “le patrouille anti migrants” - dicono qui -. Ma è anche meglio che se ne occupi la polizia, aggiunge. «Il problema - conclude - è finirla con questa anarchia, con le bidonville dei migranti che vogliono andare in Gran Bretagna qui a Calais. E che ogni volta che vengono sradicate, rinascono un po’ più in là».

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«D’altra parte - come spiega Jean, un impiegato del porto - quello che dovrebbe ormai essere chiaro è che è assolutamente inutile arrivare fin qui per andare clandestinamente dall’altra parte del tunnel». Perché tutti - o quasi tutti - i Tir che attraversano la Manica, passano dentro uno scanner che individua la presenza di clandestini a bordo. Per questo la Giungla continuava a ingrossarsi di migranti di tutte le nazionalità che attendevano mesi un’opportunità per raggiungere la Gran Bretagna.

Però dev’esserci qualcosa che non torna se è tutta vera la storia di un curdo iracheno di 23 anni, Saladin Muhamad, raccontata da La voix du nord. Saladin, che si è autopromosso come «il miglior scassinatore di serrature dei camion», guidava nella Giungla una piccola banda che in cambio di mille dollari a persona consentiva ai migranti di nascondersi nei Tir. Arrestato, è stato condannato a tre anni l’altro ieri.

 

È vero però che negli ultimi mesi, soprattutto dopo Brexit, i controlli si sono molto rafforzati. Londra ha anche finanziato la costruzione di un nuovo muro di cemento alto quattro metri e lungo un chilometro sull’autostrada proprio sopra l’aerea della Giungla, che si unisce a quello in ferro e cavalli di frisia che arriva fino al porto.

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Sotto, quasi a perdita d’occhio, si vede quel che resta della bidonville dopo le fiamme. Molti detriti, numerose roulotte ancora integre e alcune decine di migranti rimasti sul posto. Che il problema dei cosiddetti “squats” sia serio, lo ha confermato anche uno di quelli che a Calais non ha voltato le spalle ai migranti, il segretario dell’Auberge des Migrants, una organizzazione umanitaria di primo soccorso. 

 

«Adesso quelli che sono rimasti sono molto discreti ma noi sappiamo che ci sono». Poi, denuncia, che almeno 300 minorenni non sono stati registrati e non sono potuti entrare nel centro d’accoglienza. Mentre un’altra grande incognita riguarda quelli che sono partiti, prima dell’inizio dello sgombero, verso Parigi e Bruxelles.

 

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A meno di un chilometro dalla sabbia della Giungla, su un angolo della strada, c’è il “Café des Dunes”, ritrovo favorito questa settimana di tutti i giornalisti giunti fin qui per seguire lo sgombero dei migranti. Ieri non c’era più nessuno. Solo i clienti abituali. “La Jungle c’est fini”, titola il giornale appoggiato su un tavolo mentre un vecchietto dubbioso commenta: «Chissà se torneranno mai i tempi in cui su quelle dune d’estate ci andavamo a fare il bagno».

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