FIGLIE DI PUTTANA - LA MADRE DI UNA BABY-ESCORT: “NON MI SONO ACCORTA DI NULLA” - IL PAPPONE: “ANCH’IO MI PROSTITUIVO’’

1 - "MIA FIGLIA PROSTITUTA PER COLPA DELL'AMICA"
Maria Elena Vincenzi per "la Repubblica"


«Per Emanuela avevo chiesto supporto alla Asl perché sin dal quarto ginnasio ha cominciato ad avere atteggiamenti aggressivi». È il racconto di un'adolescenza difficile quello che la mamma di Emanuela (il nome è di fantasia), una delle due teenager coinvolte in un giro di prostituzione minorile, fa al gip Maddalena Cipriani: la donna da 10 giorni è in cella con l'accusa di avere indotto la figlia a vendere il suo corpo perché le servivano i soldi.

La procura contesta a lei e ad altri 4 l'induzione e lo sfruttamento della prostituzione minorile. Un fenomeno sempre più diffuso contro il quale si è scagliato ieri anche monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo ausiliare dell'Aquila, che ha rivolto un appello ai genitori. Il sacerdote ha spiegato di aver raccolto la confidenza di un medico aquilano che conosce i casi di famiglie in difficoltà le cui bambine, anche minori di 14 anni, vengono costrette a prostituirsi o vendono il proprio corpo in cambio di un telefonino alla moda o di una ricarica.

Succede in Abruzzo, succede nella capitale. «Ho due figli, il padre è stato completamente assente dopo la separazione. Non ci ha aiutato in nessun modo. Io ho avuto difficoltà nella gestione dei ragazzi, specie con più piccolo», inizia così il verbale dell'interrogatorio di garanzia della donna, 43 anni.

Gli atti, duemila pagine, sono stati depositati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Cristiana Macchiusi al tribunale del Riesame che dovrà valutare l'istanza di scarcerazione presentata da Agostino Mazzeo e Piergiorgio Micalizzi, legali di uno degli arrestati, il commercialista Riccardo Sbarra.

«Emanuela si vergognava della nostra condizione economica. Diceva di odiare il fratello perché attribuiva a lui l'origine di tutti i nostri problemi economici». È allora che il rapporto si incrina, quando, complice la crisi, la donna deve chiudere il suo bar e mettersi a fare la commessa. «Mia figlia voleva uscire anche durante la settimana, non solo il sabato.

Avevamo spesso degli alterchi, in due occasioni ho chiamato i carabinieri». Il gip chiede dettagli sul rapporto della figlia con Serena (nome di fantasia), di un anno più grande, anche lei minore che vendeva il suo corpo in un appartamento dei Parioli. «Non la volevo a casa mia perché è ineducata, vestiva in modo non adeguato alla sua età. È sguaiata».

La madre di Serena, però, ha fatto quello che lei non ha fatto: si è rivolta prima a un investigatore privato poi ai carabinieri. Dando il via alle indagini del nucleo investigativo. E aveva anche provato a parlare con lei. «Venne un giorno da me e mi disse che le ragazze facevano cose strane.

Era estate. Pensavo si riferisse ai tatuaggi oppure al fatto che bevessero. Mia figlia mi rassicurò, mi disse che non facevano nulla di strano, che aveva trovato un lavoretto in un bar». Peccato che Emanuela, a 14 anni, non potesse lavorare, nemmeno in un bar.
Il gip le domanda come non abbia notato che la figlia aveva una grossa disponibilità di denaro. «Quando tornava a casa con delle nuove scarpe, mi diceva che gliele avevano regalate le amiche perché loro potevano permettersele».

La procura le contesta di avere chiesto soldi alla figlia. Peggio, di averla spronata a lavorare. «Non ho preso soldi da mia figlia. Non sapevo nulla di appuntamenti. Non ho saputo gestire questa situazione. Non ho denunciato perché non sapevo con chi aveva a che fare Emanuela e avevo paura per lei. Ora, sono contenta che è successa questa cosa: la volevo fermare in tutti i modi. Ne avevo parlato anche con lo psicologo che ha in cura l'altro mio figlio».

2 - BABY-SQUILLO, PARLA UN ARRESTATO «ANCHE IO MI PROSTITUIVO»
Ilaria Sacchettoni per il "Corriere della Sera - Roma"

«Mi prostituisco» dice, all'improvviso, lo sfruttatore. Nel perverso gioco di ruoli che ha portato in carcere una madre, accusata di sfruttare il corpo della figlia quindicenne, c'è spazio anche per un capovolgimento totale della situazione. Mirko Ieni, per il quale la procura chiederà il rito immediato -è accusato di aver lucrato sulle due liceali che si prostituivano per soldi e cocaina - improvvisamente, colloca se stesso nella cerchia degli «sfruttati»: «Anch'io mi prostituivo» si legge nel verbale d'interrogatorio reso al giudice per le indagini preliminari Maddalena Cipriani.

«Le ragazze - spiega lui - le ho conosciute in un ambiente notturno. Loro facevano tardi la notte. Non sapevo la loro età. Emanuela (nome di fantasia, ndr) mi aveva detto che si era iscritta all'università» Secondo il pm Cristiana Macchiusi, Ieni reclutava e induceva alla prostituzione le due ragazze «offrendo, tra l'altro, la disponibilità dell'appartamento locato in via dei Parioli» (preoccupandosi anche di garantire la quiete condominiale invitava tutte, le liceali e altre prostitute da lui gestite a «non fare chiasso» per le scale).

Ieni descrive un rapporto non subordinato ma quasi paritario con le ragazze: «Anch'io mi prostituisco» dichiara. E ancora: «C'era una complicità amichevole fra tutti quanti. Non ho mai avuto rapporti sessuali con loro, gli lasciavo casa mia perché mi fidavo di loro. Gli lasciavo anche le chiavi. Loro stavano sempre in giro con il taxi».

Ma lui, l'uomo che postava inserzioni sul web (con foto coerenti delle ragazze), smentisce forzature: «Non ho mai forzato nessuno. Non ho mai minacciato nessuno. Se c' era il discorso di fare insieme prendevo qualcosa. Eravamo complici, amici ma non sapevo che erano minorenni».

Conferma di aver veicolato incontri sul web (www.bachecaincontri) :«Mettevo gli annunci e rispondevo a ipotetici clienti. Ma era nata una bella amicizia fra noi, non ho mai chiesto una foto alle ragazze. Non so nulla del materiale pedo pornografico. Non mi sarei mai permesso». Dalle intercettazioni emerge che il tono, usato con le baby -prostitute era diverso, piuttosto perentorio: «fai quello che caz...ti pare però questo te lo devi fà per forza micia, perchè io non sto a giocà».

Ora, dal carcere di Regina Coeli, Ieni attenua, smorza, alleggerisce: «Le ho conosciute in un ambiente notturno. Loro facevano tardi la notte. Non sapevo la loro età. E. (la più grande, ndr) mi aveva detto che si era iscritta all'università». La responsabilità maggiore, poi, non era la sua: «Le cose partivano da Nunzio (Nunzio Pizzacalla, ndr) io forse davo una mano. Non ho mai dato la droga alle ragazze».

 

 

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