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“NON CI SPIEGARONO CHE IL PONTE MORANDI STAVA PER VENIRE GIÙ. NESSUNO CI DISSE CHE ERA A RISCHIO CROLLO” - GIANNI MION CORREGGE PARZIALMENTE IL TIRO DOPO LE SUE DICHIARAZIONI CHOC (“NEL 2010 SAPEMMO CHE IL PONTE MORANDI ERA A RISCHIO CROLLO”): “TUTTI NOI PENSAVANO CHE I CONTROLLI LI FACESSERO I TECNICI DI SPEA, POI È VENUTO FUORI DOPO COME FACEVANO LE INDAGINI…ERAVAMO TROPPO AUTOREFERENZIALI E NEGLI ORGANI DI CONTROLLO C’ERANO TROPPI DIPLOMATI E POCHI TECNICI”

Estratto dell’articolo di Marco Lignana per “la Repubblica”

GIANNI MION

 

[…] Gianni Mion […] Il manager rimasto per 30 anni a muovere uomini e denaro, a traghettare la famiglia Benetton dall’abbigliamento ad autostrade e aeroporti, al telefono si esprime come dentro e fuori dall’aula di palazzo di giustizia.

 

Lei però ha detto qualcosa di enorme. Sapeva che il Morandi fosse a rischio e non intervenne. E allora, nel 2010, era a capo di “Edizione”, la cassaforte dei Benetton.

giovanni castellucci di autostrade

«Ma guardi che l’avevo già detto durante le indagini, ho solo ripetuto il concetto. E in quella riunione mica ci spiegarono che il ponte stava per venire giù. Nessuno ci disse che era a rischio crollo».

 

A verbale firmò così: «In una riunione mi parlarono di un difetto di progettazione. Creava delle perplessità sul fatto che il ponte potesse restare su”. Non vuol dire rischio collasso?

«Ma tutti noi pensavano che i controlli li facessero i nostri tecnici di Spea, poi è venuto fuori dopo come facevano le indagini… Mica sapevamo allora tutto quello che è venuto fuori dopo. Io chiesi solo se qualche ente terzo avrebbe certificato lo stato di salute del viadotto, da lì la stupida risposta del direttore generale “ce lo autocertifichiamo”».

GIANNI MION

 

Cosa risponde ai familiari delle vittime del disastro, che hanno sottolineato con rabbia e amarezza la sua inerzia?

«Hanno ragione. Ma cosa avrei dovuto fare, una grande battaglia interna?».

 

Almeno sarebbe stato un punto di partenza.

«Il nostro grande problema è che eravamo troppo autoreferenziali. E che negli organi di controllo c’erano troppi diplomati e pochi tecnici».

sabrina e gilberto benetton

 

Continua a pensare tutto il bene possibile del “suo” ex amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci, fra i principali imputati nel processo sul crollo?

«Assolutamente sì. Guardi che Castellucci è bravissimo, un fuoriclasse. Il problema è che si è circondato di collaboratori per niente al suo livello».

 

[…] sono morte 43 persone.

«E io dissi subito dopo il crollo che bisognava chiedere scusa, sarebbe stato molto importante farlo. E lì anche Castellucci ha sbagliato […] Ma in quei casi poi intervengono le strategie, gli avvocati… […] Io purtroppo non posso rinascere, ho finito la mia corsa, speravo che finisse meglio […]».

 

GIANNI MION

Nelle intercettazioni agli atti ha parlato molto male dei Benetton, della loro “avidità”.

«Era lo sconforto di fronte a tutto quello stava uscendo sui giornali».

 

Parlava anche dei “dividendi e di come poi è andata a finire”.

«Non che ci sputassero sopra…ma tutti i bilanci sono alla luce del sole, non c’è niente di segreto. E non è che non avevano fatto il nuovo ponte per i dividendi. Quello che sta facendo adesso Autostrade, tutti i controlli e le ispezioni, lo potevamo fare benissimo. Ma era un campo troppo difficile per noi. Eravamo autoreferenziali e impreparati a gestirlo […]». […]

 

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