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DA TRIPOLI SOLO TRIBOLI - I DUE ATTENTATORI DEL MUSEO DEL BARDO SONO STATI RECLUTATI IN UNA MOSCHEA DI TUNISI E A SETTEMBRE HANNO RAGGIUNTO UN CAMPO D’ADDESTRAMENTO IN LIBIA - POI HANNO ATTESO L’ORDINE DI AGIRE

Guido Olimpio per il “Corriere della Sera”

 

spari dentro al museo bardo di tunisispari dentro al museo bardo di tunisi

La macchina mediatica dell’Isis ha usato i tempi dei «vecchi» di al Qaeda ed ha atteso una giornata prima di rivendicare, con un testo e un audio sul web, la strage di Tunisi. Un’assunzione di responsabilità farcita di minacce ma priva di quei particolari che permettano di considerarla credibile senza ombra di dubbio. Bastava poco e quel poco non c’è. Però, molti esperti lo considerano un documento interessante, diffuso attraverso i canali di comunicazione certificati dal Califfo.

 

«Credevano di essere protetti nella loro fortezza ma Dio è arrivato sopra di loro», inizia così il messaggio dove si precisa che l’attacco è «la prima goccia di pioggia». Poi il riferimento — ormai classico — ai due «cavalieri», identificati con i nomi di guerra, Abu Zakaria al Tunisi e Abu Anas al Tunisi. Sono stati loro i protagonisti della «gazwat benedetta», altra espressione del vocabolario jihadista a sottolineare l’incursione a sorpresa. L’obiettivo — sostiene l’Isis — era il museo del Bardo, un obiettivo attaccato con mitra e granate: «I nostri fratelli sono riusciti a colpire un gruppo di crociati».

 

attacco terroristico a tunisi 4attacco terroristico a tunisi 4

Nessun accenno alle cinture esplosive sofisticate citate dalle autorità. Il proclama è stato poi ripetuto attraverso un audio su Internet, a declamarlo una voce dall’accento saudita o yemenita. Sono tutti dettagli oggetto di valutazione per capire se il massacro sia davvero l’apertura del fronte tunisino da parte del Califfo. Un quadro dove pesa una certa reticenza del governo, in imbarazzo per essersi fatto sorprendere malgrado i molti segnali di tempesta.

 

Nel tentativo di reagire, la polizia ha annunciato nove arresti, tra i quali quattro persone ritenute collegate ai due killer, Jabeur Khachnaoui e Yassine Laabidi. In manette anche il padre e la sorella del primo, rintracciati a Sblita, la cittadina dove passa un segmento di indagine.

JABEUR KHACHNAOUI E YASSINE LAABIDIJABEUR KHACHNAOUI E YASSINE LAABIDI

 

Per gli inquirenti i militanti sono stati reclutati in una moschea dalla capitale, poi in settembre hanno raggiunto un campo d’addestramento in Libia, forse a Derna. Indiscrezioni hanno aggiunto la coda. La permanenza in Libia si è conclusa in dicembre, quando la coppia è rientrata in patria stabilendosi a Ettahir, ospitata da un uomo che commercia in legumi ma è anche parte della falange Okba bin Nafi, movimento qaedista coinvolto in una lunga striscia di attacchi contro i soldati. Al riparo da occhi indiscreti gli assassini hanno atteso il momento opportuno (o l’ordine) per la missione senza ritorno nel cuore della capitale.

 

attacco terroristico a tunisi 2attacco terroristico a tunisi 2

Non è però chiaro come la possibile connessione con Okba possa incastrarsi con la rivendicazione dell’Isis. Sono due formazioni in concorrenza, la falange predilige bersagli militari, l’Isis quando usa la falce non fa distinzioni. A meno che — ipotesi difficile — non ci sia stato un patto d’azione, come è avvenuto con i terroristi di Parigi. Oppure i criminali erano dei semplici simpatizzanti, con legami non troppo stretti con le organizzazioni.

 

attacco terroristico a tunisi attacco terroristico a tunisi

Ma se è vero che sono stati in Libia è arduo pensare che siano dei cani sciolti. Ed allora ritorna la teoria del Califfo che pianta un’altra bandierina nera su una pila di corpi in un Paese dove non aveva mai agito pur avendo ai suoi ordini centinaia di tunisini. La strage come parte del piano globale ma anche mossa per distrarre dalle sconfitte subite in Iraq. Manovra agevolata dalla sponda dei mujaheddin attivi sul suolo libico.

 

E’ comunque una fase delicata, dove non mancano notizie contraddittorie e speculazioni. Il presidente Beji Caid Essebsi ha accusato la formazione Ansar al Sharia, protagonista dell’uccisione di due politici tunisini nel 2013 e con ramificazioni in Libia dove vivono i suoi capi.

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La polizia ha confermato che uno degli attentatori, Laabidi, era «un soggetto noto», anche se per fatti minori. Un sito ha pubblicato la foto di Khachnaoui con un alto dirigente del partito islamico Ennhada ipotizzando un’affiliazione politica. Piste che si intrecciano in un clima dove lo scempio del Bardo è visto come l’inizio di una nuova fase di terrore. Con al centro la Tunisia.

 

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