POMPEI RI-SEPOLTA (DALLA MALAVITA) – NEL 2011 I FRANCESI ERANO PRONTI A INVESTIRE 200 MLN MA CHIEDEVANO CONTROLLI ANTI-CAMORRA SUGLI APPALTI: L’ITALIA NON FORNÌ GARANZIE – VILLARI: ‘I CROLLI? NON HO LE PROVE MA SOSPETTO CHE SIANO COLPOSI: LE DITTE ARRIVAVANO PRIMA DEI MAGISTRATI’

1 - ‘BUROCRAZIA, CASTE E CAMORRA: PERCHÉ POMPEI SI SGRETOLA'
Mattia Feltri per ‘La Stampa'

Senatore Riccardo Villari, lei era sottosegretario alla Cultura quando Epadesa offrì 200 milioni di euro per Pompei: che successe?
«In realtà arrivai a questione già cominciata. Se ne parlava molto ma non c'erano documenti ufficiali. Allora convocai tutti gli interessati per fare il punto della situazione. Vennero i francesi di Epadesa con l'Unesco, la sovrintendenza di Pompei, il sindaco, la camera di commercio di Napoli, l'Unione industriali...».

Viene già il mal ti testa.
«Un momento: c'erano la presidenza della Campania, i dirigenti del ministero, una quantità di persone. Volevo capirne di più, e capii solamente che c'erano resistenze incredibili».

Che resistenze?
«Devo fare un premessa: a Pompei manca tutto tranne il denaro, ma non è mai speso bene né chiaramente. Del consorzio Epadesa attraevano non soltanto i 200 milioni, che è una gran cifra, ma le competenze delle loro aziende. Ma non c'era la volontà di farli entrare».

Perché?
«Perché Epadesa, mettendo a disposizione tutto quel denaro, voleva capire che succedeva dentro e fuori dagli scavi. Soprattutto fuori».

La malavita.
«Racconto un episodio. Una mattina vengo informato casualmente che c'è stato un piccolo crollo. Siccome ero a Napoli vado a Pompei e lì assisto a una scena incredibile: il procuratore di Torre Annunziata, Diego Marmo, stavo rimproverando con un certa veemenza il direttore degli scavi perché regolarmente, a ogni crollo, la procura veniva avvisata per ultima, anche all'indomani. Eppure dentro agli scavi c'è un presidio dei carabinieri».

E perché succedeva?
«Perché si doveva modificare, diciamo così, la scena del delitto».
Dice che i crolli erano colposi?
«Non ne ho gli elementi, ma il sospetto viene, no? Penso lo avesse anche il procuratore Marmo: certe volte le ditte arrivavano prima dei magistrati».

Attorno agli scavi c'è la camorra e questo fece scappare i francesi.
«Di certo i francesi furono terrorizzati dalla nostra paralizzante burocrazia e dalle guerre di casta dentro al ministero. Quanto alla camorra voglio dire che gli scavi sono in una zona ad alta densità malavitosa e non penso che, arrivata a Pompei, la malavita si fermi sui marciapiedi. Lì le famiglie camorriste ci sono e sono attive».

Infatti i francesi volevano coordinare le gare d'appalto, impedire i subappalti e presidi della polizia sui cantieri.
«E li capisco. Il problema è che gli interventi su Pompei sono disciplinati dal Consiglio superiore dei beni culturali, allora presieduto da Andrea Carandini, mentre il segretario generale Cecchi rivendicava alle sovrintendenze...».

Si fermi, senatore. Davanti a un garbuglio così fuggirebbe chiunque.
«Chiaramente! Non è soltanto la camorra come tutti la intendiamo, ma anche la camorra di un sistema vischioso, chiuso, corrotto, in cui girano molti denari, posizioni di potere, un sistema che si nutre di Pompei e tenuto insieme dalla tacita intesa per cui dentro non ci deve entrare nessuno».

Una follia.
«Esatto, e tutto, ripeto, parte da un ministero castale come quello della Cultura».

2 - COSÌ SONO SFUMATI 200 MILIONI PER POMPEI
Mattia Feltri per "la Stampa"

«Pecunia non olet», disse l'imperatore Vespasiano al figlio Tito, che gli rimproverava l'intenzione di tassare l'urina raccolta dalle latrine. La pipì puzza, disse Tito. Il denaro no, fu la risposta, e ci sono voluti poco meno di duemila anni perché una massima tanto apprezzata trovasse disprezzo nella spiantata Italia della crisi. All'inizio del 2011 il più grande consorzio francese di multinazionali, Epadesa della Défense, offrì circa duecento milioni di euro al restauro di Pompei, e dopo un anno e mezzo di tribolazioni non se ne fece nulla. La storia si affacciò sui nostri quotidiani e come arrivò sparì, fra stupore e un po' di indignazione.

È una vicenda nota, nel mondo della cultura, e controversa tranne che nelle origini. Nel 2011, Patrizia Nitti, direttrice italo-francese del Musée Maillol a Parigi, Rue de Grenelle, specializzato in cultura italiana, sta allestendo una mostra su Pompei. È lì che le viene in mente di chiamare una cara amica, Joëlle Ceccaldi-Raynauld, presidente del consiglio di amministrazione di Epadesa e parlamentare. Le avanza una proposta: avvalersi della legge francese sulla defiscalizzazione (pro mecenatismo) e contribuire alla cura del più grande sito archeologico del mondo.

Si tratta - detta in maniera grossolana chiara - di girare parte dell'imponibile dall'erario a Pompei. Joëlle chiede qualche giorno. E settantadue ore dopo dice sì, sono tutti entusiasti. In particolare lo è Philippe Chaix, direttore generale di Epadesa. Oggi Patrizia Nitti ci dà il preambolo: «Il presidente di Epadesa qui vale quanto un ministro. Quando si muove, gli srotolano il tappeto rosso».

Stavolta non succede. È Ceccaldi-Raynauld che deve andare a Roma, al ministero dei Beni culturali. Il ministro è Giancarlo Galan, che ha appena preso il posto di Sandro Bondi. Ceccaldi-Raynauld (accompagnata da Patrizia Nitti e dalla senatrice del Pdl, Diana De Feo, ambasciatrice in Italia dell'intervento) si incontra con Mario Resca, ex McDonald's, direttore generale del ministero, e illustra il progetto: venti milioni di euro all'anno, a crescere, per dieci anni. Nemmeno il Superenalotto.

«Conosco Pompei, ci ho lavorato quattro anni. Quattro anni piuttosto complicati. Ero autrice e relatrice del progetto, anche per via della lingua», racconta oggi Patrizia Nitti. Dice che da subito ci furono «difficoltà di comprensione. Non riuscivo a rendere la portata di Epadesa. Sentivo della diffidenza».

Forse contribuirono le lotte di competenze, le gelosie e gli interessi che da sempre agitano il Mibac. I contatti proseguono ma così macchinosi che Epadesa decide di coinvolgere l'Unesco: nel giugno del 2011 viene informata del piano di finanziamento la direttrice generale Irina Bokova. E alla fine di novembre, nella sede parigina dell'Unesco, davanti al direttore per la Cultura, Francesco Bandarin, i rappresentanti di Epadesa e del ministero devono firmare il protocollo. Da pochi giorni a Palazzo Chigi c'è Mario Monti, al Mibac è andato Lorenzo Ornaghi. Ma a Parigi, da Roma, non arriva nessuno.

L'altro atto ufficiale è di quattro mesi più tardi. Joëlle Ceccaldi-Raynauld scrive una lettera a Ornaghi e gli chiede una moratoria. «Mi sembra che nel nostro paese, il periodo attuale non è il migliore per intraprendere degli interventi di sponsorizzazione», scrive fra l'altro. Sta per compiersi la sfida dell'Eliseo fra Nicholas Sarkozy e François Hollande.

Dovesse vincere Hollande, come accadrà, Epadesa che è statale sarà sottoposta a spoil system e, in scadenza di mandato, non ci si espone per duecento milioni di euro. Tutto qui? No, c'è ancora qualcosa. Nel giugno del 2012, intervistato dal Mattino, l'ex sottosegretario di Galan, Riccardo Villari, dice: «L'Epadesa aveva offerto duecento milioni per restauri all'interno del sito, ma voleva la certezza che a fare i lavori fossero le imprese del consorzio senza passare per alcuna gara d'appalto. Forse pensavano che con i quattro soldi che ci offrivano si sarebbero potute forzare regole che immaginavano evidentemente flessibili».

Notevole: i francesi a lezione di legalità dagli italiani. Purtroppo da Epadesa nessuno parla: nel frattempo sono cambiati i vertici e comunque la questione, dicono, è chiusa. Ad aiutarci è un funzionario dell'Unesco cha chiede l'anonimato: «Il consorzio, per paura della camorra, chiedeva di condividere le gare di appalto, di vietare i subappalti e un presidio di polizia sui cantieri. Non so quanto pesarono le richieste, ma pesarono senz'altro».

Oggi Villari aggiunge: «Credo fossero soprattutto terrorizzati dalla burocrazia e dalle guerre infinite dentro il ministero». Fatto sta che i duecento milioni non sono più arrivati.
Fine? Forse no. Philippe Chaix non è più all'Epadesa. Non è stato possibile contattarlo perché in questi giorni è in India.

«Non so se la cosa c'entri», dice Patrizia Nitti. C'entri con che? «Philippe mi ha detto che, arrivato alla soglia dei sessant'anni, dopo avere ottenuto onori e guadagni sente l'adrenalina soltanto se ripensa a Pompei. Mi ha detto di aver contattato i suoi maggiori clienti in America, in Cina, in India, e ha già ricevuto numerose disponibilità. Sogna di costituire una fondazione mondiale per Pompei nello spirito della fondazione del Louvre. Potrebbero arrivare soldi, tanti, e un interesse enorme. E adesso a Roma c'è Matteo Renzi». Uno con le orecchie adatte per sentire come suona bene la parola Pompei.

 

 

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