CHIAMALO FESSO – VA IN PENSIONE SENZA AVER MAI LAVORATO UN GIORNO, IL MINATORE FANNULLONE CONFESSA: ‘’HO INVENTATO MALATTIE PER UNA VITA. I MINATORI? LI RISPETTO MA A ME PIACE SUONARE IL JAZZ”

Nicola Pinna per “la Stampa”

 

Carlo 
cani 
Carlo cani

La claustrofobia, almeno per un minatore, dovrebbe la essere causa principale di «non idoneità al servizio». E Carlo Cani, in fondo, lo sapeva bene, ancor prima di essere assunto alla Carbosulcis. Ma lui il terrore di vivere rinchiuso in una galleria semibuia, a centinaia di metri sotto terra, l’ha sfruttato per anni. A suo favore. Ha accumulato giorni e giorni di malattia e così non si è mai presentato al lavoro. Con la complicità del certificato medico, e sfruttando lunghi periodi di cassa integrazione, ha raggiunto un obiettivo doppio: trascorrere pochissimi giorni in miniera e maturare ugualmente il diritto alla pensione.
 

Raggiunto il traguardo, si dedica a tempo pieno al jazz e racconta la verità: «Mi inventavo di tutto: amnesie, dolori, emorroidi, camminavo sbandando come fossi ubriaco. Mi capitava di urtare la parete con un pollice e lavorare con un dito gonfio ovviamente era impossibile. Altre volte mi finiva la polvere in un occhio. E poi il collo, mesi passati con il collare per tenere a bada una maledettissima cervicale. Ma la verità è che non ce la facevo, la miniera non era roba per me».

Minatori del Sulcis Minatori del Sulcis

 

In tempi di disoccupazione record la confessione del sessantenne di Santadi ha scatenato subito polemiche violente. Terrorizzato, ora non risponde più al telefono. Ma sui social è bersagliato di insulti, soprattutto dai giovani che un lavoro lo sognano da anni e che la pensione rischiano di non riscuoterla mai. 

 

Per chiedere di non fermare l’attività estrattiva, i minatori di Nuaxi Figus hanno organizzato cortei, occupazioni e proteste di ogni genere. In gruppo, nel 2012, si sono persino asserragliati a quattrocento metri di profondità, mentre il loro ex collega di Santadi (piccolo paese della provincia Carbonia-Iglesias) ha giocato d’anticipo. Ha sfruttato lo “scivolo” del prepensionamento e ha dimenticato per sempre la polvere di carbone sugli occhi.

 

Minatori del Sulcis Minatori del Sulcis

Tra malattie di ogni genere, riabilitazioni, riposi accumulati e ammortizzatori sociali Carlo Cani ha maturato 35 anni di servizio, 26 dei quali proprio negli organici della Carbosulcis. Tutto regolare, certificato dell’Inps, che dal 2006 gli versa regolarmente l’assegno mensile. «Ho maturato l’anzianità necessaria ma praticamente non ho lavorato mai - racconta - Là sotto stavo troppo male. Sin dall’inizio, io e il carbone non abbiamo legato». 
 

Quando l’hanno assunto in miniera Carlo Cani non ha fatto salti di gioia. Il primo della lista dell’ufficio di collocamento ha rinunciato, mentre lui ha accettato subito. E dai primi giorni ha iniziato a studiare la strategia per faticare il meno possibile. «Era il 1980 e al mio paese, Santadi, spettava un’assunzione in Carbosulcis. Quando mi hanno contattato non ero entusiasta, ma l’orgoglio di famiglia mi ha spinto ad accettare. Mio padre Luigi, che ha 95 anni, era minatore alla vecchia Carbosarda. Minatore vero, come quelli dei suoi tempi». 
 

Minatori del Sulcis Minatori del Sulcis

Fatto il corso di avviamento, Carlo Cani ha iniziato a fare i conti con il nemico numero uno: la galleria. «All’inizio sembrava un gioco: il casco, l’attrezzatura, tutto era divertente. Il brutto è venuto dopo. In mezzo, anche qualche momento drammatico: un collega di 28 anni schiacciato da un masso lo prese tra la testa e il collo.

 

Lo tirammo fuori che era già morto. Io ci ho sempre riso su perché sono un minatore per caso, ma quel momento mi è rimasto stampato nella mente. La mia è stata una storia strana ma laggiù, sotto terra, c’è gente che si è spaccata la schiena per anni e anni, gente che il salario se l’è guadagnato col sudore. Io li rispetto ma sono diverso sono un minatore-jazz».

 

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