antonio zagari

“LA PRIMA VOLTA CHE UCCISI UN UOMO PROVAI UNA SENSAZIONE DI BENESSERE. MA LA VISTA DEL SANGUE MI NAUSEÒ E SMISI DI MANGIARE CARNE PER ANNI” – LE MEMORIE DI ANTONIO ZAGARI, PRIMO PENTITO DELLA ‘NDRANGHETA CHE ABBANDONO’ LA MALAVITA NEGLI ANNI ’90 E CHE CONTRIBUI’ ALL’ARRESTO DI UN CENTINAIO DI MEMBRI DELLE ‘NDRINE CALABRESI – ZAGARI, MORTO NEL 2004, UCCISE ALMENO 16 PERSONE PER CONTO DELLE FAMIGLIE CRIMINALI, PIÙ UN NUMERO INFINITO DI ASSALTI A BANCHE, GIOIELLERIE E UFFICI POSTALI. DOPO DIVERSI ARRESTI E CONDANNE, DECISE DI COLLABORARE CON LA GIUSTIZIA – IL “BATTESIMO” DEI CLAN, IL PADRE CHE LO CONSIDERAVA “UN CORNUTO” E IL FILM “AMMAZZARE STANCA” TRATTO DALLA SUA AUTOBIOGRAFIA… - VIDEO

Estratto dell’articolo di Claudio del Frate per www.corriere.it

 

Antonio Zagari

«Lavorare stanca» scriveva Cesare Pavese. E se il mestiere con cui ti guadagni da vivere è quello del killer della 'ndrangheta e una ininterrotta scia di sangue ti accompagna per quasi 25 anni, ne consegue che anche ammazzare stanca. Antonio Zagari, calabrese trapiantato nel Varesotto, primo pentito a rompere il muro dell'omertà delle famiglie calabresi, si stancò di ammazzare negli anni '90.

 

[…] Non solo divenne un collaboratore di giustizia ma raccontò il suo romanzo criminale in un «memoir» da cui ora viene tratto un film con il medesimo titolo - «Ammazzare stanca», per l'appunto - in concorso al Festival di Venezia e da giovedì 4 dicembre nelle sale.

 

I 16 OMICIDI

Prima di tagliare i ponti con il passato, […] Zagari mise in fila almeno 16 omicidi, […] più un numero infinito di assalti a banche, gioiellerie, uffici postali durante quelli che furono «anni di piombo». […] Il pentito si dissolse poi in una eclissi: scomparso dai radar giudiziari, sottoposto a un rigido programma di protezione per anni non si sa più nulla di lui fino alla notizia che lo dà per morto, nel 2004, in un incidente in moto. In località imprecisata, pare nei pressi di Spoleto.  

ammazzare stanca di antonio zagari

 

LA VITA DI ANTONIO ZAGARI

[…] La vita di Antonio Zagari è segnata fin dall'inizio dall'acqua battesimale del codice d'onore malavitoso. Il padre Giacomo, pochi mesi dopo la nascita del primogenito, si trasferisce con la famiglia a Buguggiate, piccolo comune alle porte di Varese. Ufficialmente fa il muratore, ma in realtà allaccia quasi subito contatti con altri «malacarne» già trapiantati al Nord con i quali avvia subito attività illegali anche se al momento di basso rango: contrabbando, possesso di armi, prostituzione.  Il nemico assoluto è lo Stato, incarnato dalla «sbirraglia».[…]

 

L'AFFILIAZIONE AL CLAN

Antonio racconta se stesso come un ragazzino irrequieto, svogliato negli studi, preda di tempeste ormonali. Lascata la scuola vaga tra un lavoro e l'altro: garzone di panetteria, operaio in una officina, in una vetreria. Ma quando viene ufficialmente affiliato al clan, con il rito celebrato in Calabria, sente che la sua vita deve svoltare.

 

 […] Nomi come il boss Savino Pesce o i Bellocco diventano frequentazioni familiari.   La rottura con l'«etica del lavoro» lombarda avviene quasi subito: «Smisi ben presto di guadagnarmi da vivere onestamente: che uomo d'onore potevo mai essere se mi rassegnavo a stare chiuso dentro una fabbrica a farmi comandare da altri?».

 

E tanto per brindare alla nuova vita, Zagari dà alle fiamme la vetreria da cui si era appena licenziato: «Vedendo le lingue di fuoco che salivano al cielo provavo un godimento psico-fisico, un orgasmo cerebrale». 

 

RAPINE E RAPIMENTI

emanuele riboli

Inizia la carriera di rapinatore ma anche quella di frequentatore delle patrie galere: il primo arresto è del 1974, dopo un colpo fallito a un ufficio postale nel Cremonese. Uscito dal carcere Antonio viene a conoscenza del primo orrendo delitto che molti anni dopo metterà a verbale con magistrati e carabinieri accusando il padre quale responsabile: il sequestro di Emanuele Riboli, studente diciassettenne di Buguggiate, figlio di un piccolo imprenditore.

 

Riboli non verrà mai più restituito alla famiglia nonostante il pagamenti di un riscatto. Zagari padre si vanterà di aver soppresso l'ostaggio proprio perché i familiari non avevano versato tutta la somma richiesta. 

 

Alla leggi della «famiglia» non ci si sottrae: se i capi ordinano di dare alle fiamme un negozio il cui proprietario è restio a pagare il pizzo, si va e si esegue; idem se un debitore tarda nel saldare il conto. E quando un gruppo di malavitosi siciliani si mette in testa di contrastare il primato dei calabresi a Varese e dintorni, la loro sorte è segnata.

 

«LA VISTA DEL SANGUE MI NAUSEÒ»

E qui matura il primo omicidio commesso da Zagari, vittima un catanese, Pippo Furnò, crivellato di colpi sull'uscio di casa: «Avere ucciso un uomo, anche se era la prima volta mi lascò del tutto indifferente, forse mi era addirittura piaciuto, mi era parso di provare una sensazione di benessere. Ma la vista del sangue mi nauseò e mi impedì di nutrirmi di carne per anni». 

antonio zagari 1

 

Una prima crepa nella scorza di «duro»  per Zagari si apre nel maggio dell'83: viene arrestato per una rapina ai danni di un orefice, Giovanni Micheletti, finita nel sangue con la morte del negoziante e di un bandito. I carabinieri arrivano a Zagari sulla scorta di confidenze di alcuni suoi complici: «Le accuse che mi venivano scaricate addosso dai miei ex complici mi opprimevano , era come se fossero diventati loro i padroni della mia vita...così decisi di rivelare io stesso i reati commessi dichiarando al magistrato la mia volontà di collaborazione». 

 

LA FUGA NEI BOSCHI

Dagli armadi delle procure vengono tirati fuori i fascicoli di tanti delitti rimasti insoluti: Zagari comincia accusando sé e altri ma gli inquirenti rimangono scettici: si è mai visto uno 'ndranghetista tradire i suoi compari? Eresia. Così la giustizia traccheggia e Zagari, nel frattempo trasferito in una piccola caserma dei carabinieri per motivi di sicurezza un bel giorno approfitta della distrazione di un giovane militare infila la porta e taglia la corda.

antonio zagari 2

 

[…] Trascorre la latitanza in una intercapedine della soffitta di casa sua o in una buca scavata nell'orto, una tana che lo riduce a una bestia selvatica.

 

E quando gli si presentano davanti due «picciotti» venuti a chiedergli conto delle confidenze fatte ai carabinieri non ha scelta: spara a entrambi a bruciapelo (uno dei due sopravviverà) e scappa nei boschi: è inverno, deve trascorrere ore all'adiaccio, cade in un torrente gelato ma alla fine riesce a trovare riparo da un  misterioso amico in un paese sul lago di Garda. […]

 

«MIO PADRE MI CONSIDERAVA UN CORNUTO»

Viene catturato a Brescia il 24 aprile […] e a quel punto Zagari ha già accumulato condanne per oltre 30 anni di carcere. Ma la sorte lo mette di nuovo di fronte a un bivio: la Cassazione «dimentica» un suo ricorso e per il killer si spalancano di nuovo le porte della libertà: esce per decorrenza di termini. 

 

È ormai un reietto, non può più contare sull'aiuto di nessuno: «Mio padre mi considerava un cornuto perché avevo concesso il divorzio a mia moglie, ero messo sotto pressione e come prova di fedeltà fui costretto a uccidere due componenti della vecchia banda di rapinatori» […]

ammazzare stanca 1

 

IL SEQUESTRO DI ANTONELLA DELLEA

Antonio stavolta è veramente stanco di ammazzare ma deve scegliere: o il giudizio del «tribunale» della 'ndrangheta che non vede l'ora di trovare l'occasione per eliminarlo ormai convinto di avere a che fare con un  «infame»; o la giustizia dello Stato che magari un piccolo sconto lo farà.

 

Il destino gli pone davanti l'uniforme di un carabiniere: è quella del colonnello Giampaolo Ganzer, già ufficiale dell'antiterrorismo e ora impegnato a debellare la malavita organizzata. «Il colonnello stava indagando sui sequestri di persona e mi chiese se ero in grado di fornirgli elementi sul rapimento di Carlo Celadon».

 

ammazzare stanca 3

Zagari non ne sa niente; in compenso ha «orecchiato» che il padre in combutta con alcuni calabresi arrivati da San Luca sta progettando il sequestro della figlia di un piccolo imprenditore del lago Maggiore, Antonella Dellea. Zagari salta definitivamente la barricata, dice tutto quello che sa e per mesi fa il doppio gioco. Il 16 gennaio 1990 il commando arrivato dall'Aspromonte viene falciato in un conflitto a fuoco con i carabinieri davanti all'azienda dei Dellea. Quattro morti restano sull'asfalto.

 

LE RIVELAZIONI E L'ERGASTOLO AL PADRE

«Ammazzare stanca», inteso come autobiografia del pentito si interrompe qui. Ma occorre aggiungere un capitolo fondamentale: dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino lo Stato reagisce istituendo le procure distrettuali antimafia. Quella di Milano viene affidata a un magistrato di indiscusso coraggio e capacità come Armando Spataro. Che riprende in mano tutte le confessioni di Zagari sulla base delle quali il 5 dicembre 1994 fa scattare 115 arresti.

ammazzare stanca 7

 

È l'inchiesta denominata «Isola felice»: tutto il gotha criminale ponte tra la Calabria e la Lombardia finisce a processo, anni di delitti insoluti trovano una risposta nelle sentenze.  Zagari torna in aula a confermare per filo e per segno le accuse in una clima di estrema tensione e disordini tra gli imputati: snocciola orrendi crimini con freddezza da contabile, la voce priva di qualsiasi inflessione calabrese, con una vistosa «erre» moscia che lo rende quanto di più distante dal «cliché» del malavitoso. 

 

Da una delle gabbie il vecchio Giacomo Zagari, livido in volto, fissa il figlio: verrà condannato all'ergastolo. Di Antonio, da lì in avanti non si saprà più nulla. Nemmeno dove sia stato sepolto. 

 

ammazzare stanca 5

L'epitaffio di questa storia sta racchiuso nelle ultime righe del memoir: «Avevo nausea di tutto ciò che ruotava attorno all'ambiente malavitoso. Non solo per un a questione di paura ma perché dopo essermi abbuffato per anni di pietanze criminali non riuscivo più a digerirle. Desideravo solo essere lasciato in pace. Sarei i ipocrita se affermassi di avere rimorso per le persone che ho soppresso. L'ho cercato e lo sto ancora cercando, inutilmente».  […]

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