angelo gugel papa wojtyla

MEZZO SECOLO ALL’OMBRA DEI PAPI – PARLA PER LA PRIMA VOLTA ANGELO GUGEL, 83 ANNI, IL MAGGIORDOMO CHE HA SERVITO TRE PONTEFICI: WOJTYLA, LUCIANI E RATZINGER – LA PAURA DELL’ELICOTTERO DI PERTINI E LE “FUGHE” SULLA SPIAGGIA DI PALIDORO DI GIOVANNI PAOLO E QUANDO LO SOCCORSE FERITO DA ALI AGCA – I MIRACOLI DEL POLACCO ED IL TERRORE DI PIO XII

 

Stefano Lorenzetto per il Corriere della Sera

 

Un santo vestito di bianco si affloscia tra le sue braccia. Il maggiordomo lo stringe a sé, poi lo adagia sul sedile della campagnola e gli regge la testa. Il santo ha l' indice della mano sinistra mozzato da un colpo di pistola e un buco nella veste candida, ma dall' addome non esce sangue. «Pessimo segnale», rievoca oggi il maggiordomo con l' occhio da poliziotto, l' unica persona al mondo a figurare alla voce «Familiari del Papa» nell' Annuario pontificio. «Guardai il segretario don Stanislao Dziwisz e balbettai: speriamo».

GUGEL WOJTYLA 1

 

Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II, prima d' ora non aveva mai parlato con nessuno, tantomeno con un giornalista. Né dei tre pontefici che servì per 28 anni, né di ciò che accadde il 13 maggio 1981, quando in piazza San Pietro il terrorista turco Ali Agca sparò al Papa polacco. C' è una pietra bianca, murata per terra vicino al colonnato del Bernini, a ricordare il punto esatto dell' attentato.

 

«Quello che pochi sanno», rivela, «è che ve n' è un' altra uguale, con lo stemma pontificio e la data in numeri romani, anche nell' atrio dei Servizi sanitari del Vaticano, dove sdraiammo il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli».

 

Alla fine risultò che l' emorragia interna aveva provocato la perdita di tre litri di sangue. Il cameriere lasciò l' ospedale solo a intervento chirurgico concluso, dopo aver avvoltolato in un unico fagotto la talare e la canottiera chiazzate di rosso brunastro. Gugel, 83 anni venerdì prossimo, veneto di Miane (Treviso), dice d' aver visto uno dei miracoli del vicario di Cristo venuto da Cracovia e salvato dalla Madonna di Fatima.

 

Angelo Gugel papa Wojtyla

Compiuto su chi?

«Su Maria Luisa Dall' Arche, che è mia moglie dal 1964. La nostra primogenita nacque morta. Facemmo voto di mettere come secondo nome Maria a tutti i figli che la Madonna ci avesse concesso. Ne arrivarono tre: Raffaella, Flaviana e Guido. La quarta si chiama Carla Luciana Maria in onore di Karol e di papa Luciani. È nata nel 1980 per intercessione di Wojtyla».

 

Che accadde?

«Insorsero gravissimi problemi all' utero. I ginecologi del Policlinico Gemelli, Bompiani, Forleo e Villani, escludevano che la gravidanza potesse proseguire. Un giorno Giovanni Paolo II mi disse: "Oggi ho celebrato la messa per sua moglie". Il 9 aprile Maria Luisa fu portata in sala operatoria per un parto cesareo. All' uscita, il dottor Villani commentò: "Qualcuno deve aver pregato molto". Sul certificato di nascita scrisse "ore 7.15", l' istante in cui la messa mattutina del Papa era al Sanctus. A colazione, suor Tobiana Sobotka, superiora delle religiose in servizio nel Palazzo Apostolico, informò il Pontefice che era nata Carla Luciana Maria. "Deo gratias", esclamò Wojtyla. E il 27 aprile volle essere lui a battezzarla nella cappella privata».

 

Come divenne aiutante di camera?

GUGEL RATZINGER

«Ero stato due anni in seminario. Sarei finito contadino con i miei genitori e mio fratello. Invece Giovanni Sessolo, sostituto della Sacra penitenzieria apostolica, nativo di Oderzo, mi fece presentare domanda come guardia palatina. I carabinieri assunsero informazioni in paese. Convocato a Roma il 2 febbraio 1955, scoprii che l' incarico era onorifico, senza stipendio. E così mi arruolarono come gendarme pontificio».

 

Al servizio di Pio XII.

«Esatto. Mentre papa Pacelli passeggiava nei Giardini vaticani, nessuno di noi doveva farsi vedere. Solo nella residenza estiva di Castel Gandolfo potevamo porgergli il saluto in ginocchio, con il moschetto a terra».

 

Giovanni XXIII era più espansivo?

«Con lui potevi parlare. Gli ricordai che da patriarca di Venezia aveva visitato Follina, frazione vicino a casa mia. "Bei tempi, bei tempi allora", sospirò».

 

GUGEL WOJTYLA

E Paolo VI?

«Mi ammalai di Tbc. Dopo una lunga convalescenza, gli scrissi una supplica. Mi riprese in servizio al Governatorato».

 

Perché Giovanni Paolo I scelse lei come aiutante di camera?

«Era stato il mio vescovo a Vittorio Veneto. Conosceva mia mamma e mia moglie. Aveva ordinato prete mio cognato don Mario Dall' Arche. Durante il Concilio, gli avevo fatto da autista a Roma ed era venuto a cena a casa nostra. Lo salutai alla vigilia del conclave. Lui si schermì: "Mi fa gli auguri perché mi salvi l' anima?"».

 

Pensava che ne sarebbe uscito papa?

«No. Tant' è che il 26 agosto 1978 raggiunsi la mia famiglia in vacanza a Miane. Il 3 settembre le suore dell' asilo ricevettero una telefonata da Camillo Cibin, il capo della Gendarmeria: "Dite a Gugel di tornare subito a Roma con un vestito nero". Corsi a comprarmene uno a Farra di Soligo e mi precipitai in Vaticano. Papa Luciani mi accolse così: "Lei è al mio servizio. In qualsiasi momento venissi a mancare, tornerà a occupare lo stesso posto che aveva prima"».

 

Quasi una profezia.

SANDRO PERTINI

«Già. La prima domenica, dopo l' Angelus, gli dissi: Santo Padre, ha visto quanta gente in piazza San Pietro? Replicò: "Vengono perché il Papa è nuovo". Teneva i discorsi a braccio. "È così difficile parlare e scrivere in modo semplice", mi confidò».

 

La notte in cui morì lei era nel Palazzo Apostolico?

«No, mi aveva congedato alle 20.30: "Buona notte, Angelo, ci vediamo domani". Arrivai il giorno dopo alle 7. Giaceva nel letto. Mi prostrai a baciargli le mani. La salma era ancora tiepida».

 

Sentir parlare di omicidio la turba?

«Mi addolora. È una stupidaggine. Il pomeriggio precedente al decesso il Papa non stava bene. Io stesso gli portai una pastiglia prima che si coricasse».

 

Niente che lasciasse presagire la fine?

«A cena mangiò pochissimo. Ricordo che a tavola parlò con i suoi segretari dell' Apparecchio alla morte, il libro di Sant' Alfonso Maria de' Liguori».

 

Come fu assunto da Karol Wojtyla?

PAPA ALBINO LUCIANI

«Trascorsi due giorni dall' elezione, il sostituto della Segreteria di Stato, Giuseppe Caprio, telefonò alle 11.30 in Governatorato dicendo: "Il signor Gugel si presenti nell' appartamento privato del Papa così com' è vestito". Salii all' ultimo piano del Palazzo Apostolico. Le gambe mi tremavano. C' erano solo prelati polacchi, ero l' unico a parlare italiano».

 

Più un traduttore che un cameriere.

«Rimasi interdetto quando la mattina del 22 ottobre 1978, prima di recarsi in piazza San Pietro per l' inizio solenne del pontificato, il Santo Padre mi chiamò nel suo studio e mi lesse l' omelia che avrebbe pronunciato di lì a poco: "Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l' uomo. Solo lui lo sa!". Mi chiese di segnalargli le pronunce sbagliate e con la matita si appuntava dove far cadere gli accenti. Due mesi dopo, incontrando i miei ex colleghi della Gendarmeria, se ne uscì con una frase che mi lasciò di stucco: "Se sbaglio l' accento di qualche parola, il 50 per cento è colpa di Angelo", e mi sorrise».

 

Arturo Mari, fotografo dell'«Osservatore Romano», mi raccontò d' aver assistito a un esorcismo di Wojtyla dopo l' udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro.

«C' ero anch' io. Una ragazza bestemmiava con la bava alla bocca. La voce era cavernosa. Un vescovo scappò via per la paura. Il Santo Padre pregava in latino, senza scomporsi. Alla fine le toccò il capo e subito il volto dell' indemoniata si distese in un' espressione di pace. Lo vidi compiere un rito analogo in un salottino dell' Aula Nervi, sempre dopo un' udienza».

Cardinale Stanislao Dziwisz

 

Ma lei si sentiva davvero «familiare del Papa», come recita la qualifica prevista nell' ambito della «Famiglia pontificia»?

«Sì. Soprattutto mi sentii tale il 19 giugno 1990. Wojtyla aveva ospite a cena il presidente Francesco Cossiga quando arrivò una telefonata: mio figlio era stato investito da un' auto della polizia e sbalzato a terra dallo scooter. Don Stanislao accorse in ospedale. Guido era in coma profondo, nessuna speranza di sopravvivenza, tanto che gli fu impartita l' estrema unzione. Si precipitò anche l' arcivescovo Fiorenzo Angelini, che lo fece trasferire al San Giovanni. Dopo molti giorni, il ragazzo si risvegliò e mi disse: "Papà, sono venuti tre barboni". Solo allora compresi che si era recato a pregare al suo capezzale anche l' attuale patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, che era stato ricevuto da Sua Santità con altri due prelati ortodossi, in rappresentanza di Demetrio I».

 

Lei aveva le chiavi di casa del Papa?

«Per la precisione era la chiave dell' ascensore che dal Cortile Sisto V porta nell' appartamento pontificio. Capitò che la perdessi, durante una passeggiata con Giovanni Paolo II sulla spiaggia dell' ospedale Bambino Gesù, a Palidoro».

 

E che cosa fece?

«Usai quella di scorta. La cosa incredibile è che, tornati al mare 15 giorni dopo, ritrovai la chiave perduta».

WOJTYLA IN ABRUZZO

 

Erano frequenti le gite in incognito?

«Diciamo che non tutte quelle che facevamo apparivano sui giornali. Il Santo Padre adorava le montagne dell' Abruzzo. Quando Sandro Pertini nel 1984 si unì a noi per un' escursione sull' Adamello, nel volo da Villafranca al Trentino scoprimmo che aveva paura dell' elicottero. Al rifugio i commensali insistevano perché il presidente pronunciasse il nome del piatto che i gestori avevano preparato: strozzapreti. Niente da fare, anzi s' irritò. Non voleva mancare di rispetto al Papa».

 

È stato scritto che Wojtyla era ghiotto di pietanze della tradizione polacca: pierogi e torta di formaggio.

«In 27 anni non l' ho mai udito chiedere qualcosa. Mangiava ciò che trovava».

 

Mi hanno riferito che metteva il parmigiano anche sull' insalata.

 

«Questo è vero».

 

Come mai rimase aiutante di camera di papa Ratzinger solo per nove mesi?

WOJTYLA PERTINI

«Avevo già compiuto 70 anni. In Vaticano è l' età della pensione. Fui richiamato in occasioni particolari. Stetti con il Santo Padre a Castel Gandolfo per tutto il mese di agosto del 2010. Al termine gli dissi che mi ero sentito come in famiglia. Rispose: "Ma lei è sempre in famiglia!"».

 

Tempo per la sua vera famiglia gliene restava?

«Poco, poco, poco. Per fortuna c' era lei». (Guarda con tenerezza la moglie).

 

Che cosa ha provato il giorno in cui per lo scandalo Vatileaks fu arrestato Paolo Gabriele, il suo successore, accusato d' aver rubato documenti al Papa?

«Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare».

PAPA RATZINGER PADRE GEORG PAOLO GABRIELE jpeg

 

È più tornato a trovare Benedetto XVI?

«Sì, e l' ho visto lucidissimo. Solo le gambe sono malferme. È costretto a celebrare messa stando seduto».

 

I giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi.

«Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all' epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano. In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia».

 

Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l' omicidio del banchiere Roberto Calvi.

EMANUELA ORLANDI

«Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l' hanno mai sentita nominare».

 

Del suo mezzo secolo al servizio della Santa Sede quale giorno le resta più impresso nella memoria?

«Il 2 aprile 2005, quando tutta la mia famiglia fu ammessa a congedarsi da Karol Wojtyla che stava morendo. L' ultima ad arrivare fu Carla Luciana Maria. Appena entrò in camera, il Papa si ridestò dal torpore, spalancò gli occhi e le sorrise. Come per dirle: "Ti riconosco, so chi sei"».

 

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