donald trump benjamin netanyahu ettore sequi

“NELLA GUERRA ALL’IRAN USA E ISRAELE HANNO OBIETTIVI DIVERSI” – L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI METTE IN EVIDENZA LE DIVERGENZE TRA TRUMP E NETANYAHU: “WASHINGTON VUOLE CANCELLARE LA MINACCIA IRANIANA E USCIRE DAL CONFLITTO, ISRAELE PUNTA A SPEZZARE IN MODO DEFINITIVO IL REGIME. PER TEHERAN LA QUESTIONE NON È VINCERE LA GUERRA MA SOPRAVVIVERE, E QUESTO DIPENDERÀ ANCHE DALLA TENUTA INTERNA DEL REGIME, IN PARTICOLARE DEI PASDARAN” – IL CAMALEONTISMO DI GIORGIA MELONI NON PUO’ DURARE PER SEMPRE: “L’IMPIEGO DELLE BASI AMERICANE IN ITALIA RICHIEDE IL CONSENSO POLITICO DEL GOVERNO NEL QUADRO DEGLI ACCORDI BILATERALI E DEI LIMITI COSTITUZIONALI SULL’USO DELLA FORZA. PER QUESTO IL TEMA È POLITICAMENTE DELICATO...”

Estratto dell’articolo di Flaminia Camilletti per “La Verità”

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2

Ambasciatore Ettore Sequi, lei ha una lunga e prestigiosa carriera diplomatica. Già segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, già ambasciatore d’Italia a Pechino, prima a Kabul e Capo Delegazione dell’Unione Europea a Tirana. Cosa dobbiamo aspettarci dalla guerra in Iran?

«La chiave è che Usa e Israele hanno obiettivi in parte diversi: Washington vuole cancellare la minaccia iraniana e uscire dal conflitto; Israele punta a spezzare in modo definitivo il regime.

 

Per Teheran la questione non è vincere la guerra ma sopravvivere alla guerra, e questo dipenderà anche dalla tenuta interna del regime, in particolare dei Pasdaran. I Paesi della regione guardano con preoccupazione a entrambe le ipotesi: un Iran aggressivo o un Iran imploso destabilizzerebbero comunque l’equilibrio regionale».

 

Possiamo parlare di terza guerra mondiale?

ettore francesco sequi foto di bacco

«No: non è uno scontro diretto tra grandi potenze ma una guerra regionale con effetti globali, capace di destabilizzare energia, rotte marittime e sicurezza regionale senza trasformarsi in un conflitto mondiale».

 

Non si fa che parlare di basi Usa e del loro utilizzo. Potrebbero essere usate come basi di attacco?

«Le basi americane in Italia non sono automaticamente piattaforme offensive perché il loro impiego richiede il consenso politico italiano nel quadro degli accordi bilaterali e dei limiti costituzionali sull’uso della forza. Per questo il tema è politicamente delicato».

 

Qual è il suo punto di vista sullo stato della guerra in Ucraina?

GIORGIA MELONI CON DONALD TRUMP NELLO STUDIO OVALE

«Il volto di questo conflitto è cambiato diverse volte. Si è passati dallo “sfondamento” allo “sfinimento”, all’usura. C’è un’area di una trentina di chilometri che è governata dal controllo dei droni e in questa zona l’obiettivo è ammazzare più nemici possibili.

 

Si sta prendendo atto che la sicurezza europea si sta progressivamente separando dalla sicurezza americana e mentre la guerra in Ucraina è solo una parte del rapporto tra Usa e Ue, per l’Europa si tratta di un conflitto più esistenziale.

 

Due sono gli aspetti da considerare: da un lato una frammentazione europea, dall’altro le garanzie di sicurezza di cui si parla tanto non possono prescindere da una garanzia degli Usa che le renda effettive. Obiettivamente poi è sotto gli occhi di tutti la frammentazione della visione politica europea, il che rende queste garanzie non sufficienti per gli ucraini e poco credibili per i russi».

 

Il modello dei volenterosi è stato un fallimento?

foto di gruppo vertice dei volenterosi a parigi foto lapresse.

«Il grande fraintendimento è stato credere che ci fosse la volontà di andare a combattere sul campo contro i russi prima di una pace.

 

L’idea invece era quella di creare un contesto di deterrenza per la Russia in vista di un eventuale nuovo attacco. I volenterosi sono un tentativo di risposta ad un’Europa che non funziona. Sono il risultato di un’Europa che non sa prendere decisioni. Con l’allargamento dell’Unione europea, la situazione può peggiorare.

 

È per questo che alcuni Paesi come Serbia e Albania chiedono di poter entrare rinunciando al potere di veto, e quindi alla possibilità di entrare nel sistema del voto unanime. I volenterosi rappresentano la risposta ad un’Europa che non sa decidere, ma la loro operatività è tutta da dimostrare».

 

[…]

 

La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi ha creato trambusto.

giorgia meloni arriva in ritardo al vertice dei volenterosi a parigi foto lapresse.

«La prima volta che Trump ha parlato di dazi si è aperto un grande dibattito economico. C’erano idee diverse sul tema, anche se effettivamente veniva riconosciuto il problema dello squilibrio della bilancia commerciale americana.

 

Dietro ai dazi c’era la volontà di accorciare le catene del valore e quindi di riportare le produzioni strategiche negli Usa, ma esiste anche un evidente argomento geopolitico.

 

La minaccia dell’imposizione di dazi è stata spesso usata come leva geopolitica. Ad esempio, Trump ha minacciato nuovi dazi ai Paesi europei che hanno osato mandare sparute truppe in Groenlandia per un’esercitazione».

 

Una leva economica che si traduce in guerra commerciale. Non è quello che fa la Cina da anni?

LA CORTE SUPREMA USA BOCCIA I DAZI DI DONALD TRUMP

«La Cina ha saputo trarre vantaggio dalle opportunità derivanti dall’ingresso, ai tempi di Clinton, nel Wto. Si pensava che il progresso economico della Cina avrebbe favorito e consentito una democratizzazione, ma così non è stato, e comunque non nei termini immaginati.

 

Anche l’ingresso della Cina ha inciso profondamente sulla struttura del commercio internazionale, e ha creato alcune patologie che poi si sono riversate sul consumatore europeo, come nel caso della sovrapproduzione cinese».

 

È questo che ha contribuito all’indebolimento dell’Europa?

donald trump e xi jinping meme by edoardo baraldi

«In Europa abbiamo il problema di barriere tariffarie e non, e di forte concorrenza cinese. L’Europa cerca di trovare nuovi sbocchi: India, Mercosur. Si sta cercando di trovare circuiti alternativi per il commercio. […]».

 

In un mondo che va verso il bipolarismo, Stati Uniti da una parte e Cina dall’altra, come si recupera terreno? Dove si colloca l'Europa?

«Quando parliamo di debolezza o lentezza dell’Ue dimentichiamo un punto essenziale: la Ue non è un’entità astratta o metafisica, ma il risultato delle decisioni, o delle non decisioni, degli Stati membri.

 

Quando ero ambasciatore dell’Unione europea ricordo che, di fronte a dossier delicati come i diritti umani in Cina, si preferiva spesso una dichiarazione congiunta per evitare esposizioni nazionali dirette. Nessuno voleva assumersi il costo politico individuale».

 

Quindi noi siamo rimasti indietro perché nessuno ha avuto il coraggio di prendere posizione?

donald trump xi jinping

«Siamo rimasti indietro perché è difficile e costoso avere la lungimiranza di comprendere che, di fronte ai macrosistemi globali, i singoli Stati europei sono troppo piccoli. Tuttavia, è politicamente più semplice mantenere la frammentazione che cedere sovranità.

 

La cooperazione rafforzata non risolve tutto, ma può essere uno strumento. Un esempio concreto: per produrre un F-35 servono circa 25 chili di un magnete speciale al samario, la cui produzione è concentrata in Cina. Se Pechino ne blocca l’export, la produzione si ferma. Siamo in competizione ma anche in interdipendenza. Restando divisi rischiamo di essere schiacciati.»

 

L’Ue è indietro anche sui dati. Non c’è un social europeo, lo stesso vale per l’intelligenza artificiale.

GAZA RIVIERA - DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - BENJAMIN NETANYAHU - MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

«Quello è un disastro serio. Partiamo da un punto fermo: la proprietà, ma anche la gestione e il controllo del dato, risiedono o nelle mani dei governi, come in Cina, o in quelle di grandi società private statunitensi.

 

L’Europa non ha nulla di paragonabile. Non si tratta solo di possesso, ma anche di concreta influenza, se vogliamo parlare in termini di soft power. Il dato alimenta l’algoritmo dell’Intelligenza artificiale. Queste grandi piattaforme, pubbliche o private, oltre a possedere i dati, gestiscono le infrastrutture digitali che determinano come i dati vengono combinati e utilizzati. Servono per addestrare i modelli di intelligenza artificiale tramite gli algoritmi. Tradotto: chi controlla i social controlla gran parte dell’ecosistema informativo.

 

Gli algoritmi indirizzano e selezionano le informazioni, modellando ciò che gli utenti percepiscono come normale o importante. Diventano quindi attori di costruzione culturale di significati, valori e opinioni. La competizione geopolitica oggi si è estesa alla sfera cognitiva.

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago.

Chiamarlo semplicemente soft power è forse riduttivo. Non si compete più solo su armamenti e risorse, ma su infrastrutture digitali, standard tecnologici e modelli di intelligenza artificiale». […]

giorgia meloni donald trump

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