fuga di cervelli italia giovani

LA PIÙ GRAVE MALATTIA ITALIANA È IL “PRESENTISMO” – È L’ATTITUDINE CHE INFLUENZA GRAN PARTE DELLA NOSTRA VITA PUBBLICA: STARE NEL PRESENTE, CON UNA DIFFICOLTA' A TRARRE DAL PASSATO LEZIONI, ISPIRAZIONI O FRUSTRAZIONI E FATICANDO A GUARDARE AL FUTURO CON FIDUCIA - È ANCHE IL MOTIVO PER CUI L'ITALIA NON HA MAI SVILUPPATO UN VERO PARTITO CONSERVATORE: NON C'È STATO QUALCUNO INCARICATO DI DIFENDERE ESPLICITAMENTE L'ESISTENTE PERCHÉ CIÒ CHE AVREBBE DOVUTO ESSERE "CONSERVATO" È PIUTTOSTO MODESTO...

Estratto dell’introduzione di “La rivoluzione dopodomani” (NR edizioni)

 

FRANCESCO MASELLI - LA RIVOLUZIONE DOPODOMANI

È sempre rischioso tentare una descrizione sociologica di una società o di un'epoca. […] Si può tuttavia provare a cogliere qualche tratto distintivo, che per semplificazione possiamo definire "carattere nazionale", per descrivere la società del nostro tempo.

 

[…] Spesso, come davanti a un quadro neoimpressionista, è necessario fare un passo indietro per cogliere il significato di ciò che accade.

 

Nel mio caso questo ha significato raccogliere dati, storie e impressioni, e metterli alla prova di un'ipotesi semplice: la tendenza italiana a vivere in un eterno presente.

 

Un'attitudine che influenza gran parte della nostra vita pubblica, e dopotutto anche quella privata, dimensioni che raramente restano separate. Mi ha sempre colpito una frase attribuita a vari autori italiani del Novecento: "La rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti" .

 

Giuliano Ferrara l'attribuisce a Mario Missiroli, ma la sua origine non è affatto chiara; potrebbero averla scritta o pronunciata Leo Longanesi, Ennio Flaiano o qualche altro autore dalla penna affilata, e non mi stupirebbe nemmeno se fosse affiorata in una conversazione nei corridoi di Montecitorio durante la Prima Repubblica, prima di essere ripresa, citata e lentamente sedimentata nel lessico politico e giornalistico.

 

MARIO MISSIROLI

Nonostante qualcuno abbia provato a ricostruirne l'origine con uno studio quasi filologico, la frase resta figlia della migliore tradizione orale: è passata da un autore all'altro, da una citazione all'altra, fino a trasformarsi in una sintesi sorprendentemente efficace di una parte del nostro carattere nazionale, appunto.

 

Ciò che suggerisce, in fondo, è che in Italia le rotture profonde siano difficili da realizzare, perché le continuità personali, sociali e politiche finiscono quasi sempre per prevalere.

 

Così, più che cambiare davvero, si tende a tamponare, a rimandare, a ricucire. E quando la storia non avanza per strappi ma per accomodamenti, sono i compromessi, le mediazioni e i piccoli aggiustamenti a dominare la quotidianità della vita pubblica.

 

FRANCESCO MASELLI

Questa familiarità diffusa non è soltanto un tratto di costume; è anche una forma di potere, perché contribuisce a delimitare i confini dell'immaginario politico condiviso e, di conseguenza, a stabilire ciò che appare possibile e ciò che invece non lo è.

 

Le ragioni di questa peculiarità italiana sono molteplici, e alcune emergeranno nei capitoli di questo libro. Una di queste riguarda il rapporto con la storia. Non perché manchino stratificazioni o memoria, ma perché l'Italia, a differenza di altri grandi paesi occidentali, non è mai stata davvero una grande potenza.

 

Per questo la nostalgia per un passato glorioso pesa meno che altrove, soprattutto se la confrontiamo con quella che attraversa i nostri vicini europei, anch'essi alle prese con forme diverse di declino.

 

GIORGIA MELONI E EMMANUEL MACRON AL VERTICE SULLA GUERRA IN IRAN DI APRILE 2026

In Italia la gloria, semplicemente, non è una categoria politica. Non esiste una retorica paragonabile al Make America Great Again di Donald Trump, né un atteggiamento che richiami, con tutti i limiti e talvolta gli aspetti ridicoli del caso, la retorica bonapartista tanto cara a Emmanuel Macron, o ancora l'idea della Global Britain inseguita dal Regno Unito attraverso la Brexit.

 

Il declino esiste anche da noi ed è evidente in molti ambiti. Tuttavia, la reazione italiana non è paragonabile all'incubo del declassamento che attraversa oggi le opinioni pubbliche francese e britannica.

 

Possiamo provare nostalgia per gli anni del boom economico, ma molto meno per l'iperinflazione degli anni Settanta, per gli anni di piombo o per il quasi fallimento dello Stato nei primi anni Novanta, che portò il governo Amato nel 1992 a effettuare un prelievo forzoso dai conti correnti.

 

donald trump maga make america great again

L'Italia è dunque, a suo modo, una società profondamente " presentista": ha grandi difficoltà a trarre dal passato lezioni, ispirazioni o persino frustrazioni e, allo stesso tempo, non riesce più a guardare al futuro con fiducia. Il tempo della politica italiana è ristretto: il passato pesa poco, il futuro motiva ancora meno. Questa capacità di stare nel presente può però essere letta anche come una virtù.

 

Lo sostiene esplicitamente il Censis nel "Rapporto sulla situazione sociale del Paese" del 2025, che interpreta il realismo italiano come una forma di adattamento riuscito alle tempeste geopolitiche attuali.

 

giorgio gaber

"Il nostro Paese ha saputo, più e meglio di altri, porsi faccia a faccia con il presente", osservano gli esperti, pur senza riuscire a spezzare "la trappola del declino di ogni desiderio di futuro".

 

In questa lettura, la società italiana avrebbe rimodulato attese e desideri contingenti, contrastando sul piano economico e sociale il virus della crescita zero non attraverso grandi riforme o adeguamenti strutturali, ma attingendo a risorse interne per assorbire gli urti della realtà geopolitica e tecnologica.

 

camillo benso conte di cavour

Questa chiave aiuta a comprendere anche perché l'Italia non abbia mai sviluppato un vero partito conservatore, nel senso classico del termine.

 

Non c'è stato qualcuno incaricato di difendere esplicitamente l'esistente, anche perché ciò che avrebbe dovuto essere conservato come ordine simbolico condiviso è, nel nostro caso, piuttosto modesto.

 

La traiettoria politica italiana è stata così segnata da un ricorso quasi permanente alla retorica della rifondazione, con una sola significativa eccezione: la Democrazia Cristiana, un partito che non prometteva rivoluzioni ma governava il presente, tenendo insieme impulsi conservatori e istanze progressiste e diventando proprio per questo l'emblema del moderatismo, e a tratti dell'immobilismo.

 

GIUSEPPE GARIBALDI SURFISTA

Nella storia d'Italia precedente alla DC, il linguaggio dominante era invece quello della rottura. L'idea della conservazione è rimasta quasi sempre sullo sfondo, anche se le grandi svolte della nostra storia sono state accompagnate da una costante ambiguità, da una tensione permanente tra la promessa rivoluzionaria e il compromesso necessario a tenere insieme forze molto diverse tra loro.

 

Forse perché le nostre trasformazioni politiche sono state spesso delle quasi-rivoluzioni: la lotta partigiana, che teneva insieme bianchi e rossi, destinati a tornare irriducibili avversari una volta sconfitto il fascismo, o allo stesso processo di unificazione nazionale, che mise fianco a fianco figure molto lontane tra loro, dai democratici come Mazzini e Garibaldi ai monarchici come Cavour;

 

donald trump con i cappellini make america great again foto lapresse.

il Risorgimento, per sua definizione, non poteva certo conservare lo status quo; il sistema politico sorto dall'Unità d'talia men che meno, e anzi sinistra e destra storica erano talmente simili da inventare il trasformismo; li fascismo è stato senz'altro un movimento rivoluzionario (ha persino introdotto un nuovo calendario, come durante la rivoluzione francese), ma nel Ventennio ha compiuto una quantità enorme di compromessi - con la Chiesa, con gli industriali, con la monarchia sabauda - alieni agli altri regimi totalitari del Novecento.

 

E dopo la Prima Repubblica? Silvio Berlusconi ha promesso la sua "rivoluzione liberale"; Matteo Renzi ha coniato lo slogan della "rottamazione"; il Movimento 5 Stelle ha proposto di "aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno" e di rifondare, appunto, la Repubblica. Bontà loro.

 

Insomma, in un paese gaberiano dove "la rivoluzione, oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente", tutti continuano a prometterla, perché farlo è uno dei modi d'essere della politica italiana. Ma nessuno si aspetta davvero che arrivi.

 

matteo renzi giorgia meloni

Non a caso Giorgia Meloni ha vissuto una lunga fase di luna di miele con larga parte dell'opinione pubblica italiana, che non chiede scossoni o grandi riforme, ma piuttosto che tutto continui più o meno cosi com'è. In fondo, di fare la rivoluzione non c'è fretta.

 

E questo può persino risultare rassicurante in un'epoca segnata da grandi sconvolgimenti e da nuove attitudini predatorie. La capacità di " 'stare nel presente" senza troppi voli pindarici, come scrive il Censis, è senz'altro un merito, perché protegge dalle eruzioni decliniste che osserviamo a Parigi e a Londra. Resta tuttavia la grande questione del futuro, che probabilmente spaventa una società attraversata da spopolamento e desertificazione industriale. Meglio non pensarci. A lungo ci siamo raccontati come un paese di santi, poeti e navigatori; forse siamo diventati, più prosaicamente, una nazione di provetti galleggiatori.

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