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IL PROBLEMA NON È L’ANDROIDE IN SÉ, MA L’ANDROIDE IN ME – PER PHILIP DICK, GRANDE ANTICIPATORE DELLA ROBOTICA E DEI DILEMMI ETICI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, IL VERO PERICOLO NON SONO MAI STATE LE MACCHINE, MA L’UMANO CHE TENDE A DIVENTARE MACCHINA – GLI ANDROIDI, SCRIVEVA DICK NEGLI ANNI SETTANTA, SONO FREDDI, GLI UMANI DIVENTANO AUTOMATICI E PERDONO EMPATIA, MEMORIA, PROFONDITÀ. RICORDA QUALCOSA?

Christian Caliandro per https://www.artribune.com/

 

philip dick

Tra metà Anni Sessanta e inizio Anni Ottanta, Philip Dick portava avanti la sua riflessione seminale sull’androide, profondamente connessa con la sua visione del tempo e della storia.

 

Gli androidi, infatti, non hanno memoria personale “autentica”, ma memorie impiantate: ciò li rende simulacri di storia senza esperienza diretta del passato, mentre la loro stessa esistenza dimostra come la memoria e la storia siano costruzioni fragili e manipolabili. Il passato, dunque, può essere continuamente alterato o inventato, e il tempo è plasmabile, sospeso tra realtà e artificio come un insieme di livelli e strati simultanei: la percezione del tempo è instabile, indefinita; il presente è incerto. Il problema per Dick non è l’androide in sé, ma ciò che l’androide rivela dell’umano. 

 

intelligenza robotica

L’androide secondo Philip K. Dick

Per Dick, l’androide non è una macchina avanzata, ma una figura concettuale che serve a chiederci che cosa succede quando la memoria è artificiale, quando il comportamento è formalmente corretto ma non deriva da un’esperienza vissuta, e soprattutto quando il tempo è ridotto a un presente funzionale, senza stratificazione. 

 

Dunque, il vero pericolo non è la macchina, ma l’umano che tende a diventare macchina. Mentre gli androidi sono freddi, gli umani divengono automatici, perdendo progressivamente empatia, memoria, profondità automatica.

 

INTELLIGENZA ARTIFICIALE

È un processo che lo scrittore analizza lucidamente nel corso degli Anni Settanta, da Gli androidi sognano pecore elettriche? fino alla Trilogia di Valis, attraverso Un oscuro scrutare e quell’ossessivo ruminìo in forma di diario che è l’Esegesi. 

 

La domanda centrale non è: “Tu sei un androide?”, quanto piuttosto: “Quando l’umano smette di abitare il tempo, diventa androide?” (In questo senso, pensare il tempo, mettere in relazione critica e creativa passato presente e futuro, interrogare la storia e la nostalgia sono atti profondamente umani).

 

il robot umanoide atlas di boston dynamics 2

Le pecore elettriche, gli androidi e gli esseri umani secondo Philip Dick

Perciò, secondo Dick il vero problema nasce quando il linguaggio dell’interiorità funziona anche senza interiorità. Parlare come se fosse cosciente senza esserlo è il tratto distintivo dell’androide. La domanda, o le domande, non servono in fondo a classificare gli androidi, ma noi.

 

In definitiva, per Dick l’androide non è una proprietà dell’essere, ma una condizione del rapporto. Perché l’androide, se ci pensiamo, esiste non solo quando qualcuno parla come se fosse cosciente, ma anche e soprattutto quando qualcun altro è tentato di attribuirgli interiorità: quando il confine diventa instabile, l’androide nasce nello spazio di questa relazione. L’androide è una funzione. 

 

Così, è l’umano a dover costantemente ridefinire che cosa si intende per umano: perciò, l’androide non è chi non ha coscienza, ma chi smette di interrogarsi su di essa.

 

philip dick 9

Philip Dick sposta quindi la questione dall’essere al rapporto: l’androide non è semplicemente chi-non-ha-interiorità, ma ciò che entra in una relazione in cui l’interiorità viene attribuita senza poter essere verificata. A prescindere, per così dire. In questo spazio relazionale, l’androide esiste – e questa situazione non parla tanto della macchina quanto dell’umano.

 

L’androide non è definito da ciò che è, ma da ciò che riesce a far accadere nella relazione: il linguaggio che basta a evocare l’interiorità, l’empatia che può essere proiettata e simulata, la coscienza che diventa una mera ipotesi narrativa. 

 

terminator

L’attribuzione dell’interiorità alla macchina

Se basta una relazione linguistica coerente perché emerga la figura dell’androide, allora la domanda non è più: “questa entità possiede interiorità?” ma “quanto poco ci basta per attribuire interiorità”? Perché noi umani riconosciamo così facilmente l’interiorità e la coscienza laddove c’è solo linguaggio? E che cosa succede se applichiamo lo stesso meccanismo agli esseri umani?

 

isa hackett e philip dick

L’androide è dunque un dispositivo per parlare dell’umano: in Dick, serve a mettere l’umano nella condizione di non potersi più dare per scontato. L’esperimento dickiano non chiede “chi sei tu?”, ma: “che cosa sto facendo io, quando attribuisco l’interiorità”? Il punto decisivo è che l’interiorità (non essendo direttamente accessibile, né misurabile o verificabile) è una relazione. E l’umano funziona perché vive di attribuzioni non verificabili, continuando al tempo stesso ad interrogare queste attribuzioni. 

 

L’androide dunque, in senso stretto, non è chi non possiede interiorità, ma chi smette di porsi il problema, accettando l’automatismo e vivendo senza riflessione sul tempo, sulla memoria, sull’altro. 

la caduta del robot umanoide aidolio robotgli androidi sognano pecore elettriche? - philip dick il robot umanoide gene.01 2

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