franco califano

QUANDO FRANCO CALIFANO FU TRAVOLTO DALLA GIUSTIZIA - L’ARTICOLO DI VITTORIO FELTRI SCRITTO DURANTE IL PROCESSO: “NON SARÀ UNO STINCO DI SANTO, AVRÀ AVUTO DELLE DEBOLEZZE, AVRÀ FORSE PECCATO DI LEGGEREZZA, MA DA LÌ A DIRE CHE È UN CAMORRISTA E UNO SPACCIATORE DI STUPEFACENTI, CE NE CORRE. L'ISTRUTTORIA REGGE ESCLUSIVAMENTE SULLE AMMISSIONE DEI PENTITI. IL CANTANTE ERA PRESENTE ALL'ARRINGA DEL SUO AVVOCATO E DURANTE UNA PAUSA NON S' È FATTO PREGARE PER PARLARE E HA DETTO…”

Di Franco Califano, nato nel 1938 a Tripoli, emorto a Roma nel 2013, tutti ricordano le sue canzoni dal contenuto poetico, ma pochi rammentano le sue vicissitudini giudiziarie. Fu arrestato e carcerato due volte benché non avesse commesso reati, essendosi limitato a sniffare coca. Affari suoi di cui si impicciò la giustizia, rendendo difficile e dolorosa la vita del cantante e compositore. Oggi vogliamo ricordarlo per ciò che egli era veramente, un artista e non un criminale che tuttavia dovette combattere nei tribunali. Vittorio Feltri, allorché era inviato del Corriere della sera, raccontò l’ultimo processo che Califano subì a Napoli. Un omaggio alla memoria.

 

Articolo di Vittorio Feltri pubblicato da “Libero quotidiano”

 

FRANCO CALIFANO A PROCESSO

Franco Califano, il cantante delle borgate romane, ha occupato tutta l'udienza di ieri. E chi ha ascoltato la sua difesa, pronunciata da Vincenzo Siniscalchi, qualche idea su di lui se l'è fatta: non sarà uno stinco di santo, avrà avuto delle debolezze, avrà forse peccato di leggerezza, ma da lì a dire che è un camorrista e uno spacciatore di stupefacenti, e quindi meritevole della condanna chiesta dal P.M. (dieci anni) ce ne corre. E come. Sono due, sostanzialmente quelli che lo hanno incastrato, naturalmente pentiti.

 

Uno è Pasquale D'Amico, l'altro Gianni Melluso, sedicente corriere della droga, ma con un curriculum che lo pone tuttalpiù a livelli di teppaglia paesana, al quale a un certo punto dell'inchiesta viene in mente che l'ugola di Primavalle non emetteva neanche un acuto se non si nutriva di cocaina. E aggiunge: «la polverina gliela davo io, a chili». Di qui il sospetto degli inquirenti: se ne comprava quantità industriali, significa che almeno in parte era destinata alla rivendita.

 

FRANCO CALIFANO A PROCESSO

Pertanto Califano non era soltanto un consumatore, cosa di cui l'interessato non ha mai fatto mistero, ma anche un piazzista. E dove distribuiva? Ipotesi: nel mondo dello spettacolo, notoriamente ricettivo; cosicché con l'utile del commercio si pagava il dilettevole. Ma su che cosa poggia questa equazione? Sul nulla, non c'è una prova, non un indizio, non un riscontro obiettivo, secondo il linguaggio dei tecnici del ramo giudiziario. E allora, che razza di processo è? Un momento.

 

Per capire come stanno le faccende, bisogna rammentare che l'istruttoria regge esclusivamente sulle ammissione dei pentiti. O si crede loro all'ingrosso, e di conseguenza si condanna in blocco la massa degli imputati, oppure se ne mette in dubbio la parola, e si assolvono tutti quanti.

 

FRANCO CALIFANO A PROCESSO

Ecco perché anche Tortora si trova invischiato, e in una posizione analoga a quella del cantante: qualcuno, e si sa chi sono, ha fatto i loro nomi con la più classica delle chiamate di correo e, a questo punto, si salvi chi può. È inutile pretendere, come fanno molti commentatori, che in aggiunta a quanto si è acquisito emergano, elementi concreti che consentano al tribunale di decidere su qualcosa d'altro che non sia il chiacchiericcio nebuloso degli ex camorristi e dei loro aiutanti. Ma torniamo all'udienza. Siniscalchi si è attenuto alle carte, da cui risulta che Melluso ha consegnato pacchi di cocaina a Califano.

 

Però questi nega, e non già di aver sniffato, bensì di aver acquistato da Gianni il bello, precisando che i suoi fornitori erano altri, tra cui Pasquale D'Amico. Per quale ragione il cantante dovrebbe mentire? E in ogni caso, dov' è il reato? È forse vietato dal codice annusare? D'Amico conferma: «Sì, ho rifilato della polverina a Califano. Anzi, gliene ho consegnato un pacco da 250 grammi, in pagamento di un concerto piazzaiolo in provincia di Napoli cui assistette Cutolo in persona, per quanto già ricercato». Il pentito va oltre: la partita costituiva un campione d'assaggio.

FRANCO CALIFANO A PROCESSO

 

«Qualora fosse piaciuto - ha detto - avrei provveduto ad ulteriori spedizioni in modo di dare il via a un traffico cospicuo». Ma un seguito non ci fu, quantomeno nelle carte non se ne fa cenno. Conclusione: è vero che il mattatore della Hit-parade tirava cocaina, è assodato che ne ha ricevuta da D'Amico (e non da Melluso) tuttavia è assolutamente arbitrario ritenere che ciò basti per dargli la patente di spacciatore o addirittura di camorrista. Obiezione: un semplice tossicodipendente che cosa se ne fa di 250 grammi di polvere? Il quantitativo è troppo per non pensare al commercio.

 

Risposta: uno come Califano mica tutte le sere poteva andare in cerca della bustina, faceva il pieno per un paio di mesi. Lui, ieri, era presente all'arringa del suo avvocato e durante una pausa non s' è fatto pregare per parlare: «Rispetto il Collegio giudicante - ha detto - e ringrazio i magistrati che, concedendomi gli arresti domiciliari, mi hanno permesso di riprendere il lavoro e di ritrovare, così, il morale che stavo perdendo. Ma sono stanco di pagare debiti che non ho mai contratto.

FRANCO CALIFANO A PROCESSO

 

Nel 1970 sono stato in galera e non avevo nulla sulla coscienza. Ora, e già da due anni, sono di nuovo detenuto senza aver commesso reati. Certo, qualche volta ho sniffato, ma raramente, perché detesto i vizi e i viziosi. E infondo sono fatti miei. Unica consolazione, il pubblico: mi applaude freneticamente ad ogni apparizione, che non ho mai spacciato altro se non le mie canzoni. D'Amico insiste di avermi dato un pacco di droga molto grosso: esagerato, per un ritornello in play-back, mi pare troppo. Tortora? poveraccio, serve più lui di me a questo processo: evidentemente il suo indice di ascolto è più elevato del mio".

 

loredana berte' franco califano

Gli esperti del Foro napoletano prevedono per Califano un'assoluzione per quanto riguarda l'associazione camorristica. E sul resto, una mite condanna, tale da consentirgli un ritorno immediato alla libertà, avendo scontato già parecchia reclusione. Il taccuino della giornata, dopo le polemiche di giovedì, deve registrare il seguito del giallo delle lettere di Nadia Marzano a Pasquale Barra.

 

Ha ragione Pannella: sono scomparse davvero, sia dal fascicolo della donna sia dal carteggio generale. Volatilizzate. In un primo momento il presidente Sansone aveva detto a un cronista che c'erano: ieri invece, dopo affannose ricerche, ha ammesso che le missive sono sparite. Forse non ci sono mai state. Ma sono poi così importanti?

tutto il resto roberto conrado su franco califano

 

«Certo - assicura il capo radicale -, perché contengono l'ennesima dimostrazione che Barra è un mentitore, né più né meno come gli altri pentiti che sono serviti a montare il castello di bugie contro Tortora e quanti, come lui, hanno avuto la sfortuna di incappare in questa vergognosa inchiesta". S' è fatto tardi e il professor Alberto Dall'Ora non ha avuto spazio per la terza arringa in favore all'ex presentatore di "Portobello". L'intervento è rinviato a lunedì in chiusura del processo. Poi, Camera di consiglio. E entro venerdì, sabato al massimo, la sentenza.  

FRANCO CALIFANO E MITA MEDICI

                         

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