claudio madia

LO RICONOSCETE? PER ANNI HA PARLATO CON UN UCCELLO, PRIMA DEL COVID AVEVA TRASFORMATO LA CASA IN UN CIRCO OTTOCENTESCO E ORA PASSA LE GIORNATE NEL SUO “PICCOLO TERRENO DI MILANO” – HA STUDIATO CLOWNERIA, HA FATTO IL MOZZO E HA IMPARATO PURE A CREARE LE BARCHETTE IN BOTTIGLIA – DELLA SUA ESPERIENZA IN TV RACCONTA: “CERCAVANO UNA PERSONA CHE SAPESSE CANTARE, BALLARE, RECITARE. TUTTE QUALITÀ CHE NON MI APPARTENEVANO, MA MI ANDÒ BENE…”

Estratto dell’articolo di Massimo Falcioni per www.tvblog.it

 

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L’Albero Azzurro posto di amici, l’Albero Azzurro posto felice, recitava – e recita – la sigla de L’Albero Azzurro. E amico di milioni di bambini è stato Claudio Madia, protagonista assoluto del programma della Rai per gran parte degli anni novanta. “Avevo una faccia qualunque e forse questa fu la mia principale qualità”, rivela a TvBlog.

 

“Una delle caratteristiche richieste era che si fosse più o meno trentenni. Cercavano un potenziale genitore, un cittadino comune che non fosse né attore, né professionista”.

E Claudio, classe 1959, sembrò fin da subito perfetto. “Di me piacque anche la capacità di sbagliare bene, di reagire positivamente agli errori. Sbagliavo e non me la prendevo, come succede ai bambini”.

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Proveniente dalla scuola di arte drammatica Paolo Grassi di Milano, Madia non fece mai in tempo a diplomarsi, proprio per colpa de L’Albero Azzurro, che avrebbe segnato la sua carriera: “Seguivo un bellissimo corso – racconta – stavamo lavorando a Moby Dick e avremmo dovuto metterlo in scena, ma non riuscii a terminare il progetto. Andai al provino, eravamo oltre cinquecento e il ruolo richiesto era in origine incompatibile con le mie caratteristiche. Cercavano una persona che sapesse cantare, ballare, recitare. Tutte qualità che non mi appartenevano, ma mi andò bene”.

 

Il suo primo amore fu però il circo.

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Mi ha sempre affascinato l’idea di camminare sulle mani o sul filo, tutti hanno il diritto di sognare di provare a vedere il mondo alla rovescia, o sospesi. In Italia all’epoca non esisteva la professione di artista di strada, che invece era presente all’estero. Cominciai per sbaglio, man mano decisi che poteva diventare un mestiere e decisi che avrei fatto il saltimbanco. Mi sono esibito alla Scala e tante volte in televisione.

 

In quali trasmissioni?

Furono partecipazioni anonime, come comparsa o semplice attrazione, compresa una bella esperienza con Dario Fo e Franca Rame nello show del 1988 Trasmissione Forzata, che segnò il loro ritorno in tv. Eravamo una cinquantina di ballerini, mimi, acrobati e giocolieri.

 

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In tal senso, che tipo di formazione ha avuto?

Studiai clowneria, cinque ore al giorno, tutti i giorni, per due anni. Fu molto formativo, ci insegnarono l’imbonimento di piazza, la presenza scenica, la capacità di stare su un palcoscenico e di intrattenere. Purtroppo subito dopo arrivò L’Albero Azzurro, che inficiò il mio percorso.

 

Nel programma tutti impazzivano per i suoi giochi d’arte.

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Ero stato un grafico ed ero bravo con la matita. Nella mia vita feci pure il mozzo e da bravo marinaio imparai a costruire le barchette in bottiglia. Inoltre, mi fu molto utile un’esperienza in Perù, dove frequentai per un paio di mesi un artigiano della pietra che realizzava statuette per turisti. Avevo fatto cose talmente diverse l’una dall’altra che era proprio quello che serviva a L’Albero Azzurro. Ho sempre ammesso che la televisione non fosse fatta per me, tranne che per quest’esperienza, nel corso della quale sfidai in maniera sfrontata gli altri a sostituirmi.

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Cosa intende?

Molti volevano il mio posto, alcuni ci hanno provato, ma io funzionavo meglio, forse per questa mia poliedricità. Mi sentivo in colpa nell’occupare un ruolo così privilegiato. Ero un neofita, per di più un teatrante, e sapevo che mi avevano preferito a gente che lavorava da anni sulla pedagogia e sul teatro sperimentale per l’infanzia.

 

 Sul set sbagliavate parecchio?

Sì, ma gli errori di noi attori erano quelli meno importanti. Era più grave quando l’animatore di Dodò entrava in scena con il braccio, o quando si manifestavano problemi alle inquadrature, come luci ed ombre strane. In quei casi si girava e rigirava con tempistiche quasi cinematografiche.

 

[…]

Condivise l’avventura con Francesca Paganini. Siete rimasti in contatto?

Siamo condannati a sentirci (ride, ndr), ci coinvolgono spesso per le rievocazioni della trasmissione. In realtà non ci siamo mai persi di vista, anche se abbiamo intrapreso strade diverse. Ci trovammo bene assieme, fu tutto spontaneo e naturale.

 

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L’Albero Azzurro era percepito come un programma estremamente lento, soprattutto se paragonato ad altre proposte per bambini.

Fu l’unica volta in cui gli scienziati riuscirono ad imporre il loro sapere alla televisione. Tutti sanno che i bambini hanno un ritmo differente dal nostro e in un contesto in cui si creavano gli spettatori del domani incitandoli all’entusiasmo, L’Albero Azzurro andava contro ogni tradizione e gusto televisivo, tenendo un ritmo volutamente e faticosamente lento.

 

francesca paganini claudio madia

Credo che fu la nostra fortuna, pure le signore anziane, che si sintonizzavano per sbaglio, rimanevano incantate dalla nostra lentezza che le riportava bambine. Il nostro punto di vista era quello del bimbo, con inquadrature dal basso, a cui si aggiungevano la chiarezza del linguaggio e la ripetitività. Componevamo le filastrocche, ogni giorno integravamo un pezzo e a fine settimana venivano imparate dagli spettatori.

[…]

 

Nel 1994, dopo quattro anni, venne sostituito.

Il curatore del programma venne destinato ad altre mansioni. Con il cambio del governo e della presidenza della Rai arrivò una nuova figura che decise di rinnovare e cambiare il prodotto. A cascata venimmo sostituiti pure noi, rimase solo Dodò. Da parte mia non ci fu alcuna preoccupazione, forse perché dalla prima puntata mi ripetevo che prima o poi sarebbe finita.

 

Tornò poco tempo dopo.

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Si accorsero che la nuova produzione impiegava troppo tempo, soprattutto in fatto di manualità, e gradualmente richiamarono la vecchia guardia. Sbagliai a tornare, ero rientrato in un meccanismo che non funzionava più, non per gli attori che erano bravissimi, ma perché era sparito lo spirito primigenio. Se un tempo si lavorava con l’unico obiettivo della qualità, al mio ritorno i bambini erano diventati un aspetto secondario. Ognuno stava lì a difendere il suo posto. Rimasi un anno e mezzo e mi comportai in maniera poco aziendale.

[…]

 

L’Albero Azzurro esiste ancora.

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Mi è capitato di vederlo, è tutt’altra cosa, compreso il ruolo dell’animatore. Il pupazzo è abbandonato a se stesso, mancano le indicazioni per renderlo più espressivo. C’è stato un crollo di qualità, in generale. Basterebbe guardare i nomi degli autori tv del novecento rispetto a quelli che ci sono in questa fase storica.

 

Ho letto che in Rai ci è tornato, seppur dietro le quinte.

Si ricordavano delle mie esperienze nel circo e quando c’era bisogno di appendere o imbracare qualcuno mi chiamavano. A X Factor feci volare una cantante di cento chili e misi in sicurezza Marco Mengoni durante una performance in quota, su un’altalena. Mettevo le cinture e controllavo i vari cavi. Ora esiste un professionista apposito; ai miei tempi non era così. L’Albero Azzurro fu la mia vittoria alla lotteria, mi rese famoso e mi ha fatto campare di rendita. Non ho più osato chiedere lavoro a nessuno. Le persone sapevano che c’ero e mi contattavano.

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Attualmente cosa fa?

Prima del covid avevo avuto un’idea bellissima: trasformare casa mia in un circo ottocentesco. Avevo messo su una compagnia di vecchietti e avremmo realizzato spettacoli nella mia abitazione per una cinquantina di persone. Poi è arrivata la pandemia. Ora ho un piccolo terreno a Milano dove passo le mie giornate. Ogni tanto mi chiamano e vado dove ci sono situazioni di disagio e vale la pena darsi. Parlo di diversamente abili, bambini, scuole di periferia. Lì il mio lavoro è ancora apprezzato.

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