LA SPOSA DELLA JIHAD – L’ANDATA E RITORNO NELL’INTEGRALISMO ISLAMICO DELLA MOGLIE DELL’ATTENTATORE DI BOSTON

Vittorio Zucconi per "La Repubblica"

Faceva già molto caldo a Boston, quasi 30 gradi con l'umidità dell'Atlantico, nella moschea senza condizionatore, quella mattina del 21 giugno 2010 quando Katherine Osborn Russell, la ragazza della porta accanto di ogni telefilm americano, attraversò il ponte sospeso sul vuoto della sua nuova vita di moglie.

Accanto a lei con il capo coperto dall'hijab bianco, alto e bello e bruno e misterioso come le era tanto piaciuto, Tamerlan Tsarnaev ascoltava l'imam Talib Mahdi della moschea Masjid al-Qur'aan pronunciare le formule del matrimonio islamico.

Per tre volte, Katherine e Tamerlan ripeterono in arabo "qabul hai", accetto, alla presenza dei due testimoni richiesti. L'imam Talib fece gli auguri di rito e in appena un quarto d'ora il signore e la signora Tsarnaev uscirono dalla moschea. «Sembravano innamorati e felici», dice oggi l'imam che li vide avviarsi verso una vita in comune che sarebbe esplosa nei brandelli insanguinati di tre morti e 200 feriti appena ventotto mesi più tardi, sul rettilineo di arrivo della Maratona di Boston.

Non c'erano parenti né amici di lei, al matrimonio. Katherine, anzi Katy come preferiva farsi chiamare la sposa già incinta della bambina che oggi ha quasi tre anni, era sola. Il padre, la madre, le due sorelle che pure vivevano ad appena 90 chilometri, un'ora e mezza di auto dalla Moschea Masjid al-Qur'aan, in un sobborgo upper class
di Providence nel Rhode Island, avrebbero potuto essere all'altro estremo del mondo, anche più lontani dei genitori di Tamerlan nel Caucaso, per quel che riguardava
lei.

Perché il viaggio che aveva portato Katy dalla casa di legno e mattoni fra platani, azalee e magnolie dove era nata 21 anni prima, al "nikkah", al matrimonio musulmano, era uno di quei viaggi al centro dell'animo umano che nessun navigatore satellitare può misurare.
L'America, o meglio gli Stati Uniti d'America, sono, dall'alba della propria esistenza, la terra della "reinvenzione" e della metamorfosi degli uomini.

In essi, chiunque può ricostruirsi un'idea di sé, inventarsi una vita come il "Grande Gatsby". Ma la reinvenzione non garantisce un risultato migliore dell'originale.

Promette soltanto un uomo e una donna diversi, tanto diversi come Katherine Osborn Russell la "farfalla sociale", secondo la maliziosa definizione delle compagne di liceo, la ballerina nell'ensemble della scuola, la figlia del dottor Russell, la ragazzina che sognava di entrare nei "Corpi della Pace" e di «migliorare il mondo, invece di lamentarsi», era dalla signora Katy Tsarnaev, musulmana salafita convinta, moglie forse inconsapevole di un sospetto stragista.

Donna che si era scoperta, alla matura età di anni 21, aliena al mondo che l'aveva cresciuta, al culto dell'American Way of Life, che l'aveva vista accendere candeline e mormorare formule compunte a ogni anniversario dell'11 settembre.

Intuire il viaggio personale che aveva portato il marito Tamerlan dalla Cecenia, dal Daghestan, dal Caucaso, da quella città di Makhachkala conosciuta in Italia soltanto dai tifosi dell'Inter perché finì a giocarci il grande attaccante Eto'o è relativamente possibile secondo il percorso della radicalizzazione fondamentalista e del rigetto di una cultura troppo diversa dalla propria.

Seguire il tragitto di Katherine la bella ragazza privilegiata dal Rhode Island alla casupola sgangherata con le finestre crepate, i rottami di una vita nel cortile, il tetto che perde, dove viveva mantenendo il marito perdigiorno con il suo assegno di disoccupazione e lo stipendiuccio di assistente sociale, presenta rischi micidiali di superficialità e di equivoci.

Di lei sappiamo (quasi) tutto. Non si vive per 17 anni in un sobborgo molto per bene di Providence, essendo figlia di un medico importante, capo della medicina di emergenza all'ospedale, e di una infermiera diplomata, tutti e due prodotti della augusta università di Yale (la stessa del clan Bush e dove i Clinton si incontrarono) senza lasciare chiare tracce.

Era stata una bambina modello, ottima a scuola, meno al liceo, dove eccelleva in arte, danzando e vincendo anche concorsi statali di disegno. Aveva amici e amiche. Non era quella lupa solitaria e osteggiata, situazione che a volte spiega metamorfosi violente. Era abbastanza graziosa, senza essere troppo "hot", come si dice nel gergo, troppo "rovente" per attirare ragazzi senza scatenare gelosie di ragazze.

Per nulla stravagante nell'abbigliamento, ricordano i vicini e le compagne. Jeans, t-shirt, gonne anche corte ma non aggressive. Il ritratto della prospera banalità e noiosa da "Giovane Holden". Avrebbe voluto seguire la strada del padre, diventare medico.

Ma qui, la strada della "reinvenzione" verso il ponte del matrimonio, si biforca. Per il college sceglie Boston, un'ora e mezza da casa. Entra alla Suffolk University, nel centro di Boston, per studiare scienza delle comunicazioni. In quella università, che sta a 15 minuti a piedi dal luogo dell'esplosione, il viaggio di Tamerlan venuto dall'Asia e di Kate, si intersecano.

Un amico comune li presenta una sera. Si innamorano. Lui è tutto quello che la "all american girl", la ragazza da telefilm che adorava Sex and the City e le scarpe di Choo non aveva mai visto. Misterioso, diverso, acceso da un fuoco che cominciava a bruciargli dentro, esotico, lazzarone e pericoloso, come una denuncia per schiaffi e botte a una sua girlfriend testimoniano. Lei è "Miss America", l'incarnazione di quel popolo, di quella cultura, di quella diversità che Tamerlan amava e odiava a fasi alterne, e che, in lei, avrebbe finalmente posseduto, riplasmandola come un truce Pigmalione.

Katie lascia gli studi. Padre e madre la ripudiano, stravolti dalla sua relazione con l'altro mondo e sbigottiti dalla mutazione della farfalla da sobborgo bene nella crisalide nera coperta dal capo ai piedi nei panni che il marito le imponeva.

Nelle rarissime occasioni nelle quali le ex compagne di college la rividero narravano di un'altra donna, irriconoscibile. «Non sei più tu», le disse Paula, che aveva diviso la stanza del dormitorio. «Invece adesso sono finalmente io», le aveva risposto lei, dandoci un indizio sul suo percorso. Era come se la vita precedente, appunto alla Scott Fitzgerald, fosse stata una fiction durata quasi 20 anni e nell'Islam, nella dedizione al marito, nello studio del Libro, nell'accettazione della femminilità islamica avesse trovato la verità.

Gli investigatori dell'Fbi l'hanno ormai scagionata da sospetti di complicità. Le tracce di Dna femminile trovato sui resti delle bombe non erano suoi. Nella casupola cadente non c'erano materiali per esplosivi. Nel suo computer, i collegamenti a siti vicini ad Al Qaeda sono risultati appartenere a Tamerlan e tracciabili soltanto a lui. Non ci sono indizi che lei avesse «cospirato» con i due fratelli, o con altri, per preparare la strage. E ora Katie sta tentando di ripercorrere all'inverso quel ponte che aveva attraversato nel giugno soffocante del 2010.

Ha ripudiato la vita con Tamerlan, chiedendo perdono. Ha rifiutato di occuparsi del cadavere del marito, lasciato nei frigoriferi della Morgue per quasi un mese e sepolto soltanto ieri in un cimitero ignoto.

È tornata nella casa del Rhode Island, riaccolta come una figliola prodiga dal dottor Russell e dalla madre, all'ombra di quel giardino in fiore nella primavera del Sogno Americano. Nella casa dove aveva vissuto la sua breve esistenza di moglie è andata una sola volta, per recuperare il suo gatto. Rimane musulmana, almeno all'apparenza, ma i suoi hijab, i suoi veli hanno preso colori e motivi ben diversi dal nero d'ordinanza imposto dal marito.

È uscita due volte con la sorella maggiore al volante del minivan di famiglia, altro simbolo che grida "Born in the Usa", tenendosi in braccio la bambina, la figlia dell'uomo che voleva distruggere Boston e alla quale un giorno dovrà spiegare chi era suo padre.

Indossava veli colorati, a macchia di leopardo, accettabili nel culto, ma civettuoli, molto femminili ed è andata a comperare cibo messicano da Chipotle, una catena di fast food, per consumarlo a casa. Sotto il foulard e gli occhiali neri da Blues Brothers, si vedeva il trucco curatissimo, il fondo ben spalmato, il rossetto vivo sulle labbra leggermente dischiuse in un sorriso.

Mentre il padre, bello ciccio a dispetto della professione nella "E.R." dell'ospedale portava fuori il bidone della spazzatura, salutando felice i cronisti e i cameramen sempre appostati, ma sempre meno numerosi.

Il velo della normalità sta riavvolgendo la vedova di sé stessa. L'America che aveva respinto, o forse lei aveva accettato fino alle estreme conseguenze della metamorfosi e della ricerca della felicità la risucchia lentamente, la attira su questa riva del fiume, dopo averla vista attraversare il ponte.

La storia di una ragazza che aveva voluto sperimentare un altro mondo è finita. Comincia il cammino di una donna che a 24 anni dovrà tornare bambina per ritrovarsi americana e ricominciare il viaggio verso la promessa, in fondo tanto crudele, della felicità.

 

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