schiava sesso

 LA STORIA DI ADELINA: “SONO STATA SCHIAVA DEL SESSO SUBENDO DISUMANE TORTURE”: “HO 43 ANNI E SONO ALBANESE. I FRATELLI DI MIA MADRE FACEVANO PARTE DI UNA BANDA CRIMINALE CHE FACEVA AFFARI CON DROGA E MERCANTI DI DONNE: UN GIORNO MI HANNO CARICATO SU UN’AUTO. SONO STATA PORTATA IN UN BUNKER E STUPRATA DA UN GRUPPO” - “UNA VOLTA HO PROVATO A SCAPPARE, DURANTE UN RIMPATRIO A DURAZZO. RACCONTAI LA MIA STORIA A DUE POLIZIOTTI MA LORO MI HANNO VENDUTA..."

Luigi Nocenti per “Visto”

 

PROSTITUTA

“Sono stata schiava del racket della prostituzione subendo disumane torture sessuali finche sono riuscita a fuggire e ho denunciato i miei aguzzini: oggi lotto per salvare altre vittime schiave sessuali, aiutandole a uscire dal tunnel dello sfruttamento». Adelina ha 43 anni ed e un simbolo di coraggio, e della lotta contro la violenza sulle donne e lo sfruttamento della prostituzione.

 

Di origini greche, e nata in Albania dove ha vissuto fino a circa 20 anni, quando e finita in mano a dei boss albanesi che l’hanno portata in Italia e obbligata a prostituirsi. Ha rischiato la vita pur di denunciare i suoi carcerieri e, grazie al suo contributo, è partita una maxi operazione delle forze dell’ordine chiamata “Acheronte” che ha portato nel 2000 all’arresto di 40 persone tra italiani e albanesi, tutti condannati al carcere.

 

PROSTITUTE

Per Adelina è così iniziata una nuova vita: è impegnata da anni su vari fronti per creare coscienza sociale sul tema del racket della prostituzione: ha scritto due libri, dove ha raccontato la sua storia (Libera dal racket della prostituzione, 2005, Iuculano Editore, e Dio e le stelle del cuore, Iuculano Editore, 2008) e un manuale, (Tecniche investigative nella lotta contro il traffico degli esseri umani, Paleani editore, 2014). Ma oggi il suo principale impegno è in strada dove ogni giorno cerca di convincere le vittime a darsi delle forze dell’ordine e ribellarsi, come ha fatto lei.

 

Adelina, come è finita vittima del racket della prostituzione?

prostituta

«I fratelli di mia madre facevano parte di una banda criminale che faceva affari con la droga e con i mercanti di donne: ricordo bene il giorno in cui mi hanno caricato a forza su un’auto. Sono stata portata in un bunker e stuprata da un gruppo. Non ero mai stata con un uomo: ero terrorizzata. Dopo la scioccante violenza, mi hanno data a dei boss albanesi: avevo poco più di vent’anni quando sono arrivata in Italia su un gommone, di notte. Sbarcammo a Brindisi con altre ragazze rapite come me, c’erano anche delle minorenni: ci hanno portato nelle masserie per smistarci, eravamo carne umana da macello».

 

Ha mai provato a ribellarsi?

PROSTITUTA

«All’inizio spesso, ma è stato tutto inutile, anzi, era motivo di torture. Le giornate scorrevano tra le botte e i clienti. E se non portavo abbastanza soldi, la sera mi spegnevano le sigarette sul seno, mi malmenavano o mi ferivano. Ho ancora sulla coscia una vistosa cicatrice: una sera mi hanno tagliato con un coltello e poi hanno riempito la ferita di sale. Ribellarsi era impossibile: ho trascorso così gli anni della mia giovinezza, obbligata a prostituirmi e rimandata più volte in Albania, in seguito a trenta decreti di espulsione».

prostituta

 

Quando tornava in Albania non ha provato a denunciare i suoi aguzzini?

«Ho tentato durante un rimpatrio a Durazzo: sono riuscita a fuggire e correre dalla polizia. Raccontai la mia storia a due poliziotti implorandoli di aiutarmi, ma loro mi hanno venduta ad altri boss: mi portarono in un locale malfamato e qui ho subito la peggiore violenza. C’erano solo uomini ubriachi: mi hanno spogliata e violentata a turno e in gruppo. Dopodiché per ore hanno iniziato a stuprarmi con una bottiglia di vetro. Speravo di morire piuttosto che continuare a sopportare quell’orrore».

 

Cosa è accaduto dopo?

«Mi hanno rimesso su un gommone e sono tornata in Italia senza più linfa vitale, non avevo più speranze che il mio incubo potesse finire. A volte venivo avvicinata dai carabinieri che mi spronavano a denunciare. Ma dopo la mia esperienza in Albania non mi fidavo più di nessuno indossasse l’uniforme».

 

Cosa le ha dato la forza di dire basta?

prostituta

«La disperazione assoluta: un giorno ero stata brutalmente presa a calci perché avevo forti dolori mestruali e avevo chiesto di non dovermi prostituire. Quando arrivò un cliente e mi vide in quelle condizioni, trovai il coraggio di chiedergli aiuto: gli chiesi di portarmi subito alle forze dell’ordine. Fui subito ricoverata in ospedale e, con l’aiuto dei poliziotti, iniziai a presentare querele facendo tutti i nomi dei boss, che nel frattempo minacciavano al telefono di scuoiarmi viva se non avessi ritirato le mie denunce. Proprio attraverso le

loro telefonate intimidatorie la Squadra Mobile riuscì a rintracciarli: nel giro di poche settimane quaranta criminali furono arrestati e poi condannati, con pene dai quindici ai venti anni».

 

Cosa è successo dopo?

prostituta carabinieri

«Mi sono rifugiata in un’associazione per le vittime di violenza, ma sono sempre stati i miei “angeli in divisa” a offrirmi aiuto economico e non solo: mi hanno dato conforto, insegnato la legalità, e uno di loro mi ha presentato un sacerdote grazie al quale ho iniziato un percorso spirituale che è stato fondamentale per la mia rinascita come essere umano. Voglio ringraziare in particolare la Questura di Varese e poi, a Brindisi, la dirigente dell’ufficio Immigrazione Stefania Occhioni.

 

Un grazie di cuore all’ispettore Biagio Giudice che è il mio punto di riferimento. Ho deciso di aprire il sito adelina113.altervista.org. Adelina non è il mio vero ma è come mi chiamavano da schiava, e 113, in onore della Polizia di Stato. Ogni mese passo a poliziotti e carabinieri decine di contatti di ragazze che mi chiamano e mi scrivono: sfido mafia italiana e albanese, ma ne vale la pena per ogni vittima che riesco a salvare».

 

Oggi di cosa si occupa?

PROSTITUTE

«Da diversi anni collaboro con Radio Voce della Speranza per sensibilizza e sostengo la campagna antiviolenza “Libera la vita”: molti ignorano che dietro le squillo in strada quasi sempre c’è un aberrante traffico di esseri umani. Il racket della prostituzione è da combattere senza “se” e senza “ma”: sono contro la legalizzazione, si rischia di rendere legittima la schiavitù per le 120 mila donne che si prostituiscono per strada. L’Italia diventerebbe uno Stato “pappone” per chi non ha alternative lavorative».

 

Quali progetti ha per il suo futuro?

«Vorrei avere la cittadinanza italiana: ho rinunciato anni fa a quella albanese e, pur essendomi esposta in prima linea contro la criminalità organizzata, sono un’apolide, senza neanche l’assistenza sanitaria nazionale. La vorrei la cittadinanza soprattutto per aprire un centro di accoglienza per le vittime della tratta: è il mio sogno liberare quante più vittime possibile, restituendo loro dignità e un futuro».

 

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