migranti bosnia

SULLE (NUOVE) ROTTE DEI MIGRANTI: NEI BOSCHI DELLA BOSNIA, OGNI GIORNO CENTINAIA DI CLANDESTINI EVITANO I CONTROLLI DELLA POLIZIA E PUNTANO VERSO L'ITALIA - UN FIUMICIATTOLO CON L’ACQUA CHE ARRIVA FINO AL PETTO SEGNA LA FRONTIERA NON SOLO CON LA CROAZIA, MA L’AGOGNATA UNIONE EUROPEA...

Fausto Biloslavo per it.insideover.com

 

 

MIGRANTI BOSNIA

I pachistani in fila indiana si infilano nel campo di pannocchie, alte come una persona, per non farsi vedere dalle pattuglie croate oltre confine. Omar Faruk, cuoco di professione, che vuole arrivare in Italia per proseguire verso la Spagna, li guida come uno scout in battaglia. “Fra noi c’è chi ha già provato a passare una decina di volte, ma non molliamo” racconta Faruk avanzando verso il confine vicino al villaggio di Sturlic, nella Bosnia nord occidentale diventata un crocevia dei migranti con capolinea Trieste.

 

Il sole è a picco, ma i migranti tentano la sorte soprattutto di notte. Negli spazi aperti i pachistani corrono nella speranza di non farsi vedere dagli agenti croati che hanno schierato sul confine droni, camere termiche e visori notturni, come in guerra. A pochi passi dalla frontiera la colonna si infila di nuovo nella vegetazione verde intenso alta come un uomo, che chiamano “la giungla”. Un fiumiciattolo con l’acqua che arriva fino al petto segna la frontiera non solo con la Croazia, ma l’agognata Unione europea.

 

 

I migranti si acquattano nella boscaglia e parlano sotto voce.

 

“Staremo fermi per 3-4 ore aspettando che la polizia se ne vada e poi passiamo il confine” sussurra Faruk.

 

Poco importa se la stragrande maggioranza del gruppo di pachistani, a parte un ragazzino minorenne che vuole raggiungere i parenti in Germania, non ha alcun diritto all’asilo. “Mio fratello è da 15 anni in Veneto. Fino al 2017 lavorava con lui a Mestre. Poi sono tornato in Pakistan e mi è scaduto il permesso di soggiorno. Adesso voglio tornare” spiega candidamente Hissan Mohammed.

MIGRANTI BOSNIA

 

La “base” dei pachistani è una casa abbandonata in mattoni rossi a un chilometro dal confine. All’ombra di un albero giocano a carte per ingannare l’attesa. Mohammed, smilzo e con un cappello da boss anni trenta, viene da Peshawar. Tutti lo chiamano “bacha”, il re. È lui che decide le fasi dell'”assalto” alla fortezza Europa dividendo le “truppe” e indicando i passaggi.

 

 

Le colline della Croazia sono di fronte e dalle abitazioni bosniache a un tiro di schioppo dalla base nessuna sembra fare caso alla trentina di pachistani che si preparano al “gioco”, come chiamano il terno al lotto della marcia di dieci giorni verso l’Italia attraverso Croazia e Slovenia. I migranti nella zona di Velika Kladusa, la città bosniaca sul confine croato più ad ovest, si piazzano alla stazione degli autobus con zaino in spalla, sacco a pelo e vivande. Qualche autista compiacente li fa salire su minibus grigi facendo pagare il biglietto il doppio del prezzo normale. Ne seguiamo uno pieno di bengalesi scaricati all’incrocio per la frontiera non sorvegliata di Bojna. La polizia bosniaca chiude un occhio.

MIGRANTI BOSNIA

 

L’ultima manciata di chilometri i migranti la percorrono a piedi in fila indiana per poi nascondersi di notte nelle case diroccate vicino al confine. Gli automobilisti non ci fanno più caso, ma la gente del posto è esasperata. “Il via vai è continuo – spiega un bosniaco che vive sul punto di passaggio di Sturlic – All’inizio erano pochi e li aiutavamo se avevano bisogno di un riparo o dell’acqua, ma adesso non si vive più”.

 

 

A Bosanska Otoka, dove arriva ogni sera un treno da Sarajevo zeppo di migranti, incrociamo una ragazza bionda che guida un gruppo di clandestini in marcia sul lato della strada. Capelli lunghi, fisico da modella, cappellino da baseball calcato sulla testa e pancia di fuori è la “taxista dei migranti” diventata una leggenda. Quando capisce che siamo giornalisti si irrigidisce, impreca e accelera il passo. Un trio di tunisini ha ordito un piano camaleontico grazie alla loro pelle chiara. Dopo aver preso l’autobus di linea fino a una località poco frequentata dai migranti passeranno illegalmente il confine. “Una volta dall’altra parte ci laviamo, pettiniamo e rasiamo la barba – ridacchia Massouf – Poi andiamo a comprare un biglietto alla stazione dell’autobus più vicina per Zagabria parlando in francese, come se fossimo dei turisti”.

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