BEN RITORNATI ‘AI CONFINI DELLA REALTÀ’ - PERCHÉ, DOPO 70 ANNI, UNA DELLE SERIE PIÙ CELEBRI E INFLUENTI DELLA STORIA DELLA TV, RIVISTA OGGI, SEMBRA SCRITTA CINQUE MINUTI FA - “NEW YORK TIMES”: “L'AUTORE, ROD SERLING, SI SCONTRAVA FREQUENTEMENTE SU CIÒ CHE GLI ERA CONSENTITO SCRIVERE. CON ‘AI CONFINI DELLA REALTÀ’ SERLING CAPÌ DI POTER MESCOLARE FANTASCIENZA, HORROR E MISTERO PER TRASMETTERE I PROPRI MESSAGGI POLITICI - COME AVREBBE POTUTO UN CENSORE TELEVISIVO, O UNO SPETTATORE INDIGNATO, SOSTENERE CON RABBIA CHE UNA STORIA ESPRIMESSE QUALCOSA DI CONTROVERSO O MINACCIOSO SUL MONDO REALE, QUANDO IL SUO PROTAGONISTA ERA UN MARZIANO CON TRE BRACCIA? - L’INFLUENZA DI SERLING È EVIDENTE IN TUTTA LA CULTURA CONTEMPORANEA: DA SPIELBERG A GUILLERMO DEL TORO, DA CHARLIE BROOKER (‘’BLACK MIRROR”) A RYAN COOGLER (“SINNERS”), FINO A CURRY BARKER (“OBSESSION”) - VIDEO
DAGONOTA
'Ai confini della realtà' (The Twilight Zone) è una delle serie televisive più celebri e influenti della storia della TV. Creata e presentata dal geniale sceneggiatore Rod Serling, la serie antologica originale è andata in onda sulla CBS dal 2 ottobre 1959 al 19 giugno 1964, per un totale di 5 stagioni e 156 episodi.
La forza dello show risiede nella sua capacità di mescolare fantascienza, horror, mistero e dramma per esplorare la natura umana.
Ogni puntata racconta una storia a sé stante con personaggi ordinari le cui vite vengono stravolte dall'incontro con l'ignoto o l'impossibile, culminando quasi sempre in un finale a sorpresa con una profonda morale filosofica o sociale.
‘AI CONFINI DELLA REALTÀ’ ERA UN AVVERTIMENTO CHE L’AMERICA HA IGNORATO.
Alan Sepinwall per il “New York Times”
Prima di creare «The Twilight Zone» («Ai confini della realtà»), Rod Serling si trovava in una situazione di stallo. Si era fatto un nome nell’industria televisiva come una sorta di Aaron Sorkin prima di Aaron Sorkin: un apprezzato autore di drammi impegnati per un pubblico adulto, che affrontavano grandi questioni contemporanee come la corruzione politica o la natura disumanizzante della vita aziendale.
Si scontrava inoltre frequentemente con gli sponsor su ciò che gli era consentito scrivere e su quanto potessero spingersi oltre le sue sceneggiature.
Quando, per esempio, lavorò a una versione romanzata del linciaggio di Emmett Till, un adolescente nero ucciso nel 1955, le pressioni degli sponsor e dell’emittente annacquarono a tal punto il risultato finale da trasformarlo in quello che, in una successiva intervista con Mike Wallace, avrebbe definito «uno spettacolo tiepido, svuotato di ogni forza, evirato».
Serling non voleva realizzare programmi di quel genere. Così, dopo che gli era stato imposto di eliminare praticamente ogni riferimento alla politica contemporanea da un dramma televisivo intitolato «The Arena», incentrato su un senatore degli Stati Uniti, ebbe un’illuminazione: «Probabilmente avrei ottenuto un dramma molto più adulto se lo avessi trasformato in fantascienza, ambientandolo nel 2057 e popolando il Senato di robot», scrisse a proposito di quell’esperienza.
A quanto pare, Serling applicò la lezione di «The Arena» a un progetto di più ampio respiro, cominciando a scrivere storie fantastiche profondamente distanti dalla nostra realtà, raccolte in una serie antologica che debuttò nel 1959 con il titolo «The Twilight Zone» («Ai confini della realtà»).
Proprio perché la serie, spesso caratterizzata da situazioni fantastiche e sempre da un sorprendente colpo di scena finale, era così stilizzata, Serling scoprì di poter finalmente raccontare la verità senza edulcorazioni.
Quasi 70 anni dopo, in un momento in cui la nostra realtà può apparire sempre più minacciosa e surreale — quando è difficile guardare a qualsiasi cosa, dalla corruzione politica agli illeciti delle aziende, fino al bombardamento quotidiano di notizie, senza avere la sensazione di essere finiti in una quinta dimensione, oltre i confini di ciò che è conosciuto dall’uomo — l'astuta strategia adottata da Serling per affrontare temi politici offre una risposta da cui trarre insegnamento.
Ai confini della realtà - Rod Serling
La televisione contemporanea ha spesso faticato a reagire all’attuale oscurità politica. Se serie come «The Good Fight» hanno affrontato direttamente la prima amministrazione Trump, poche lo hanno fatto durante il secondo mandato.
Alcune satire, come «South Park», hanno attaccato frontalmente il presidente, mentre altre, come «Saturday Night Live», sono sembrate spesso incapaci di trovare una direzione di fronte alle turbolenze politiche.
Con «The Twilight Zone», Serling capì di poter utilizzare l’allegoria per trasmettere i propri messaggi politici. Dopotutto, come avrebbe potuto un censore televisivo, o uno spettatore indignato, sostenere con rabbia che una storia esprimesse qualcosa di controverso sul mondo reale, quando il suo protagonista era un marziano con tre braccia?
Ai confini della realtà - Rod Serling
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché «The Twilight Zone» appaia ancora oggi così incredibilmente — e a volte deprimente — attuale. Serling e i suoi collaboratori affrontarono ripetutamente, e in maniera indiretta, temi come il pregiudizio, l'avanzata strisciante dell'autoritarismo, i pericoli della sostituzione degli esseri umani con la tecnologia e i rischi del conformismo elevato a ideale sociale, in modi che continuano a risuonare nel presente. Molti episodi, rivisti oggi, sembrano scritti cinque minuti fa.
La serie affrontava questioni sociali alle quali non siamo ancora riusciti a dare risposte adeguate. Serling, ebreo americano che si era arruolato nell’esercito per combattere i nazisti durante la Seconda guerra mondiale, scrisse spesso, insieme ai suoi collaboratori, dei pericoli del fascismo e della facilità con cui le persone possono cedere al suo fascino.
Lo fece, tra gli altri, in episodi come «The Obsolete Man» (in cui un bibliotecario viene condannato a morte in una distopia dove i libri sono proibiti) e «He’s Alive» (in cui un seminatore d’odio conquista il potere grazie ai consigli del fantasma di Hitler).
In «The Brain Center at Whipple’s», il distaccato proprietario di uno stabilimento industriale sostituisce allegramente i propri operai in carne e ossa con delle macchine, rimanendo insensibile agli appelli del suo ex direttore di fabbrica sul valore del pensiero e delle emozioni umane. Alla fine, sarà lui stesso a essere sostituito da un robot.
«Number 12 Looks Just Like You» è ambientato in un futuro in cui tutti, al compimento dei 19 anni, vengono obbligatoriamente trasferiti in uno dei pochi corpi disponibili, tutti conformi ai canoni convenzionali di bellezza.
È un po’ come scorrere oggi un feed di Instagram in cui tutti utilizzano gli stessi filtri, oppure immergersi ossessivamente nel mondo del looksmaxxing, la ricerca della massimizzazione del proprio fascino estetico.
E il comportamento impulsivo e distruttivo del presidente Trump è stato spesso paragonato ad alcuni aspetti della trama di «It’s a Good Life», un episodio che racconta di un bambino onnipotente di nome Anthony Fremont che tiene un’intera cittadina sotto il proprio dominio.
the twilight zone ai confini della realta
L’influenza di Serling è evidente in tutta la cultura contemporanea. Una legione di narratori di oggi, dalla televisione al cinema fino alla letteratura, gli deve molto: da Steven Spielberg a Guillermo del Toro, da Curry Barker (come dimostra il suo successo horror del 2026, «Obsession») a Ryan Coogler («Sinners»).
Charlie Brooker, creatore della serie antologica «Black Mirror», ha raccontato ciò che ha imparato dall’utilizzo degli espedienti di genere da parte di Serling e dalla libertà che questi gli garantivano di dire ciò che voleva.
«Se non avesse avuto quello scoglio attorno al quale far scorrere il fiume», mi ha detto Brooker, «le sue storie avrebbero ancora oggi una risonanza così forte? Oppure ne leggeremmo soltanto nei libri accademici sulla storia della televisione?». Brooker ha poi osservato: «Proprio perché fu costretto a entrare nel mondo della metafora, questa diventò la sua superpotenza».
La straordinaria capacità narrativa di Serling nacque dal desiderio di ritrovare un affetto per l’umanità che aveva perduto: un altro tentativo da cui anche noi, oggi, potremmo trarre insegnamento.
Durante il servizio come paracadutista nel teatro di guerra del Pacifico, nel corso della Seconda guerra mondiale, Serling, ancora adolescente, assistette alla morte di persone in circostanze raccapriccianti e spesso prive di senso.
A 20 anni vide un caro amico essere decapitato davanti ai suoi occhi, per giunta da una cassa di rifornimenti lanciata da un aereo, e poco dopo arrivò lui stesso pericolosamente vicino alla morte.
duel il filmi d'esordio di steven spielberg
Queste esperienze lo lasciarono traumatizzato e disperato di fronte agli abissi di crudeltà nei quali i suoi simili erano capaci di sprofondare. Lo costrinsero anche a interrogarsi sul perché le persone compiano così spesso scelte terribili e sulla possibilità che in futuro possano comportarsi meglio: un tema che avrebbe animato la sua scrittura televisiva.
In «The Twilight Zone», ai personaggi viene spesso offerta una magica seconda possibilità, e quelli che non riescono a cambiare finiscono frequentemente per ricevere una sorta di giustizia karmica soprannaturale.
Nonostante la celebrità e i riconoscimenti ottenuti — e la sua inquietante capacità di anticipare il futuro — Serling fu tormentato dai dubbi su se stesso per gran parte della carriera. Negli anni che precedettero la sua morte, avvenuta nel 1975 per un infarto all’età di 50 anni, rilasciò un’intervista nella quale lasciava intendere che i suoi successi sarebbero stati presto dimenticati.
«Nel corso degli anni ho scritto cose ben articolate, ragionevolmente intelligenti, ma niente che resisterà alla prova del tempo», disse nel 1972. «La buona scrittura, quella davvero buona, deve invecchiare bene con gli anni, come il vino, e le mie cose sono adeguate soltanto al momento».
Serling non soltanto sottovalutò la propria influenza, ma non riuscì nemmeno a comprendere come la strategia che aveva adottato si sarebbe rivelata il modo più efficace per raccontare e interpretare tempi pericolosi.
Se il Serling che rilasciò quell’intervista potesse, come alcuni dei suoi personaggi, viaggiare avanti nel tempo, potrebbe rimanere sgomento nello scoprire che tanti dei problemi di cui aveva scritto non sono ancora stati risolti, a distanza di decenni.
Ma vedrebbe anche che il modo migliore per descrivere l’eredità del suo lavoro non è «adeguato soltanto al momento», bensì un’altra espressione che ripeteva spesso come presentatore di «The Twilight Zone»: «senza tempo come l’infinito».












