giorgia meloni giustizia referendum magistrati

DAGOREPORT -  ARIANNA MELONI E I CAPOCCIONI DI FRATELLI D’ITALIA POSSONO RIPETERE A PAPPAGALLO CHE IL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA "NON È UN VOTO SU GIORGIA", MA MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. IL VOTO DEL 23 MARZO SARÀ INEVITABILMENTE UN PLEBISCITO POLITICO SULLA STATISTA DELLA SGARBATELLA - CON LA CRESCENTE RIMONTA DEL "NO", NON BASTA PIU' ATTACCARE I MAGISTRATI (DAGLI SCONTRI DI TORINO AL FATTACCIO DI ROGOREDO), ORA LA MELONI SA CHE NON POTRA' FARE A MENO DI METTERCI LA FACCIA - UNA PERSONALIZZAZIONE CHE FINO A IERI HA TENTATO IN OGNI MODO DI EVITARE RICORDANDOSI CHE FU UNA SCONFITTA REFERENDARIA A TRASCINARE IL GOVERNO DI MATTEONZO RENZI DALL’ALTARE ALLA POLVERE) - MA ORA LA RIMONTA DEL"NO" METTE PAURA E NON PUO' PIU' NASCONDERSI ALZANDO I SOLITI POLVERONI DI PROPAGANDA: SOLO LEI HA LA LEADERSHIP PER TRASCINARE LA GALASSIA DEGLI ASTENUTI A VOTARE ''SI'" (SONDAGGI RISERVATI VALUTANO IL BRAND GIORGIA MELONI 2/3 DEI CONSENSI DI FDI) - MA TUTTI PARTITI SONO APPESI ALL'ESITO DEL REFERENDUM: DALLA RESA DEI CONTI DELLA LEGA CON SALVINI ALLA SFIDA IN FORZA ITALIA TRA TAJANI E I FIGLI DI BERLUSCONI - UNA VITTORIA DEL "NO" POTREBBE INVECE RINGALLUZZIRE UN’OPPOSIZIONE DILANIATA DALL'EGOLATRIA DI ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE, UN DUELLO DI POTERE CHE HA SEMPRE IMPEDITO DI PROPORRE ALL'ELETTORATO UNA VERA ALTERNATIVA AL MELONISMO...

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giorgia meloni 3

Le "idi di marzo" della politica italiana, quest’anno, sono rimandate di una settimana. Non il 15 ma nel fine settimana del 22 e 23: è l’appuntamento cruciale per i destini del governo e dell’opposizione (o quel che ne rimane) di questo disgraziatissimo Paese.

 

Il referendum sulla riforma della Giustizia è lo snodo attorno a cui ruotano tutti gli equilibri e le questioni più delicate: la resa dei conti interna alla Lega? Rimandata al 24 marzo, così come le beghe in Forza Italia.

 

Ad avere tutto da perdere, però, non sono né Matteo Salvini, né Antonio Tajani, bensì Giorgia Meloni. La Ducetta, per mesi, ci ha rimbambito con una litania a lei comoda: quello del 22-23 marzo “non è un voto politico” e “non è un referendum su di me”. Oggi, però, nell’intervista rilasciata alla penna amica di Paola Di Caro, sul “Corriere della Sera”, è la sorella della premier, Arianna Meloni, a confermare il contrario.

 

La consultazione popolare è molto, moltissimo, politica. Ed è legata a doppio filo al governo Meloni, per quanto la Ducetta provi a smarcarsi.

 

giorgia e arianna meloni 2

Arianna dice: “Saremo tra la gente a spiegare la riforma”, lasciando immaginare che le truppe di Fratelli d'Italia girino per mercati rionali e piazze affollate a caccia di indecisi.

 

E Giorgia Meloni, che farà? Sua sorella nicchia: "Non so come vorrà comunicare". Ma se non scende in campo, in prima persona, la Ducetta chi altri potrebbe mobilitare gli elettori con la sua abile retorica da “So’ una de voi”, se non la statista della Sgarbatella?

 

Dovrebbe pensarci Lollobrigida con il suo ciuffo fresco di tagliando? Oppure Fabio Rampelli con il suo carisma da stracchino scaduto?

 

Nella penuria di leadership nel centrodestra, l'unica a smuovere le masse è Giorgia Meloni. Salvini scaccia gli elettori, Tajani è un merluzzo in bianco. Chi dovrebbe dare un'eventuale spinta decisiva al "Si" trascinando i cittadini a votare? Che sia la Ducetta il pezzo da novanta della maggioranza, lo confermerebbe una rilevazione riservata tra gli elettori di Fratelli d’Italia.

 

Secondo l'indagine, la Sora Giorgia vale, da sola, più dei due terzi dei consensi del suo partito (senza la premier, Fdi sarebbe sotto il 10%). Una rilevazione non sorprendente.

 

GIORGIA MELONI E LA MAGISTRATURA BY ALTAN

Dunque, prima o poi (più prima che poi), la sora Giorgia dovrà sciogliere le riserve: che vuole fare co' 'sto referendum? Lo vuole vincere? Allora, molto probabilmente, dovrà metterci la faccia.

 

Come scriveva ieri Lorenzo De Cicco su “Repubblica”, “martedì notte FdI ha spedito ai suoi iscritti e militanti un sondaggio riservato, per capire quanti siano effettivamente interessati a recarsi ai seggi. […]  a Palazzo Chigi sono pronti a un cambio di strategia, con comizi di Giorgia Meloni in prima persona. […]” 

 

Il coinvolgimento diretto della premier, come tutte le armi da fine del mondo, è a doppio taglio. 

 

Riuscirebbe senza dubbio a mobilitare i suoi Fratelli d'Italia ma avrebbe anche qualche "esternalità" per lei negative. In un interessante articolo su “Domani”, Giulia Merlo due giorni fa notava: “Il sentiment intorno alla riforma della magistratura è di favore, per quasi due terzi dei cittadini, la propensione ad andare a votare invece è opposta: dei favorevoli, meno del 20 andrebbe alle urne; tra i contrari invece è deciso a votare oltre 80 per cento.

 

meloni nordio

Ecco quindi spiegato il testa a testa registrato dai recenti sondaggi. Il dato che più sta facendo riflettere palazzo Chigi, però, è quello secondo cui una discesa in campo di Meloni per il Sì provocherebbe esattamente l’effetto contrario, motivando gli indecisi del No a votare. Un perfetto ‘effetto Renzi’ come nel 2016, è la sintesi”.

 

Insomma, Arianna può ripetere a pappagallo la litania del “referendum non è un voto su Giorgia Meloni”, ma, in un modo o nell’altro, lo sarà comunque.

 

I motivi? Sono numerosi: perché è l'unica riforma portata a termine dal governo, dopo il ko di Autonomia e Premierato; perché è fin troppo complessa la riforma da immaginare che i cittadini la capiscano: voteranno, più che nel merito, per simpatia e fiducia politica; perché Giorgia Meloni ha ingaggiato uno scontro verbale con le toghe, sin dall'inizio del suo mandato, che la riforma della Giustizia non puo' che assumere i contorni di una sfida finale con la magistratura. 

 

nicola gratteri a piazzapulita

L’opposizione è rimasta spiazzata, come sempre. Come ha ben notato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il centrosinistra, per ignavia e opportunismo, è partito tardi con la campagna elettorale per il "No": “Quando eravamo a -25% dal sì non c'erano. Hanno incominciato a muoversi quando eravamo a -10. Non è giusto…”.

 

Lo stesso Gratteri, forse lasciato troppo solo a rappresentare le ragioni del "No", è incappato in un pessimo scivolone sostenendo: “Per il 'No' voteranno le persone perbene, per il 'Sì' voteranno ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente". Un clamoroso autogol che dà man forte a chi accusa le toghe di essere politicizzate.

 

Eppure, per Schlein, Conte, e compagnia litigando, il referendum sulla giustizia è un’occasione ghiotta. Giorgia Meloni, si diceva, è l’unica che ha qualcosa da perdere. Se vince il "Sì", per la Ducetta cambierà poco o niente, dal punto di vista politico. Ma se vince il "No", allora tutti i nodi mai sciolti potrebbero arrivare al pettine, improvvisamente e tutti insieme.

 

giuseppe conte elly schlein 4

Certo, è difficile scalfire da un giorno all’altro un consenso insolitamente stabile e duraturo (il 40% degli italiani ha un gradimento positivo della premier), ma la storia politica italiana insegna che ci vuole poco a passare dall’altare alla polvere. E viceversa.

 

Ne abbiamo visti passare tanti, di presunti salvatori della patria: prima c’è stato Renzi, che passò in un anno e mezzo dal 40% delle europee al clamoroso flop referendario, poi il Movimento 5 Stelle con il suo 32% nel 2018, eroso da Salvini in un anno e mezzo di governo giallo-verde a suon di “Immigrati a casa loro”.

 

tajani salvini

Fu poi la volta del “Capitone” leghista, che dai pieni poteri invocati dal Papeete (e un consenso del 34% alle europee del 2019) passò nel giro di qualche giorno a tracannare Maalox per il “tradimento” di Giuseppe Conte e per la nascita del nuovo Governo Pd-M5s.

 

Lo stesso “Avvocato del popolo”, che durante il Covid aveva percentuali di gradimento bulgare, a suon di dirette televisive pressoché quotidiane, ormai veleggia intorno all’11%. Sic transit gloria politicae.

 

Il "No" è uno spettro che si aggira tra le stanze di via della Scrofa. Non a caso, nell’intervista di oggi al “Corriere della Sera”, Arianna Meloni esclude nettamente un possibile voto prima del 2027: “Non esiste possibilità di elezioni anticipate. Finché ci sarà il sostegno della maggioranza […] andremo avanti. Poi ci presenteremo agli elettori e chiederemo loro se vogliono proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso”.

 

Dentro la "Fiamma magica", c’è chi sostiene il contrario: in caso di sconfitta a marzo, infatti, si aprirebbe un lungo periodo di logoramento, che potrebbe portare a una drammatica erosione di consensi. Meglio votare subito, dicono alcuni meloniani di peso.

 

D’altro canto, correre alle urne dopo il referendum sarebbe un "all in" con molti interrogativi. Innanzitutto, ci sarebbe il rischio di un tracollo elettorale della Lega di Salvini, ancora in fase di assestamento e riorganizzazione dopo la scissione di Vannacci. Senza considerare che la riforma elettorale è saltata, e non si vede al momento una possibilità di riprovarci.

GIORGIA MELONI - VIGNETTA BY ROLLI IL GIORNALONE - LA STAMPA

 

“Una crisi di governo è esclusa: se esce il Carroccio, chi entra? Calenda? Ma se nei sondaggi sui suoi elettori nessuno, tranne lui, vuole votare il centrodestra…”, è il ragionamento che rimbalza tra i rari neuroni di via della Scrofa. D'altronde lo stesso Calenda s'è affrettato a precisare: "Non esiste che io sia la ruota di scorta del centrodestra. Va costruito un forte perno centrale europeista e liberale, disponibile ad allearsi su una serie di valori non negoziabili".

 

E di Giorgia Meloni ha detto: "Al momento non ho capito se lei è europeista o meno, ora ha fatto una cosa giusta cercando l'asse con la Germania. Se non ci fossero la Lega e Vannacci da una parte, se non ci fossero i 5s dall'altra... Se Meloni diventasse la Tatcher...Il discrimine è chi sta con gli autocrati e chi sta con l'Europa e non ho ancora capito con chi sta la Meloni e con chi sta la Schlein".

 

In questo guazzabuglio, allora, per Giorgio Meloni qual è la strada più conveniente? Meglio scendere in campo ora, e giocarsi il tutto per tutto al referendum mettendoci la faccia, per mobilitare il 50% di astenuti o il rischioso contraccolpo politico dovuto a una sconfitta nella consultazione referendaria? Ah, NON saperlo...

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