“MICHELE MARI, D’IMPROVVISO, SI È VISTO TRASFIGURATO IN UN PERFETTO INTERPRETE DEL “MESCHINO” MASCHILISMO, VA DA SÉ, SENILE” – FULVIO ABBATE COMMENTA L'"AFFAIRE" DELLO SCRITTORE MILANESE, FINITO AL CENTRO DELLA BUFERA PER DELLE FRASI, POI DA LUI SMENTITE, SU MICHELA MURGIA (“ERA INTRANSIGENTE E VIOLENTA, PERCHÉ ERA BRUTTA. E SFOGAVA COSÌ LA SUA RABBIA”): “L’INTERA RUBRICA TELEFONICA AMICHETTISTICA DELLA CONFRATERNITA DELLA BEATA MICHELA È STATA MOBILITATA, TRA “FIGLI D’ANIMA”, FEMMINISTE DEVOTE ALLO SCHWA, NARRATRICI PRONTE A CITARE FRASI DEGNE DEI “BACI PERUGINA” DI FLEUR JAEGGY E ANCORA, NON ULTIMO, L’EDITORE FELTRINELLI, INTERESSATO AD ABBATTERE IL “CAVALLO” DATO PER SICURO VINCENTE, A FAVORE DEL SUO CONCORRENTE, MATTEO NUCCI” – “DEL TUTTO IRRILEVANTE CHE IN SEGUITO LO STESSO SCRITTORE ABBIA CHIARITO DI NON AVER MAI PRONUNCIATO SENTENZA ALCUNA SUL SOMA E LA PRESUNTA ATTITUDINE DA “BADESSA” PROTERVA E AUTORITARIA DELLA COMPIANTA SCRITTRICE…”
Fulvio Abbate per Dagospia
Da “Amico della domenica” ultradecennale ritengo di avere sufficienti strumenti per restituire la sostanza ultima di ciò che, citando Sciascia nella sua vocazione da indagine “poliziesca”, potremmo chiamare “L’affaire Mari”. Poco importa che non si sia svolto tra l’ipotetica “prigione del popolo” dell’ordinaria via Montalcini nel quartiere romano di Portuense e le segrete brutaliste di “Todo Modo”, semmai, più prosaicamente, su un pulmino diretto a Bisceglie, già ducato delle Puglie.
Sembrerebbe, sia detto “de relato”, che Michele Mari, conversando nell’angusto abitacolo del veicolo con Elena Rui, autrice di un romanzo altrettanto in concorso, “Vedove di Camus”, 168 pagine d’alta portineria letteraria, restituisse il racconto privato di un momento di incomprensione avuto nel tempo con Michela Murgia, sembrerebbe ancora, non meno “de relato”, quindi senza certezza alcuna circa la veridicità delle possibili frasi pronunciate da Mari, che Teresa Ciabatti, a sua volta lì presente sullo stesso mezzo, che per sentore claustrofobico vien voglia di immaginarlo come la tragica diligenza di “Ombre rosse”, abbia ritenuto opportuno, intuito il nome della compianta “Michi” sfregiato, intromettersi d’istinto nella conversazione in difesa postuma dell’amica e d’ogni sua reliquia non meno morale e letteraria, così sembrerebbe, almeno agli occhi dell’autrice di “Donnaregina”, di fronte all’amica “vilipesa” dall’incauto, poco avveduto, Mari.
C’è da immaginare che istanti dopo, mossa da un sentire amichettistico irrefrenabile l’intero accaduto sia stato consegnato da qualcuno, confidenzialmente, alla redattrice culturale de “la Repubblica” Raffaella De Santis, poiché, salvo ci siano sfuggite altre note pubbliche, giunge da quest’ultima in tempo quasi sospettosamente reale, con tempestività non meno inquietante, l’insieme del presunto racconto che ha suscitato, ripeto, sempre “de relato”, ciò che abbiamo definito “L’affaire Mari”.
Accusando così questi di avere pronunciato sentenze irricevibili sulla persona e il sembiante fisico di Michela Murgia. Con conseguente autodafè tempestivamente sollevato soprattutto nei social, dove Michele Mari, d’improvviso, si è visto trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile.
Del tutto irrilevante che in seguito lo stesso scrittore abbia chiarito di non aver mai pronunciato sentenza alcuna sul soma e la presunta attitudine da “badessa” proterva e autoritaria della compianta scrittrice, sorta di Beata Corbera giunta però dalla terra sarda. Ossia, sempre “de relato”, Murgia descritta come “una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia”.
Il resto è intuibile: l’intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela è stata mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote allo schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei “Baci Perugina” di Fleur Jaeggy e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo “Platone”, così, tra una conversazione e la successiva, un post allarmato e l’altro non meno veemente contro l’“immondo” Mari, al punto da spezzare la quasi sua certa vittoria al Premio Strega giunto all’ottantesima edizione.
Per intuire la drammaticità dell’insieme, la stessa Fondazione Bellonci, che ha in cura il premio, ha ritenuto necessario dissociarsi dalle presunte affermazioni di Michele Mari. C’è dunque da immaginare almeno uno dei loro rappresentanti anch’egli presente sul pulmino-diligenza di Ombre rosse diretto a Bisceglie? Su questo non c’è risposta, nel frattempo, come possiamo intuire, l’affaire si ingrossa.
P.S. Dimenticavo, si sappia che il sottoscritto ha votato “I convitati di pietra”, il romanzo di Michele Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi.
michele mari 1
michele mari cover i convitati di pietra
MICHELA MURGIA
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michela murgia
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