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IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - ERA STATO TRESETTE, ALLELUJA, SARTANA, ZORRO, IL PASSATORE, IN DECINE E DECINE DI WESTERN E DI AVVENTUROSI. L’URUGUAYANO JORGE HILL ACOSTA Y LARA, NOTO DA NOI COME GEORGE HILTON, CHE SE NE È ANDATO A ROMA A 85 ANNI, AVEVA A LUNGO CAVALCATO I SENTIERI DEL NOSTRO SPAGHETTI WESTERN CON L’ELEGANZA DEL CABALLERO SUDAMERICANO…

Marco Giusti per Dagospia

 

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Era stato Tresette, Alleluja, Sartana, Zorro, il Passatore, in decine e decine di western e di avventurosi. L’uruguayano Jorge Hill Acosta y Lara, noto da noi come George Hilton, che se ne è andato a Roma a 85 anni, aveva a lungo cavalcato i sentieri del nostro spaghetti western con l’eleganza del caballero sudamericano. Tutto.

 

Quello serio e quello comico, quello sadico e quello di pura avventura. Diretto da Lucio Fulci, Giuliano Carnimeo, Giorgio Capitani, Nando Cicero, Enzo G. Castellari in una serie di film dai titoli meravigliosi. Vado, l’ammazzo e torno!, Di Tresette ce n’è uno tutti gli altri son nessuno, C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara, Il tempo degli avvoltoi, Ognuno per sé.  Aveva un fisico perfetto per fare il pistolero nerovestito, anche con mantella e sigaro in bocca.

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Gianni Garko era il Sartana originale, lui quello più comico, prima di diventare Tresette e Alleluja. Ma, all’occasione era giusto anche come personaggio debole e complessato. In Ognuno per sé è addirittura l’amante del cattivo Klaus Kinski e il nipote codardo del cercatore d’oro Van Heflin. Ma era stato anche il perfetto protagonista dei grandi gialli italiani dei primi anni ’70 a fianco di Edwige Fenech diretto da Sergio Martino e Romolo Guerrieri in capolavori del genere come Lo strano vizio della Signora Wardh, Tutti i colori del buio, Il dolce corpo di Deborah. Film che oggi vengono studiato in tutto il mondo. Nato a Montevideo nel 1934, recita presto a teatro e fa il suo esordio nel cinema uruguayano nella seconda metà degli anni ’50.

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Nei primi anni ’60 lo troviamo in Italia in cerca di fortuna. E’ un bellissimo ragazzo con un sorriso accattivante. Lo troviamo ovunque, perfino nei caroselli dei fratelli Taviani. Il suo primo film da protagonista è l’avventuroso L’uomo mascherato contro i pirati, mentre il prolifico e vecchio regista Giorgio Simonelli lo sceglie per due film di Franco e Ciccio, Due mafiosi contro Goldginger, dove è addiritturo l’agente 007, e I due figli di Ringo, che sarà il suo primo western.

 

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E’ su questo set che incontrò Giuliano Carnimeo, il regista della seconda unità che terminerà il film dopo la malattia di Simonelli, e poi dirigerà Hilton in una marea di western, sia seri che comici, a cominciare da Il momento di uccidere. Tra il 1966 e il 1968 George Hilton diventa un attore di punta del western che i ragazzini del tempo adoravano. Non sempre sono grandi film, anzi, ma il nome inizia a girare.

 

Eccolo in Kitosch, l’uomo che veniva dal Nord di Jose Luis Merino (“Il regista era uno zero, poverino, ed il film era orrendo”), in ben due film di Nando Cicero, molto più interessanti, Professionisti per un massacro e Il tempo degli avvoltoi, addirittura vietato a minori di 18 anni. “Con Cicero eravamo molto amici”, dirà. “Io con lui mi divertivo molto, perché mi lasciava fare e io facevo un po’ l’istrione e a lui piaceva questa recitazione un po’ sopra le righe”.

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Ma il film che lo impone davvero è Le colt cantarono le morte e fu… Tempo di massacro diretto da Lucio Fulci e scritto da Fernando Di Leo, dove recita a fianco di Franco Nero e Nino Castelnuovo. Fu il suo trionfo personale. “Devo tutto al ruolo dell’ubriacone da me interpretato, è stato determinante per la mia carriera in Italia. Anche in Uruguay la gente urlava in sala. Fulci mi ha fatto un provino, perché voleva un bandolero con la barba, sporco e malandato.

 

Dopo molte selezioni scelse me, forse grazie alla mia esperienza teatrale. Durante le riprese mi fu molto utile la capacità che avevo di cavalcare.” E ancora:  “Con Fulci qualche volta abbiamo litigato, perché non era gentile, urlava, buttava la sceneggiatura per terra... lui mi voleva bene, perché io il ruolo gliel’ho fatto molto bene, devo dire, e lui era contento, però non ho mai avuto un buon rapporto con lui, perché io non accetto il regista che si crede il re del set...”.

 

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E’ grazie a Tempo di massacro, però, che diventa una star. Lo ritroviamo in La più grande rapina del west, T’ammazzo raccomandati a dio, Uno di più all’inferno, Poker di pistole (“Uno di quei film che potrei rinnegare, ma non lo faccio, nonostante fosse bruttissimo...”) e nel bellissimo Ognuno per sé diretto da Giorgio Capitani e scritto da Fernando Di Leo, che ebbe non pochi problemi di censura. (“Peccato che hanno tagliato una sequenza molto drammatica in cui Kinski mi bruciava il braccio con una sigaretta”). 

 

Con Enzo G. Castellari gira il divertentissimo Vado l’ammazzo e torno a fianco di Gilbert Roland. Grande titolo. In Spagna gira un bel western diretto da Julio Buchs dal titolo assurdo Quei disperati che puzzano di sudore e di morte, dove recita assieme a Ernest Borgnine. Ma sarà il successo del primo giallo all’italiana, Il dolce corpo di deborah di Romolo Guerrieri, a aprirgli le porte anche di un altro genere.

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Nei primi anni ’70 si dovrà perciò dividere tra giallo e western, anche se nel western è un po’ confinato nel parodistico alla Alleluja e alla Sartana con le regia di Giuliano Carnimeo, che allora si firmava Anthony Ascot. “Con Hilton”, sosteneva Carnimeo, “si veniva a creare un personaggio ancora più ironico rispetto al Sartana di Garko. Si inventava le gag per far ridere il pubblico. Si sapeva dove avrebbe sparato, stando ad un tavolo e scoprendo che, dentro un panino di fronte a lui, c’era un pistola... anche cose al limite dell’assurdo. Con Garko vi era un aplomb più rigido”. Escono così C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara, Testa t’ammazzo croce sei morto mi chiamano Alleluja,

 

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Il West ti va stretto amico… è arrivato Alleluja. La sua popolarità è tale che un giorno venne un ricco signore di Forlì, Benito Bertaccini, a proporgli un sul bandito romagnolo Il Passatore. “Lui si era innamorato artisticamente di me, ma io neanche lo conoscevo, per cui un giorno si è presentato alla Elios mentre stavo girando, e mi ha detto: ‘Io devo fare un film con lei, ho questa storia del Passatore ed ho i soldi per farlo, ma non ho mai fatto cinema e mi disse anche che voleva far lavorare in questo film suo figlio [Donato Bertaccini], che era un ragazzetto carino e che era venuto insieme con lui.

 

Al che gli ho detto: ‘io il film glielo faccio, anche perché la storia del Passatore mi piace, ma devo poter portare tutta la mia equipe, diciamo così, cioè tutta la gente che io ritengo valida per il film’. Lui ha accettato, e così ho chiamato la Fenech e gli ho fatto dare un sacco di soldi, perché poi lei aveva una piccola parte, come regista ho voluto Carnimeo, ho scelto il direttore delle luci...”.

 

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In questi anni sono decisamente superiori i suoi gialli ai suoi western. Nel 1977 lo troviamo ancora in coppia con Edwige Fenech nella commedia sexy Taxi Girl e in coppia addirittura con il pugile Carlos Monzon nel tardo western El Macho. Il film, ricordava Hilton era stato fatto “per sfruttare il nome di Monzon e quella della sua compagna. Io facevo il cattivo e dovevo perfino menare Monzon. Ma il film non era un granché. Da ragazzo avevo fatto la boxe e a me la boxe piaceva parecchio e quindi trovarmi su quel set con Monzon mi rendeva felice.

 

C’era anche Ringo Bonavena, un altro argentino, morto ammazzato, che aveva combattuto anche con Cassius Clay. Monzon, forse anche perché aveva fatto la fame, quella vera, era litigioso, litigava sempre con la sua donna, Susana Giménez, appunto, che era poi una mia cara amica, ma con me è sempre stato un amico, gentile, andavamo perfino allo stadio insieme, però era pericoloso, soprattutto quando beveva... “.

 

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Attivo fino all’ultimo anche se non erano più i tempi del cinema di genere, George Hilton ha vissuto benissimo nell’Italia dei tempi del nostro grande cinema e non si è mai fatto mancare niente. Simpatico e sempre disponibile, ha ben vissuto anche il periodo del recupero del nostro cinema di genere. Aveva da poco presentato a Milano un documentario sulla sua vita diretto da Daniel Camargo.

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