de gregori

CANTO DEGREGORIANO – “L’INSOPPORTABILE” POP DI OGGI, IL CASO WEINSTEIN (“MA NON MI CONVINCERÒ MAI CHE SFIORARE CON UNA MANO LA GAMBA DI UNA TUA AMICA AL CINEMA SIA DA SANZIONARE CON LA GALERA”), LA SINISTRA ("MI SENTO PERSO. SE DOVESSI DISCUTERE CON RENZI NON SAPREI COSA DIRGLI"), DE GREGORI LE CANTA A TUTTI: "ALCUNE CANZONI, COME  “LA STORIA”, NON LE SCRIVEREI PIU’" - L’ELOGIO DI BATTISTI, MORANDI, RITA PAVONE E NICOLA DE BARI - VIDEO

Malcom Pagani per Vanity Fair

 

DE GREGORI

Alba degli anni ’70: «Lucio Battisti viveva a Milano e a Roma scendeva di rado per incontrare Adriano Pappalardo che mi incuteva un certo timore. Ex rugbista, fisicamente enorme, con qualche leggenda, a partire dalla sua presunta adesione all’estrema destra, che ne accompagnava l’incedere nei corridoi della Rca. Quando lo incontravo, per dire, mi scansavo perché avevo tutte le ragioni per pensare che per musica, interessi e frequentazioni ci stessimo cordialmente antipatici. In realtà, come ebbi modo di appurare in seguito, Adriano, grandissimo talento, era una pasta d’uomo.

 

Non dico che diventammo amici, ma ci fermavamo spesso a bere qualcosa al bar dopo l’orario di chiusura. Dopo le 18, questo panorama di gente, me compreso, che passava le ore a fare meno di niente, magicamente si diradava. Davanti a un bicchiere, un giorno, incontrai Lucio. Io avevo appena scritto Alice, lui vendeva più dischi di tutti ed era visto con sospetto perché non apparteneva in alcun modo alla categoria dei cantautori impegnati che allora andavano per la maggiore. Parlammo a lungo, per più di un’ora».

Francesco De Gregori è a Roma. Alle spalle, nel suo studio, un quadro di Karl Hubbuch. In bocca una Gauloises senza filtro. Ne fumerà parecchie, alzandosi di tanto in tanto per aprire la finestra, svuotare il posacenere, recuperare una frase, un nome, una citazione: «L’età avanza», sorride, «e i libri letti si confondono».

Battisti le piaceva?

«Moltissimo».

 

DALLA DE GREGORI

«E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa / nascere un giorno una rosa rossa». Se Emozioni l’avesse scritta lei, l’avrebbero lapidata.

«Però mi piacerebbe averla scritta. Quella e alcune canzoni pop, anche molto più semplici. Nel lavoro di Rita Pavone, Gianni Morandi o Nicola Di Bari ritrovo una nettezza di significato, di suono, di musica e arrangiamenti che è lontanissima dall’insopportabile pop di oggi. Ci sono sentimenti e cose meravigliose lì dentro. E nessuna traccia di quell’arroganza, di quella pretesa pedagogica che i cantautori, me compreso, portarono dentro le canzoni».

 

Quando accadde?

«Quando alcuni cominciarono a pensare che la canzone dovesse non soltanto intrattenere, ma dare una dritta politica, indirizzare il pensiero, normare».

È pentito di qualcosa?

«Pentito non sono pentito di niente, ma oggi alcune canzoni non le scriverei più».

Quali?

«Per esempio La storia. Ci sono versi che hanno l’olezzo del gentismo, che parlano della gente a sproposito. La mitologia della gente, oggi come oggi, viene accostata a lettura populista della vita, dell’Italia e della realtà che non mi appartiene».

francesco de gregori

In concerto continua a cantarla.

«Ci sono alcune canzoni che eseguo dal vivo perché mi piace cantarle, perché mi sembra che vengano in modo convincente o perché semplicemente ci sono affezionato. Non è che possa smettere di cantare La storia così come non posso smettere di cantare Rimmel».

Però non le riscriverebbe.

«Come altre riferite ad argomenti o figure femminili spesso sovrapposte tra loro che abitano in storie d’amore che non sono più mie e non mi appartengono più nemmeno nella memoria o nel rimpianto. C’è una parte musicale del mio lavoro e una parte emotiva che resta nonostante queste considerazioni, ma grazie a Dio non ho più lo stesso identico modo di pensare le cose e vivere i sentimenti che avevo 30 o 40 anni fa».

Rimmel era una canzone sulla fine di un amore o sulla fine della giovinezza?

«Sulla fine di un amore e sull’inizio di una giovinezza. All’epoca mi sentivo molto giovane».

A quel tempo, come in Bufalo Bill, lei era un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne.

francesco de gregori spazza per strada

«Bufalo Bill era una canzone scritta dopo il successo di Rimmel, da uno che davanti a sé aveva una prateria da esplorare. Era un modo per tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Il mio ruolo di artista che doveva firmare contratti, e firmandoli intravedeva il rischio di perdersi, di passare da eroe ad attrazione. Era un’autodifesa. “Non vorrei diventare un’attrazione da circo”, mi dicevo, “vorrei continuare a essere bello e biondo come Gesù e – sperando che gli animalisti non si infurino – continuare a sparare agli animali nella prateria”. Era il ritratto di una persona che non ambiva a diventare la caricatura di se stesso e non voleva finire in tournée con un finto circo pieno di indiani ancora più finti. C’è un magnifico racconto di Salgari sull’arrivo del circo di Bufalo Bill a Genova, che è la descrizione di una festa di piazza con un sottofondo di tristezza infinita».

 

Lei amava Lévi-Strauss. Ricorda l’incipit di Tristi tropici? «Detesto i viaggi e gli esploratori». Eppure ha viaggiato e ci ha fatto viaggiare.

«Credo che sotto ogni aspetto le canzoni siano letteratura e la letteratura fa viaggiare perché, da Omero a Melville, attinge da sempre all’idea del viaggio. C’è sempre una partenza, un ritorno, una terra che si allontana, un molo a cui attraccare. Se stai fermo, cosa vuoi raccontare?».

Salgari stava fermo e ti portava lontano.

 

francesco de gregori elisa emma amici

«Stava fermo, ma raccontava dei viaggi interiori, familiari e personali. Il viaggio non è necessariamente prendere una nave e andare, ma anche muoversi dentro se stessi».

 

Scoprirsi, raccontarsi e viaggiare dentro se stesso le ha provocato sofferenza?

 

«No. Sono felice della vita che ho avuto. Mi sono mosso dentro me stesso con qualche deragliamento e qualche incidente. E non voglio escludere di averne altri in futuro».

Quando le si fa notare che esiste una divaricazione tra il De Gregori di ieri – ombroso, scostante, quasi antipatico – e quello di oggi – affabile, simpatico, aperto alla conoscenza e all’abbraccio con mondi lontanissimi dai suoi – lei si arrabbia. La lettura di uno dei suoi quotidiani preferiti, Il Foglio, ieri le sarebbe costato un processo in pubblica piazza.

«Intanto non mi arrabbio. Al limite rivendico la libertà di muoversi e di cambiare punto di vista. Una libertà che chiamerei normalità, ma non ha necessariamente a che fare con l’ammorbidirsi perché non sono affatto più morbido di come ero allora».

DE GREGORI - SOTTO IL VULCANO

 

Duro fu con i partiti che usarono le sue canzoni per inaugurare i congressi senza chiederle il permesso.

«Rivendicavo l’unicità dell’opera d’arte. La canzone, tutte le canzoni, anche Semo gente de borgata, è un’opera d’arte, e che venga presa e abusata lo trovo offensivo. Nessuno si permetterebbe mai di prendere un quadro di Kounellis per trasformarlo in un manifesto utile alla campagna del Pd o dei 5 Stelle. Magari esistono molti artisti felici che questo avvenga perché si sentono legittimati o promossi, ma come diceva quel galantuomo di De Gasperi, fatta salva la mia personale cortesia, io non amo molto i politici.

 

Non c’entro niente. Non voglio essere promosso o abbracciato da nessuno. Non amo gli artisti che cavalcano o si fanno cavalcare dalla politica, anche se a volte lo fanno loro malgrado perché poi, quando sei tirato in mezzo sui giornali, polemizzare diventa anche difficile. I cantanti sono considerati dei guitti, non hanno l’autorevolezza dei cineasti. Se un partito prendesse una sequenza di Sorrentino o Moretti per fare campagna elettorale, succederebbe l’inferno, con i cantanti no: “Che fai? Invece di dirci grazie osi pure incazzarti?”».

 

Oggi?

francesco de gregori sabrina ferilli maria de filippi

«Oggi evidentemente è tutto molto meno affascinante. Cambiano le idee, cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche la società intorno a te. Essere di sinistra negli anni ’70 aveva un senso, una motivazione e dei punti di riferimento che nei partiti, nella politica e nei suoi uomini trovavano senso. Non voglio dire che non sono più di sinistra, ma curiosità, attenzione e passione per quello che vedo pubblicare sui giornali sono molto diminuite. Sono meno di sinistra? Non lo so. Se essere di sinistra significa parteggiare per i deboli, sono rimasto dalla stessa parte di ieri. Purtroppo è sempre più difficile capire chi oggi nella politica esprima le ragioni dei deboli e chi dei forti, per cui mi sento un po’ perso e reagisco facendo un passo indietro. Rifiutando di indossare una bandiera in maniera esplicita come, devo dire, in fondo mi è raramente capitato di fare anche in passato».

 

«Se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta non si è capito niente della vita», sosteneva Flaiano. Lei è diventato di destra?

DE GREGORI 9

«Le ho appena detto di no, ma se dovessi discutere con D’Alema, con Bersani o con Renzi non saprei cosa dirgli. Ascolti. Per me la partecipazione alla vita civile, che trovo nobilissima, significa pagare le tasse fino all’ultima lira. A quel punto io mi sento a tutti gli effetti dentro la politica e dentro la società. Altro è fare il tifo per qualcuno, entusiasmarsi per una legge elettorale di cui da anni non si capisce niente o perdere mezz’ora di mattina allo scopo di capire che cosa abbia detto Pisapia a Ingroia. Leggere che esiste un movimento che si chiama la Mossa del cavallo francamente mi atterrisce. E no. A quello ho detto basta da tempo. La mattina ho altro da fare: fumarmi la sigaretta al bar, andare dal barbiere o parlare con quello che pulisce le foglie ai giardinetti mi sembrano cose molto più importanti».

 

In Guarda che non sono io metteva in guardia gli appassionati che la incontravano per strada: «Se credi di conoscermi, non è un problema mio». Qualcuno ci rimase male.

DE GREGORI 1

«La canzone è nata al mercato di quartiere. Adesso passo e non mi si fila nessuno. Le prime volte invece mi fermavano: “Ahó France’, ho chiamato mia figlia Alice”. “Ma chi te l’ha chiesto?”, avrei voluto dire. Non è colpa mia. Come cantavo: “Guarda che non sono io quello che stai cercando”. Io sono io, le mie canzoni sono un’altra cosa. Avvertivo una frattura forte tra la persona che mi parlava e quello che ero. Quelle persone non vedevano me, vedevano la mia canzone.

 

Non gli importava niente che io fossi lì, esattamente come uno di loro, a comprare la verdura o il pesce. Si creava una distanza che non desideravo avere. Io amo il rapporto quotidiano, normale. Mi sento come un medico o un gommista per cui nessuno deve pensare di conoscermi solo perché opero un’appendicite o riparo una gomma. Umanamente, io sono io. E non mi piacciono i pregiudizi, né quelli positivi, né quelli negativi. A volte mi capita di andare a cena con della gente e mi accorgo di stare antipatico a qualcuno che non mi conosce soltanto perché sulla base di una canzone o di un’intervista si è fatto di me un’idea tutta sua».

DE GREGORI 6

 

 

E si cruccia?

«Vorrei partire almeno alla pari» (sorride).

 

Se le dicevano che una sua canzone era un capolavoro, ci credeva?

«Non ci ho mai creduto e non ci credo nemmeno adesso. La parola capolavoro la trovo imbarazzante, anche in altri campi artistici. Non mi interessa».

Perché?

«Perché mi piace la parola lavoro. Non amo l’idea che qualcuno assuma una sua canzone, un suo libro, un suo quadro teorizzando che rimarrà. Io credo nel lavoro complessivo di un artista. È il pubblico che decide, ma “capolavoro” è una schematizzazione che dà la critica. Una schematizzazione che oltre a essere dannosa e deleteria può inchiodare l’artista».

 

Nel tour americano ed europeo ha cantato con sua moglie Chicca. In America era già stato altre volte.

«La prima nel 1976, un’avventura bellissima, proprio con lei. A quei tempi in Italia vigevano delle restrizioni valutarie e non potevi portare in viaggio abbastanza soldi per stare fuori due mesi. Andai da Ennio Melis, il patron della Rca con il cappello in mano: siete una multinazionale, datemi una mano voi. Melis mi fece accreditare diecimila dollari in una banca americana:

 

venditti de gregori

“Non preoccuparti, me li restituirai con le royalty”. Io e Chicca, dubbiosi, quasi increduli che potesse accadere davvero, andammo sulla Sesta Strada a New York e fummo accolti da una ragazza, Sabina Von Rogalle, di cui incredibilmente non ho dimenticato il nome: “Vi accompagno”, ci disse, “altrimenti se voi due chiedete quella cifra chiamano la polizia”. In un istante fummo ricchissimi.

 

Così ricchi che i soldi avanzarono e con quello che era rimasto in America tornammo anche l’anno dopo. Dormimmo prima al Chelsea Hotel che – non ancora ristrutturato, l’aria decadente e un po’ di topi che correvano su e giù per le scale – era un posto di un certo fascino. E poi altrove, in viaggio verso ovest, guidando fino al Colorado».

Melis le richiese i soldi indietro?

francesco de gregori

«Mai. Forse se lo dimenticò o forse – la soluzione a cui preferisco pensare perché l’ho amato e voglio continuare ad amarlo – chiuse un occhio consapevolmente».

 

Che impressione le ha fatto l’America vista quarant’anni dopo?

«New York è sempre stupenda, ma una serie di comportamenti nel modo di vivere e nel modo di ragionare degli americani un po’ mi hanno turbato. Ho avvertito una freddezza nei rapporti umani alla quale noi non siamo abituati».

L’America ha votato Trump.

«E ho il massimo rispetto per chi ha scelto di farlo. Mi piacerebbe viaggiare negli Stati centrali degli Stati Uniti per cercare di capire il perché. La vittoria di Trump però non è una sorpresa. Non è un mostro piombato dal nulla. Credo che sulla sua vittoria abbiano pesato un’area liberal lontana dai problemi della realtà, una rincorsa acritica alla globalizzazione e soprattutto un’ansia estetica del politicamente corretto che personalmente ho sempre trovato insopportabile. Sulla necessità di accogliere e di aprirsi forse puoi convincere un bostoniano, ma con un abitante dell’Ohio e in certe realtà sociali disperate fatichi di più».

francesco de gregori claudio baglioni

A proposito di ansia da politicamente corretto. Che idea si è fatto del caso Weinstein?

«Credo che gli sopravviveremo. La discussione ha preso una piega assurda confondendo i piani. Stalkeraggio, molestie e violenze sono ambiti diversi dal corteggiamento. Non mi convincerò mai che una mano che sfiora la gamba di una tua amica al cinema sia da sanzionare con la galera».

 

C’è chi ha parlato di abuso di potere.

«Se una donna o un uomo viene sottoposto a un ricatto professionale di quel tipo ha due scelte: dire di sì o dire di no. Se dice di sì non è una mignotta, se dice di no non è una perseguitata. Scegliere appartiene alla libertà dell’individuo, ognuno fa i calcoli che crede. Poi se mi domanda: “Lei approfitterebbe del suo potere per portarsi a letto qualcuno?”, la risposta è sempre no perché è un comportamento che non mi appartiene. Ma parliamo di un contesto in cui i confini sono sfumati.

francesco de gregori 1974

 

Negli approcci tra un uomo e una donna, o se preferisce tra due uomini o due donne per essere politicamente corretti, c’è necessariamente una dose di ambiguità: se decidiamo di eliminarla, si elimina d’un tratto anche “Amor c’ha nulla amato amar perdona”. Anche lì ci sono due persone che leggono un libro e poi succede qualcosa. Per darsi un bacio non si può pretendere di far domanda in carta bollata.

 

Uno della mia generazione non riesce a concepirlo. Noi al tempo ci siamo annusati, cercati e amati senza farci del male, anzi facendoci spesso del bene, e sulle rispettive intenzioni – mi creda – ci siamo chiariti molto prima che la situazione degenerasse. C’è un libro di Robert Hughes che si intitola La cultura del piagnisteo, un libro fondamentale sulle follie del politicamente corretto. Lì si racconta che un signore va in un caffè, apre la sua copia di Playboy e quando arriva la cameriera e sulla pagina, servendo un pezzo di torta, vede una donna nuda, denuncia il cliente per molestie. Così, a quei patti, ammetto di non farcela».

francesco de gregori

 

E a non fumare in America ce l’ha fatta?

«Sono un fumatore convinto che fumare faccia male, e in America c’è una campagna contro il fumo giustissima e sacrosanta, che sfortunatamente ti fa sentire un criminale appena ne accendi una. Non puoi fumare in camera, non puoi farlo davanti all’albergo e – come a Boston, dove pioveva – devi bagnarti come un cane sotto il diluvio in una specie di gogna pubblica francamente un po’ esagerata. Avranno sicuramente meno cancri al polmone, ma non sono così certo che abbiano meno polmoniti».

 

 

 

 

 

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