IL CINEMA DEI GIUSTI - BOOM! FINALMENTE IN SALA ARRIVA UN FILM CHE SPACCA! "SIRAT", DIRETTO DALLO SPAGNOLO GALLEGO OLIVER LAXE, VI FARÀ BALLARE SULLE POLTRONE. E NON SOLO PER LA MUSICA DA RAVE SPACCATIMPANI DI KANKDING RAY - E’ UN VIAGGIO METAFORICO E AL TEMPO STESSO REALE NEL DESERTO DEL MAROCCO VERSO LA MAURITANIA ALLA RICERCA DI UN RAVE FANTASMA - POCA STORIA. TROPPA MUSICA. MA È UN FILM AMBIZIOSO, DI GRAN PRESA SPETTACOLARE, COINVOLGENTE E VITALISSIMO, GIRATO NEI POSTI VERI, SENZA TRUCCHI IN DIGITALE, SENZA L'ODIATA IA... - VIDEO
Sirat di Oliver Laxe
Marco Giusti per Dagospia
Boom! Finalmente in sala arriva un film che spacca! E una novità, soprattutto come linguaggio.
"Sirat", diretto al suo quarto film dallo spagnolo gallego Oliver Laxe, che lo ha scritto assieme a Santiago Fillol, prodotto dai fratelli Agustin e Pedro Almodovar, interpretato da Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Stefania Gadda, che ebbe il Premio della Giuria a Cannes, ex-aequo con "Sound of Falling" di Masha Silenski, e vi giuro che meritava di vincere, come ha riconosciuto anche Alba Rohrwacher, la giurata italiana, che tanto si è mossa per fargli avere almeno un premio, vi farà ballare sulle poltrone. E non solo per la musica da rave spaccatimpani di Kankding Ray.
E’ un viaggio metaforico e al tempo stesso reale nel deserto del Marocco verso la Mauritania alla ricerca di un rave fantasma in posti da paura, strade impossibili, campi minati e musica a palla nei set di "Lawrence d’Arabia" e di chissà quanti altri meravigliosi film degli anni ’60 che sembra superare in pericolosità i set impossibili dell’Odissea di Christopher Nolan.
Alla fine di questo film ambizioso, ma vitalissimo, coinvolgente, se ti lasci andare dal flusso della musica e delle canne, al fascino del deserto e della sabbia, quello che conta non è tanto l'impegno contro la guerra, contro l’indifferenza della vecchia Europa borghese o il problema dell'immigrazione africana, quanto il viaggio esplosivo tra "Vite vendute" di Henri Georges Clouzot e "Sorcerer" di William Friedkin di un padre, Sergi López, alla ricerca di una figlia, e di un gruppo di sbandati techno-dipendenti, chi senza una gamba, chi senza un braccio, tutti veri e tutti favolosi, che sembrano diretti verso l’inevitabile fine del mondo resa sempre più attuale e possibile dalla follia di Trump e dei dittatori di questi anni.
Capisco perché sia tanto piaciuto alla critica internazionale. E capisco anche perché non piaccia a altri. Poca storia. Troppa musica. Ma è un film di gran presa spettacolare, quasi alla "Mad Max: Fury Road" di George Miller, altra variazione moderna del vecchio film di Clouzot, girato nei posti veri, senza trucchi in digitale, senza l'odiata AI. E la musica pompa.
Sergi López è un uomo qualunque che vorrebbe solo vedere la figlia. E si porta dietro il figlioletto, Bruno Núñez Arjona, con tanto di cane, Pepe. Troverà una famiglia e una missione che sembrerà quasi, rovesciata, quella di mille africani alla ricerca di una vita migliore. Un viaggio nel cuore dell’Africa rovesciato rispetto a quello della speranza di migliaia e migliaia di disperati in fuga verso il Mediterraneo. Imperdibile. Vanta ben nove nominations agli EFA. In sala.
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