la citta proibita

IL CINEMA DEI GIUSTI - "LA CITTÀ PROIBITA", TERZO FILM DI GABRIELE MAINETTI, È UNA SORTA DI REVENGE MOVIE KUNG-FU ALL’AMATRICIANA NELLA MULTIETNICA PIAZZA VITTORIO, TRA RAP E CINESI - IL FILM PARTE BENISSIMO, COME FOSSE UN FILM CINESE, MA LA PARTE ROMANA POTREBBE AMALGAMARE MEGLIO L’ACTION DA KUNG FU MOVIE CON LA COMMEDIA. ANCHE PERCHÉ C’È UNA LUNGA STORIA D’AMORE TRA RAP ROMANO DI FINE ANNI ’90 E KUNG FU, CHE SI POTEVA PORTARE ALLA LUCE… - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

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“Li mortacci!”. Ecco, è grazie a questa simpatica battuta romana, detta da un motociclista di Piazza Vittorio che si vede attraversare la strada dalla protagonista in fuga, la Mei di Yaxi Liu, che da quello che sembrava un tipico film di kung fu anni ’70 entriamo nel cuore di “La città proibita”, terzo film ideato e diretto da Gabriele Mainetti, scritto assieme a Stefano Bises e David Serino, non meno ambizioso, costoso e stravagante dei primi due.

 

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Perché Mainetti, dopo i due film scritti con Nicola Guaglianone, “Jeeg Robot”, con il supereroe romano coatto, e “Freaks Out”, con i freaks del circo contro i nazistelli, ci offre una sorta di revenge movie kung-fu all’amatriciana nella multietnica Piazza Vittorio. Un sogno che è dai tempi dei video dei Manetti bros e di “Il segreto del Giaguaro” con Piotta e G. Max che si cerca (finora, ahimé, inutilmente) di realizzare. Come dire.

 

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Sono passati vent’anni, se non di più, e siamo ancora qua, a combattere con i cinesi “de Roma”, il rap di Piazza Vittorio, il mondo contaminato dei sogni di chi è cresciuto con in testa il kung fu, i videogiochi, i supereroi. C’è perfino chi ti porta nel ristorante dove il vero Bruce Lee ha fatto il cameriere. Magari qualcuno ricorderà i versi di “Da Terracina cor furgone” dei Flaminio Maphia (“Da Terracina cor furgone te tocca veni' / Trova qui la concorrenza dei vari Bruce Lee / Con l'accendino a pistola fatta a forma de minchia / Che funziona manco er tempo de 'na pippa”).

 

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Insomma. Gabriele Mainetti osa l’inosabile, recuperare la Piazza Vittorio multietnica di vent’anni fa, tra rap e cinesi, e infilarci dentro una storia alla Bruce Lee con la ragazza, la Mei di Yaxi Liu, addestrata dal padre nel kung fu, che arriva a Roma per scoprire che fine ha fatto sua sorella. Si scontra subito con una gang di cinesi capitanata da Shanshan Chunyo, vero attore del cinema cinese, che in un ristorante di Piazza Vittorio, chiamato “La città proibita”, nasconde attività non proprio lecite.

 

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E’ lì che la sorella di Mei è finita a fare da schiava sessuale per il losco padrone. Lì incontrerà il buffo Marcello, l’inedito Enrico Borello, cuoco un po’ nerd del ristorante, che vede alla cassa Loretta, la moglie di Alfredo, Sabrina Ferilli, e come socio avventore il piuttosto losco Annibale di Marco Giallini, da sempre innamorato di Loretta.

 

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La situazione porterà presto a Mei e Marcello uniti contro i cattivi per scoprire la verità. Devo dire che lo sforzo di Mainetti per rendere credibile il film, magari, è la prima cosa che ho pensato, esportarlo in Cina, è davvero notevole. Aggiungo che le scene d’azione, che ho letto coordinate da Liang Yang, nome celebre dell’action internazionale, funzionano. Forse non ha due giovani star così note, anche se vedo che Enrico Borello ha girato parecchi film, “Familia”, “Settembre”, è stato anche un Giallini giovane in “Il principe di Roma” e Yaxi Liu è stata controfigura della protagonista  di “Mulan”, Yufei Liu.

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 E comunque si muove bene. E compensa i due protagonisti poco noti coi faccioni popolari di Ferilli e Giallini. Il film parte benissimo, come fosse un film cinese, con l’educazione delle bambine al kung fu, e con le grandi scene d’azione nel ristorante, ricostruito a Cinecittà. Diciamo che la parte romana potrebbe amalgamare meglio l’action da kung fu movie con la commedia. Se metti Giallini è sempre commedia.

 

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Anche perché c’è appunto una lunga storia d’amore tra rap romano di fine anni ’90, kung fu, primi videoclip, che si poteva portare alla luce. Ma credo che Mainetti abbia tentato una carta diversa, per non sprofondare nella nostalgia del primo rap romano, che qui è solo accennato. Alla fine il film ha qualche debolezza, ma in generale si vede bene. Soprattutto è un film, evviva!, per i ragazzi, e non per i barbagianni di Prati. Speriamo, e lo dico per la terza volta, che abbia una vita internazionale in Cina. In sala da oggi.

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