novecento manganelli

COLPI DI MANGANELLI SU "NOVECENTO": "IL FILM DI BERTOLUCCI? È SOLO UN NULLA A COLORI. QUALCUNO HA PARLATO DI 'POESIA DELL' INFANZIA'. PER UN FILM CHE PARLA DI UN SECOLO, E LO PROCLAMA MI PARE UNA LAPIDE PERFETTA"

Testo di Giorgio Manganelli pubblicato da “il Giornale”

 

GIORGIO MANGANELLI 1GIORGIO MANGANELLI 1

“Novecento” di Bertolucci è stato ed è al centro di accese polemiche e di dibattiti del resto iniziati anche prima della sua apparizione sugli schermi italiani. Si sono aggiunti il sequestro e il dissequestro del film. Il candidato, partendo da questo caso - e analizzandolo - cerchi di individuare i termini di un problema così connesso alla vita culturale e di costume e che propone, fra l’altro, il delicato problema della censura».

 

Era questa la “traccia” che Giorgio Manganelli scelse per la prova scritta all’esame di Stato per essere ammesso all’Ordine dei Giornalisti. Il suo tema, che qui pubblichiamo, apparve su “Tuttolibri” de La Stampa il 5 marzo 1977. Ed è incluso in Cerimonie & artifici (Nino Aragno editore), volume che comprende scritti di Manganelli su cinema, teatro e televisione

novecento bertolucci novecento bertolucci

 

Sì, ho visto Novecento di Bertolucci. Mi rendo conto che l' evento di per sé è di modesto rilievo, e non è destinato a suscitare controversie. Tuttavia non mi pare del tutto privo di significato, giacché io, per quel che riguarda il cinema, sono un po' meno dell' uomo medio, sono, nel buio della sala, truppa, ciurma, oserei dire teppa, non fosse per la mia radicata paura delle risse. Inoltre, sono miope. Pertanto, le mie scelte sono largamente casuali.
 

GIORGIO MANGANELLIGIORGIO MANGANELLI

Dunque il fatto che io abbia visto Novecento è un fatto minimo, uno di quei fatti men che umili, con i quali si costruiscono le cattedrali della statistica. Prima ancora che il film entrasse nel circolo delle buie sale, era entrato nella Storia. Come un erede al trono, era stato discusso quando ancora era nel grembo della madre. Alla sua prima apparizione, l' eccitazione era già al colmo.
 

Le dimensioni gigantesche, il costo prodigioso, le ambizioni interpretative, infine lo stesso titolo lo proponevano come qualcosa di mostruoso, di monumentale; e, insieme, da una folla di testimonianze variamente autorevoli si sprigionava un senso di fiducia: era un film spazioso, un film nel quale ci si poteva accomodare a proprio agio.
 

Aggredito a livello planetario, non solo l' uomo medio e men che medio, ma anche l' esperto passò momenti di inquietudine, di frastornato sbalordimento. Nel corteo vennero cooptati politici, psicanalisti, storici. Fu allora che qualcuno cominciò a manifestare un certo disagio. Ad esempio, Giorgio Bocca notò che, in termini di storia, il film era poco attendibile.
 

bertolucci novecento bertolucci novecento

Qualcuno scrisse, sul Quotidiano dei lavoratori, che i contadini erano visti coll' occhio innaturalmente commosso del borghese. Bertolucci rispose di non aver cercato il vero, ma la poesia; risposta giusta, ma lievemente incauta.
 

Poi vennero, pressoché contemporanee, la ribellione e il sequestro. La coincidenza singolare fu tale che l' articolo di Natalia Ginsburg per il Corriere della Sera violentemente polemico già scritto, venne tenuto in sospeso fino a che il sequestro non venne tolto.

 

Questa faccenda dei sequestri non è nuova, ma non finisce di stupire. Si apprende che un' oscura associazione di combattenti mi pare si chiamassero «interalleati» interviene, a Savona, per salvare la patria. Un bibliotecario di Scherno si indigna. Un magistrato interviene. Il film scompare dall' intera penisola. L' uomo men che medio si chiede a che serve e come funziona il meccanismo della censura.
 

bertolucci novecento bertolucci novecento

Vi è una debolezza intrinseca nell' azione censoria, ed è l' impossibilità di definire i valori che essa dovrebbe tutelare. Forse vi sono stati nella storia dei momenti in cui la concordia su taluni valori era abbastanza pacifica. In genere, non erano momenti particolarmente liberali.

 

Certamente oggi, in una società in furibonda trasformazione, nessun dizionario, nessuna dottrina giuridica possono definire in modo inequivocabile quel che sia un valore segreto come il «pudore» o un sentimento collettivo come la devozione alla patria. In questa situazione la censura ha sempre torto, anche se intende, poniamo, scoraggiare il cannibalismo.
 

Comunque, la censura mi ha persuaso a vedere Novecento; non me ne riproponevo gioie morbose, ma abbastanza densità da indignare qualcuno; forse la censura era uno stizzito omaggio a qualcosa di fascinoso. Non era vero niente.

 

Di rado ho visto sugli schermi un nulla, un vuoto, una inesistenza coperti da tanti splendidi colori. Natalia Ginsburg ha scritto cose talmente pertinenti da essere lievemente ovvie, forse lusinghiere. Cattiva letteratura? Molto meno. Il racconto più vasto e storicamente impegnato del film italiano recente è insieme furbo e puerile. Ingenuo e fascinoso.

 

Nulla vi è necessario, la tragedia si scioglie in una serie di «belle figurine». Il paesaggio è un lodevole adescamento al turismo delle coppie («itinerari romantici»). I cattivi sono degli ottimi cattivi, nient' altro.
Non parliamo dei buoni.
Qualcuno ha parlato di «poesia dell' infanzia». Per un film che parla di un secolo, e lo proclama mi pare una lapide perfetta.

NOVECENTO MANGANELLINOVECENTO MANGANELLI

 

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