DOPO STOCCOLMA, LA SINDROME DELLA SARDEGNA - CRISTINA BERARDI, IN MANO ALL’ANONIMA SEQUESTRI PER 4 MESI NELL’87, SCRIVE UN AFFETTUOSO NECROLOGIO PER LA MORTE DI UNO DEI SUOI RAPITORI, “IL TELEFONISTA” GIANFRANCO ARA - LA RAGIONE? “È STATO IL SOLO A ESSERE CATTURATO E CONDANNATO… NON SONO UN GIUDICE: NON ASSOLVO E NON CONDANNO”…

Alberto Pinna per il "Corriere della Sera"

Un necrologio come altri, sulla Nuova Sardegna: «Cristina Berardi è vicina a Maria Grazia e Tina per la tragica scomparsa del fratello Gianfranco con profondo rispetto e affetto». Senonché Cristina Berardi è l'insegnante rapita nel lontano 1987 (aveva 25 anni) e Gianfranco è proprio quel Gianfranco Ara, «telefonista» dell'Anonima sequestri.

Anonima davvero, perché Ara è stato il solo a essere catturato e condannato: sarebbe dovuto rimanere 28 anni in prigione, è uscito dopo 16 e ieri l'altro è stato trovato riverso su una scalinata vicino all'anfiteatro di Nuoro. Nessun «giallo», «morte per cause naturali» è scritto nel rapporto sul tavolo del magistrato, in attesa che l'autopsia chiarisca.

Ma una donna che partecipa al dolore della famiglia ed «è vicina... con profondo rispetto e affetto» alle sorelle dell'uomo che faceva parte della banda dei suoi rapitori, è evento raro, soprattutto in una terra, la Barbagia, dove non si perdona e non si dimentica. Perdonare i rapitori?

Cristina Berardi non ci sta. «Ma quale perdono... Lui è una cosa, le sorelle un'altra. Loro sono persone perbene e sensibili. Conosco Tina da 15 anni, è insegnante e io lavoro in biblioteca, nello stesso circolo didattico. E Maria Grazia è alla biblioteca Satta. Il necrologio l'ho fatto per loro, non per lui».

Su Gianfranco Ara scandisce: «Ha sbagliato, ma ha anche pagato; nessun altro è finito in carcere fra quelli che mi hanno sequestrato. Il problema del perdono non me lo sono mai messa e così pure quello dell'astio. Non sono un giudice: non assolvo e non condanno».

Sono passati più di 24 anni. Lei, figlia del presidente dell'Associazione industriali di Nuoro, insegnava in un paese della provincia. Sulla strada del ritorno a casa in auto l'agguato, 5 uomini mascherati, mitra puntati. Quattro mesi dopo liberata dalla polizia. «Una pattuglia casualmente vide una tenda...». Il bandito che la teneva prigioniera fuggì, abbandonando fucile, armamentario e vettovaglie.

Non venne pagato riscatto. Erano in corso trattative. Gianfranco Ara, il «telefonista», fu sorpreso in una cabina telefonica, chiamava la famiglia Berardi. Non ha mai voluto «tradire» i complici; dei carcerieri si conoscono soltanto i nomignoli: il Postino, Cracula, Boboreddu, Trik track, così li chiamava Cristina. Ara (12 fra fratelli e sorelle) ha pagato il silenzio con una dura condanna; è morto a 51 anni, era libero da tre.

Dopo il rapimento, i banditi, furibondi per non aver intascato il riscatto, hanno continuato a tenere sotto tiro i Berardi: minacce, intimidazioni, due bombe contro la casa. Imbarazzante l'esito dell'inchiesta giudiziaria: quando poteva aprirsi qualche spiraglio con le nuove tecniche di esame del Dna, si è scoperto che i reperti, custoditi in tribunale, sono scomparsi e inspiegabilmente distrutti con ordinanza urgente.

Insensibilità anche nei confronti di Cristina: nel 1995 trasferimento ad Arzana (vicinissimo alla tenda-prigione) dove liberi e indisturbati vivevano i suoi rapitori. E per tornare a casa avrebbe dovuto ogni giorno ripercorrere in auto la strada dell'agguato. «Ho paura - invocò - non fatemi ritornare laggiù». Battaglia contro la burocrazia della Pubblica istruzione e infine nomina a Nuoro in biblioteca.

Difficile dimenticare. «Cerco di vivere la mia vita, ma questi sono bagagli che ci dobbiamo portare appresso, niente si può cancellare. La giustizia il suo corso l'ha fatto, purtroppo è andata così».

Su Gianfranco Ara non vuol lasciare ombre: «Lo conoscevo di faccia, Nuoro è una città piccola, forse l'ho visto da lontano qualche volta, ma non gli ho mai parlato. Nel rapimento ha avuto un ruolo di secondo piano; è una cosa grave e non lo giustifico: si è rovinato da solo. Quando ho saputo che era morto e ho letto che lo definivano ancora "sequestratore" non ho pensato a lui, ma al dolore della madre, della famiglia. E soprattutto alle sorelle che lo piangono. Le conosco, le stimo: come potevo non essere vicina a loro con affetto?».

 

CRISTINA BERARDI SUBITO DOPO LA LIBERAZIONEGIANFRANCO ARA IL TELEFONISTA DELL'ANONIMA SEQUESTRICRISTINA BERARDI DOPO LA LIBERAZIONEanonima sequestri

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