“MELONI PARLA DI DERIVA ILLIBERALE DELLA SINISTRA PER PUCCI, MA HA QUERELATO ME PER UNA BATTUTA” - DANIELE FABBRI, STAND-UP COMEDIAN, SPIEGA: “I TITOLI DICONO CHE IO HO DEFINITA LA PREMIER “PUZZONA”, “CACCOLONA”, MA IO HO FATTO UN DISCORSO SUL LINGUAGGIO IN CUI LA DIFENDEVO DAGLI INSULTI SESSISTI. PENSAVO RITIRASSE LA QUERELA, LO SGOMENTO VERO È ARRIVATO QUANDO, ALL’INIZIO DEL PROCESSO, LEI, GIA' PREMIER, SI È PRESENTATA COME PARTE CIVILE CHIEDENDO UN RISARCIMENTO DI 20.000 EURO” - "QUELLA DI PUCCI SU SCHLEIN NON E’ SATIRA MA PENSIERO DA BAR…”
Stefania Saltalamacchia per Vanity Fair - Estratti
Negli stessi giorni in cui Andrea Pucci si ritira da Sanremo e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene sui social nel giro di pochi minuti, parlando di «deriva illiberale» in risposta alle critiche del pubblico, Daniele Fabbri aspetta la prossima udienza di un processo per diffamazione intentato proprio da Meloni per una sua battuta satirica.
Fabbri, stand-up comedian e autore, è stato querelato nel 2021 per una puntata del podcast Contiene Parolacce, in cui, riflettendo sul linguaggio e sugli insulti sessisti in politica, citava in chiave satirica alcune espressioni riferite alla leader di Fratelli d’Italia, allora all’opposizione. «In questi giorni sto controllando i social molto più del previsto», racconta.
«Normalmente cerco di guardarli il meno possibile, ma continuo a leggere riferimenti al mio caso. Mi fa piacere che se ne parli, perché purtroppo non è un tema che attira molta attenzione. È molto comodo prendersela con un comico che non fa parte del panel degli artisti di prima serata. Paradossalmente, se ne è parlato molto di più in questi giorni di Pucci che quando l’ho annunciato io».
A che punto è la vicenda giudiziaria che la riguarda?
«C’è stata un’udienza lo scorso anno, in primavera, ma era solo quella formale in cui si dichiarano le parti. La prima udienza vera è stata invece a novembre, quando la giudice ha guardato il video incriminato e poi ha chiesto all’avvocato di Meloni se volesse davvero portare avanti la querela. La risposta è stata sì. Ora si dovrebbe procedere con il dibattimento. La prossima udienza è stata rinviata a maggio 2026. Non so bene cosa succederà, perché il dibattimento significherebbe ascoltare Meloni, cosa che non credo accadrà mai. Non so se potrà bastare una sua dichiarazione scritta, queste sono cose che si chiariscono più avanti».
Che effetto le ha fatto ricevere quella querela?
«Sgomento, perché non me l’aspettavo. Poi ho scoperto che la querela era partita nel 2021, quando lei era in campagna elettorale. Lì mi sono detto: magari in quel periodo uno cerca anche cose che servono a fare un po’ di battage mediatico. Lo sgomento vero è arrivato quando, all’inizio del processo, lei si è presentata come parte civile chiedendo un risarcimento di 20.000 euro, cosa successa quando ormai era Presidente del Consiglio. Un conto è la campagna elettorale, un conto è ora che dovresti avere cose più importanti da fare. Io e la mia avvocata eravamo convinti che avrebbe ritirato la querela. Invece no».
Come si spiega il fatto che non l’abbia ritirata?
«Penso in modo molto pratico che portarla avanti non le costi niente. Se perde, non ha conseguenze. Le leggi in Italia funzionano così: se un giudice mi dà ragione, finisce con una stretta di mano. Non è nemmeno detto che mi rimborsino le spese legali. Se invece dovesse vincere, avrebbe un precedente molto utile. Anche considerando che questo processo potrebbe durare anni e che nel frattempo le regole intorno ai magistrati e alla giustizia, come sappiamo, potrebbero cambiare. È allucinante in un Paese che dovrebbe essere democratico».
giorgia meloni e il cavallo della rai - illustrazione di marilena nardi - domani
Si è mai pentito di quella battuta su Meloni?
«No, per niente. Rivendico il diritto di fare satira e rivendico soprattutto il contesto e il senso del monologo. Spesso viene riportato in maniera erronea: i titoli dicono che io l’ho definita “puzzona”, “caccolona”, ma io ho fatto un discorso sul linguaggio in cui la difendevo dagli insulti sessisti.
Dicevo che quando uno vuole insultare un politico, perché con i politici ci si arrabbia, bisogna poterlo fare in qualche modo, e proponevo parole infantili come espediente: ti sfoghi, ma non sono sessiste o discriminatorie. Oggi come allora rivendico il diritto di fare questo tipo di discorsi senza che le parole vengano estrapolate dal contesto. Se sei una figura politica di rilievo non puoi comportarti come una persona qualsiasi. Dovresti sopportare un livello di critica maggiore rispetto a un cittadino comune, altrimenti non puoi ricoprire quel ruolo».
Cosa pensa del caso Pucci?
«So che Pucci l’anno scorso è stato male. Se si fosse ritirato solo per tutelare la sua salute, gli avrei mandato un abbraccio e sarei stato dalla sua parte. Detto questo, io sono a favore della libertà di espressione dei comici, ma soprattutto della libertà dei cittadini di esprimere dissenso rispetto alle scelte della televisione di Stato. Il problema non è il comico in sé, è il contesto: Sanremo è pagato da tutti e dovrebbe cercare di dare un buon esempio. Pucci ha un umorismo basato su cliché che stiamo cercando di superare. È giusto che i cittadini protestino con la Rai. Questo per me è più importante della libertà dei comici».
Come ha reagito al post di Meloni sulla «deriva illiberale»?
«Non posso dire cosa ho provato, altrimenti rischio altre querele. Però è stata l’ennesima dimostrazione del vittimismo meloniano, fatto apposta per creare screzi tra cittadini. È incredibile che il capo del governo da tre anni si comporti ancora come se fosse all’opposizione. È lei l’élite che comanda. Dare degli illiberali ad altri sperando che nessuno noti le contraddizioni mi sembra un po’ troppo. Se ne sono accorti tutti subito».
Secondo lei oggi si può ridere davvero di tutto?
«Il confine è il contesto. Una storia su Instagram in cui dici a una persona che è brutta, come ha fatto Pucci con Schlein non è satira solo perché è un personaggio politico. Non tutto ciò che pubblichi diventa automaticamente arte. La satira esiste perché alle opinioni viene dato un senso. Altrimenti è solo il pensiero da bar. Una battuta su un palco, una vignetta, uno sketch hanno un valore diverso».
BOOMERISSIMA - LO SKETCH DI ANDREA PUCCI
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Dopo la querela che ha ricevuto, si autocensura?
«No, ma mi faccio più scrupoli. Non per censurarmi, ma per scegliere meglio le parole. Io credo nell’umorismo controverso e nel parlare dei tabù, ma proprio perché sono tabù bisogna farlo con attenzione».
Se Meloni si presentasse in aula, cosa le direbbe?
«Le direi che mi dispiace se si è sentita offesa a livello personale, perché io parlavo della figura pubblica. Se posso rimediare consigliandole un terapeuta o uno psicologo, sono a disposizione».
Qual è, allora, il vero ruolo di chi fa satira?
«Distruggere le certezze del proprio pubblico. Far capire che siamo dalla stessa parte e poi mettere in dubbio anche noi stessi. La satira vera non dice che gli altri sono stupidi e cattivi, ma che forse anche noi potremmo esserlo. Altrimenti diventa populismo».
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